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Astronomia popolare I nostri detti memorabili
15 settembre 2004

di Marco de Santis (Centro Studi Molfettesi) Tra gli avanzi della scienza popolare, che riguardano il folklore della natura, vi sono anche nomi, credenze e detti relativi agli astri. I più informati sulle stelle e sugli altri corpi celesti erano generalmente i marinai, i pastori e i contadini, più avvezzi all'osservazione degli astri. L'agglomerato stellare più grande visibile ad occhio nudo è la nostra galassia, la Via Lattea. Nel dialetto di Molfetta si chiama Strascìnë dë Sêm Bìëtë, cioè 'scia di San Pietro'. La ragione della curiosa denominazione è svelata da una leggenda eziologia. Essa attribuisce la luminescenza galattica al sentiero di pagliuzze disperse nel cielo dall'apostolo mentre trasportava dalla Terra al Paradiso la paglia per farsi un più comodo giaciglio fra i beati (per maggiori dettagli sia consentito il rinvio al mio Perché si dice così?, Ed. Quindici giorni, Molfetta, 2002, pp. 23-24). Tra le costellazioni, la più celebrata è quella delle Pleiadi, in dialetto detta la Pëddàrë, dall'aggettivo femminile tardo-latino pullaria, da pulllus 'pulcino, pollo, galletto'. La voce è anche salentina, calabrese e siciliana e Verga nel romanzo I Malavoglia la riporta nella forma Puddara. Analogo è il nome popolare Gallinelle, affine alla denominazione contadina Chioccetta, immortalata da Pascoli nella poesia Il gelsomino notturno (“La Chioccetta per l'aia azzurra / va col suo pigolìo di stelle”). Il gruppo siderale è formato da sette stelle che sorgono verso maggio. Giunto il tempo dell'apparizione, i popolani più esperti ne indicavano la presenza nella volta celeste con l'espressione “Mo éssë la Pëddàrë (Ora spuntano le Gallinelle)”. Per la mitologia classica le Pleiadi sono le sette figlie di Atlante e Pleione, cioè le ninfe Elettra, Alcione, Celeno, Maia, Merope, Sterope o Asterope e Taigete. I nomi piacquero a d'Annunzio, che li usò per intitolare i singoli libri delle sue Laudi. Nel latino dotto, di origine greca, le stelle erano appellate Pleiades o, al singolare, Pleias, ma in latino puro si chiamavano Vergiliae, nome da collegare verosimilmente a vergere 'declinare'. Il raggruppamento stellare aveva particolare importanza nell'antichità, in quanto scandiva alcune operazioni agricole. Per Esiodo l'iniziale levarsi delle Pleiadi prima del sorgere del sole, all'inizio di maggio, segnava il tempo del raccolto di alcuni vegetali, mentre il loro tramonto prima dello spuntare del sole, al principio di novembre, indicava il tempo per arare, seminare e piantare. Uno dei più antichi ammassi siderali che si conoscano, individuabile a occhio nudo nella costellazione del Cancro soprattutto in autunno, è u Prësépjë, il Presepe, in astronomia classificato come M44. Diversamente dalle Pleiadi, il Presepe non è immerso in nebulosità. Il nome non è di trafila popolare cristiana, come potrebbe sembrare, ma di origine dotta, derivando dal lat. praes(a)epium 'greppia, stalla'. La spiegazione ci è offerta da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia: “Nel segno del Cancro vi sono due piccole stelle, dette Asinelli (Aselli): l'esiguo spazio tra di loro è occupato da una nuvoletta, che chiamano le mangiatoie (praesepia)”. Le stelle vicine al Presepe sono Delta e Gamma Cancri. Un altro oggetto celeste un tempo ricorrente nelle indicazioni dei popolani è dato dai Trè Bbastàunë, cioè la Cintura di Orione, costituita dalle stelle Mintaka, Alnilam e Alnitak. La voce 'Tre Bastoni' è anche abruzzese. Altri nomi popolari italiani della costellazione sono Bastone di S. Giacomo, Bordoni o Tre Re Magi. La comparsa delle tre stelle annunciava la fine della buona stagione per la pesca velica. Tra le costellazioni più note non si possono omettere u Carrë pëccënunnë, il Piccolo Carro, vale a dire l'Orsa minore, con la luminosa stella polare, dialettalmente detta stèddë dë la tramëndênë 'stella della tramontana', e u Carrë grênnë, il Gran Carro od Orsa maggiore. Quest'ultimo agglomerato siderale dai pastori era paragonato a nê mòrrë dë pìëchërë, a una mandria di pecore. Analogamente i contadini romani nell'emisfero boreale individuavano septem triones 'sette buoi aranti'. L'astro dei cacciatori e dei pastori è la stèdda diênë 'stella diana', detta anche stèddë dë mëttëtàinë 'stella di mattutino' o Lucifero, cioè il pianeta Venere al sorgere del giorno. Naturalmente la stèddë dë vréspë 'stella di vespro' s'identifica con Èspero, ossia Venere che brilla nella sera e nella notte. Nella galanteria popolare stèdda diênë è una donna di straordinaria bellezza, mentre nel linguaggio figurato accëmëndà la stèdda diênë vuol dire stuzzicare perfino un ente irraggiungibile, esagerare nelle provocazioni. Un fenomeno spettacolare, descritto da Dante Alighieri nel Paradiso (XV, 13-18), è rappresentato dalla caduta dei meteoriti, detti carvunë dë Sên Larìënzë 'carboni di San Lorenzo' in ricordo dell'arcidiacono romano che sarebbe stato martirizzato a fuoco ardente su una graticola di ferro. La sua festa cade il 10 agosto, ma le stelle cadenti possono vedersi anche nelle notti immediatamente successive. Qualche somiglianza con gli sciami meteorici si può attribuire alla coda delle comete, rë chëmméëtë (nome usato anche per gli aquiloni). Gli astri più familiari, ovviamente, sono u sòëlë e la làunë, il sole e la luna. I peggiori sono la lunë dë scënnêrë e u sòëlë d'agustë, la luna di gennaio e il sole di agosto, la prima per il freddo e le ricorrenti intemperie, il secondo per la soffocante calura canicolare. Ma, d'altro canto, preparano una buona vendemmia. Il sole è inoltre ricordato in pronostici meteorologici o in proverbi sul lavoro, come Sòëlë russë, tërréënë mbussë, Sole rosso, terreno bagnato, e Sòëlë bbiênghë, tërrisë sòëp'a la chjênghë, Sole bianco, soldi sulla lastra, quando la giornata lavorativa è terminata. La luna, poi, è citata in sentenze marinaresche, come Luna clëqquàtë, mêrnêrë alzatë; lun'alzatë, mêrnêrë clëqquàtë, Luna coricata, marinaio alzato; luna alzata, marinaio coricato. In altre parole, quando la notte è illune, il navigante deve vigilare; quando la luna è in cielo, il marinaio può stare più tranquillo. Se i mesi solari sono dodici, i mesi lunari sono tredici. Ce lo rammenta un proverbio meditato sui morsi della fame: Dùdëcë sò li mìsë e ttrìdëcë sò ri llùnë, mê la cchjù nótta lónghë è quênnë të culchë a la dësciunë, Dodici sono i mesi e tredici son le lunazioni, ma la più lunga notte è quando ti corichi digiuno. Dev'essere il disco ripieno della luna a ispirare desideri gastronomici, come suggerisce una vecchia canzoncina di bimbi, vera e propria invocazione al satellite: Lunê lunë, / nu piattë dë mêccarùnë, / nu piattë dë cartëddatë, / e llunê lùnë aggrazziatë, Luna luna, / un piatto di maccheroni, / un piatto di zughi, / o luna luna graziosa. Altri desideri sono avallati dalle superstizioni. Una credenza è suggerita dal primo quarto di luna (primë quartë). Chi alzando casualmente il capo, senza alcuna premeditazione, vede la prima fettina della falce lunare e riscontra di avere soldi in tasca, vedrà aumentare le proprie entrate in breve tempo. Altre denominazioni sono lunê chjèënë o quindadécëmë per il plenilunio, lùtëmë quartë per l'ultimo quarto, lunê nóëvë per il novilunio e varvë, per l'alone lunare, apportatore di forte umidità o pioggia. Per le macchie lunari, infine, mentre Dante accenna alla leggenda popolare di Caino errabondo sulla luna con un fascio di spine sulle spalle (Paradiso, II, 49-51), molti dialetti settentrionali e meridionali fanno riferimento al viso deforme di Marcolfo o Margolfa. Il faccione selenitico a Napoli è detto Marcòff(j)ë int'a lunë, a Molfetta Mêrcófënë ind'a la làunë, Marcolfo nella luna. L'ampia diffusione del nome nei vernacoli deriva dalla popolarità dei rifacimenti e dei racconti originali del persicetano Giulio Cesare Croce su Bertoldo e Marcolfa e sul loro figlio Bertoldino alla corte veronese di re Alboino (Le sottilissime astuzie di Bertoldo e Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino). La fonte di Croce è una leggenda didascalica di origine medievale, forse della fine del sec. XI, il Dialogus Salomonis et Marcolphi, tradotto in varie lingue e più volte ristampato dopo il 1400. A sua volta il rustico Marcolphus del dialogo rinvierebbe al monaco francese Marculfus, autore di un formulario di atti negoziali destinati alle scuole vissuto nel sec. VII nell'abbazia benedettina di Saint-Denis. Nella foto: Le Pleiadi nel Toro in una foto a lunga posa
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