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Arte donna 2009 cultura al femminile
15 luglio 2009

Il mese di giugno ci ha donato un’ulteriore conferma dell’ottimo livello conseguito dalle artiste della nostra città attraverso la rassegna “Arte donna 2009”, organizzata presso la Sala dei Templari, con il patrocinio del Comune di Molfetta, dalla Società di Cultura Europea “G.M. Alberto Caracciolo”, presieduta da Domenico Facchini. A curare l’allestimento della mostra lo Storico dell’Arte Monica di Chio; icona della collettiva Elena Vecchi, compagna dell’artista Vittorio Corcos e sua modella anche nel celeberrimo dipinto Sogni, di estrema modernità in virtù della rottura dei cliché della rappresentazione della figura femminile. Maria Addamiano dona una sensualità vagamente scopadea a una scultorea giovane sposa. Ci propone, nei dipinti, figure femminili di cui la solitudine distorce le forme o di cui la calura acuisce l’inveterato vampirismo, con la sabbia rossa rovente a far da sfondo a un estatico spasmo sans merci, tra suggestioni letterarie tardoottocentesche e richiami alla tradizione pregevolmente mellificati. Affascinante il gioco di finito e non finito che impreziosisce la raffigurazione di un lido, da cui la presenza maschile sembra bandita, eccezion fatta per i bambini. Loredana Albanese si distingue per la comunicatività di un suggestivo olio su tela, A piedi nudi sui confini, dittico che mette in scena il dialogo mancato tra i due sessi, tradotto nella non corrispondenza degli sguardi. L’eroina impettita del dittico cede il passo a quella di Hope, sguardo all’infinito, speranza che un giorno i simboli etnici, culturali e religiosi possano accostarsi, compenetrarsi, quasi confondersi un po’ come panni stesi ad asciugare. Anna Balestra, specializzata “in design del vetro ed applicazioni decorative per l’arredamento”, nel suo cuore di cristallo come in “Guardando l’infinito”, un tripudio di tinte dal rosa della cornice al glicine, arabesca con eleganza e sentimento sulle forme. Il gioco di luci cui talvolta indulge appare in perfetta simbiosi con la materia. Carlaina Brown con ironia, ma anche complesse implicazioni simboliche, regala creazioni enigmatiche e un po’ sfuggenti: in “J & G” l’adesione al giocoso mondo infantile scompagina i canoni della rappresentazione anatomica, occhieggiando forse ai fotomontaggi. Altrove, il distacco rende evanescenti presenze un tempo familiari, ora sempre più fioche rispetto al mondo circostante. Daniela Calfapietro dialoga con il mito, celebrando la dafnea pre-metamorfica bellezza o, nella Virgo dormiens, come segnala il sottotitolo, proietta nell’idillio di uno scenario arcadico e nell’assopimento virginale (in una posa che reinventa immagini di Tiziano, Goya e Manet) un’ombra di morte. I confini tra sonno e morte sembrano annullarsi come nella Venere di Delvaux. Marisa Carabellese, fautrice di un’arte colta ma lontana anni luce dal solipsismo intellettualistico, si cimenta con un olio su tela ispirato al romanzo di Donato Altomare “Il dono di Svet”, insignito del “Premio Urania 2008”. Il dono dell’eroina sembra lo stesso dell’arte di Marisa, che si muove “tra tempi e universi diversi” con lucidità e finezza, spaziando dai labirinti classicheggianti ad architetture di ogni epoca agli scenari fantascientifici della narrativa di Altomare. Anche in questo caso, la Carabellese non sembra rinunciare alla sua sphragìs, pur sostituendo al volo dei gabbiani quello degli elicotteri. L’altra tela è una riflessione sul potere della lettura, sul suo protenderci in dimensioni senza titolo e senza tempo; a connotarla è l’ormai amica presenza di quelle teste di manichino tanto umane che popolano i sogni di Marisa. Rosanna D’Abramo si avvale della tecnica mista su tela, muovendo alla scoperta (“Eureka”) di una felice alchimia cromatica. Sfrutta le evoluzioni solari dall’oriente all’occaso per ipostatizzare stati melanconici e nostalgici, in elegiaci paesaggi-stati d’animo; squaderna magistralmente il silenzio della notte in una delle opere più evocative della rassegna. Nicoletta De Candia si muove con spigliatezza tra pittura e scultura, tra voli angelici in bassorilievo, anatomie femminili e memorie caravaggesche. Le creazioni artistiche coesistono, non gareggiano, con quelle naturali, come nella rappresentazione dei fiori primaverili in cui agli elementi dipinti si alternano foglie e fiori secchi. Carmela De Dato si catapulta nel sociale, con i cromatismi avvolgenti, matericissimi ispirati ai vortici decisionali che fagocitano l’umanità o con la reazione a catena, “effetto domino”, scatenata dalla crisi americana. All’Europa saranno offerti nuovi, importanti margini d’azione? Maria De Gennaro prosegue la sua ricerca, che spazia dalle fluide, morbidamente larvali, trasparenze di un polimaterico su tela e supporto in vetro, alle interazioni tra creazione artistica, materia idrofila, rame e rami, e approda a una deliziosa, raffinata variazione di meta-arte. Liliana De Tomaso rievoca quel mondo floreale che reca inscritto persino nel suo nome, offrendo “via libera ai sogni” o decostruendo un dedalo rosa, tema, quest’ultimo, caro alla pittrice (e diffuso nel panorama artistico contemporaneo), che anche in “Perdersi” rievocava, nel labirinto di un fiore, le infinite possibilità dell’anima di smarrirsi, anche dolcemente, tra le pieghe dell’esistenza. Anna Farinola esprime, attraverso la fotografia, un’ironica archeologia del linguaggio. Sebbene, direbbero gli umanisti, nihil dictum quin prius dictum, tutte le parole un tempo son state nuove e ai nova verba l’artista si volge, carpendole tra graffiti sgrammaticati, enigmatici o fanfaroni. Elisabetta E. Gadaleta, nelle sue ceramiche, rievoca temi a lei cari; rappresenta le sinergie tra le onde e un sole volutamente naif, declinando poi l’estremo, inappagabile desiderio di libertà nelle infinite reinvenzioni del motivo della vela. Enrica Leonardis denota grande finezza nelle sue matite acquerellate che ritraggono con delicato realismo e gusto prospettico paesaggi ed edifici della nostra città e della Puglia, in eleganti retrospettive di struggente bellezza. Ma la Leonardis riesce a donare mitica consistenza persino agli scenari dell’Apicella, immortalandone i simpatici pappagalli, inquilini di un sinuoso groviglio di rami. Elke Koroshec, slovena, presente in numerose collettive, elabora, con matita acquerellata e pastelli su cartoncino, dei pregevoli “Germogli di quercia” in cui istanze di realismo e gusto della stilizzazione coesistono felicemente. Isabella Anna Angela Spagnoletta, artista poliedrica e versatile, sottopone paesaggi illuminati dal sole e garbugli di città al filtro del suo sguardo geometrizzante, che introietta il reale in una dimensione tendente all’astrazione; la pittrice non manca di conferire, a tratti, alle sue espressioni una nota di decoratività dal sapore vagamente orientale. Katherine L. Wright si distingue per lo sguardo sognante, che si traduce in un’atmosfera di sospensione, in cui il chiarore lucente può ‘smaterializzare’ l’acqua, far apparire le barche quasi fluttuanti su un oceano luminoso en plein air. L’artista si sofferma a contemplare l’adorata, fulgente giovinezza del figlio, che legge su una veranda dai contorni, in alcuni punti, volutamente solo abbozzati. Riesce a trasformare, in un incanto che non trascende il reale ma ne coglie la più riposta essenza, un terrazzo fiorito in un angolo di cielo.

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