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Ada De Judicibus Lisena all'Università popolare
15 novembre 2012

Solo i poeti sanno distillare vera, cristallina, poesia da esperienze di dolore. È il caso delle Note ai margini di una pena di Ada De Judicibus Lisena (La Vallisa, 1991), che recupera la metafora dei marginalia per rievocare, con calviniana levità, il periodo della degenza bergamasca del marito, sottoposto a un difficile intervento alle coronarie. Il volume è stato presentato per la prima volta nella nostra città a oltre vent’anni dalla sua pubblicazione, presso l’Università Popolare. A introdurre la conversazione con l’autrice è stata Ottavia Sgherza, Presidente dell’Università, la quale, con la consueta finezza critica, ha sottolineato l’eleganza dello stile, “sorvegliatissimo”, della De Judicibus e ha rimarcato il particolarissimo rapporto che la poetessa molfettese coltiva con il mondo naturale, ipostatizzato nel mito della casa-giardino. La De Judicibus ha, come di consueto, avvinto l’uditorio con la sua capacità di destare l’incanto; a recitare le poesie è stata la brava pubblicista Lucia Amato. Con la sua freschezza e sensibilità interpretativa, la giovanissima lettrice è riuscita perfettamente nell’intento di introdurre il pubblico nella pacata e melanconica atmosfera della silloge. Scenario delle estrinsecazioni dell’anima l’aristocratica Bergamo Alto e la clinica Gavazzeni. L’autrice vive, nella sospensione, il tempo dell’attesa, nella speranza che dall’inquietudine-brina possano tornare a fiorire le margherite. La prima sezione del libro si basa sulla contemplazione del mondo esterno da parte di un io lirico che si definisce “pianura in attesa”. L’allure neocrepuscolare tradisce un disperato bisogno di ancoramento alle cose, per stornare fantasmi di paure neppure tanto recondite. Ecco emergere imperioso il mito della giovinezza, promessa di continuità; Ada, abituata a rapportarsi ai discenti, scorge fluire torme di studenti verso l’ITIS e si scopre a “rubare” loro “freschezza colori”, nell’inesausta ricerca di “un’illusione di allegria”. Questa prima sezione regala anche sapidi ritratti di personaggi del microcosmo della clinica e degli ambienti del Patronato, tra cui merita menzione la curiosa simbiosi tra un inserviente e il suo stizzoso cane, limpido esempio di come si possa felicemente poetare, muovendo da una materia assolutamente quotidiana. Come un albero in mezzo alla via è, invece, la sezione in cui il grido dell’anima si staglia nitido, reso ancora più straziante da quel “male aristocratico”, ch’è la nostalgia. L’io poetante sperimenta il senso di sradicamento; compiange la perdita della domus, veste quietante, contrapposta al lindore asettico di luoghi non familiari. Il tempo della casa ha un suo respiro, scandito dagli orologi, ma esso appare destituito di significato dalla pena dell’assenza di chi sa infondere vita in quelle pareti. All’elemento della casa-giardino si affianca anche la memoria della Molfetta “azzurrina” della gioventù, una città “astratta”, cui il ricordo conferisce gregoriana sacralità e linda bellezza. La silloge si conclude con due sezioni; la prima è dedicata a Le ore di ospedale, che vedono la “famiglia Quadrifoglio” stringersi, con una pietas tutta meridionale, intorno all’ammalato, che, gradatamente, rifiorirà, per il suo aver “foglie che si intrecciano alle nuvole”. Sarà poi l’Angelo della dimenticanza a infondere l’oblio della passate sofferenze e a restituire l’io lirico e il congiunto al “gioco dolceamaro del domani”. A disvelare anfratti di cielo dopo giorni d’ombra, per scoprire anche nel candore di una nuvola il lieto fiorire di una luce nuova.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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