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25 aprile, giorno di mobilitazione antifascista anche a Molfetta
23 aprile 2011

MOLFETTA - Il Coordinamento molfettese contro la guerra nella giornata 25 Aprile che ricorda il valore della resistenza e della lotta per gli ideali di libertà:
Sostiene l'uguaglianza dei popoli del Mediterraneo, del Sud del Mondo ed, in generale, di tutti i paesi che vivono l'oppressione.  Si oppone ad ogni forma di finta solidarietà ed all'intervento armato come forma per imporre regimi autoritari.  Si oppone alle attuali leggi sull'immigrazione che impediscono la libera circolazione di tutte e tutti, allo sfruttamento dei migranti nel mondo del lavoro ed alla repressione violenta dei flussi migratori. 
Si oppone a tutte le norme che favoriscano la ricostituzione del partito fascista e l'eliminazione del reato di apologia del fascismo.  Ci schieriamo contro ogni revisione della Nostra storia patria che non renda onore alle vittime della resistenza contro i regimi nazi-fascisti, a tutti coloro che hanno combattuto per un paese libero dall'oppressione. 
RIDIAMO FORZA AL SIGNIFICATO DEL 25 APRILE, evitiamo di sostenere come cittadini ed istituzioni tutte le associazioni e le persone che non si riconoscano in questi valori Diamo spazio a manifestazioni e comportamenti che ricordino la RESISTENZA piuttosto che il tragico ventennio fascista, di fatto distruggendo la memoria storica della nostra città e di chi per quei valori ha combattuto ed è morto.   RIPRENDIAMOCI IL 25 APRILE!
ESSO rappresenta la lotta al fascismo come dovere sociale e valore fondante di una comunità libera, non solo oggi ma per tutto l'anno.  
L'appuntamento è per lunedì 25 Aprile, ore 10.15, al Lungomare Colonna (zona rotonda).

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La guerra perduta ha cambiato i destini d'Italia. Dal disastro militare fu travolto il fascismo, tra le macerie dell'8 settembre nacque la Resistenza, gli errori e le colpe della monarchia che aveva avallato l'intervento a fianco della Germania nazista portarono alla Repubblica. Sulla restaurata democrazia italiana pesa quest'ombra: d'essere stata figlia della disfatta, e tenuta a battesimo dai vincitori. Circostanze che, sia ben chiaro, non vanificano i valori della democrazia, e nemmeno della Resistenza, che fu un fenomeno politicamente e moralmente importante, con molte migliaia di morti e molti eroi: ma che fanno dubitare della ragionevolezza e dell'opportunità – d'un certo trionfalismo ritualistico a cui siamo assoggettati. I discorsi enfatici che accompagnano le commemorazioni del 25 aprile rischiano di suscitare più disagio che consenso. Il 25 aprile segnò l'epilogo di una tragedia nazionale. I Paese seri non sono usi a festeggiare le sconfitte, e non pretendono di barare con la storia: e la storia colloca l'Italia – beninteso l'Italia di Mussolini – tra le nazioni che combatterono e persero la Seconda Guerra Mondiale. Poi, dal profondo buio morale del “tutti a casa!” scaturirono fiamme di riscossa, venne la guerra partigiana. Che nacque e si sviluppò perché l'Italia si era arresa, e i tedeschi ne avevano occupato due terzi, e pretendevano di chiamare alle armi – tramite il vassallo di Salò – dei giovani che non ne volevano sapere. E non ne volevano sapere soprattutto perché la Germania era spacciata. Molti italiani preferirebbero ricordare il 25 aprile con il silenzio, e con un omaggio di fiori ai morti. Nient'altro. Non si tratta di dissacrare. Ciò che di alto e di nobile vi fu nella resistenza resterà per sempre. Si tratta di resistere alle tentazioni della retorica resistenziale.
Senza voler mitizzare quell'insurrezione generale dell'Alta Italia che fu un gesto politico – ma che fu scatenata contro il vuoto: tedeschi e fascisti erano allo sbando, non c'era più nulla contro cui insorgere. La guerra perduta fu una guerra fascista, da ogni punto di vista. Mussolini entrò nel conflitto per iniziativa personale, ignorando i sentimenti degli italiani: mentre la Germania hitleriana assestava colpi mortali all'esercito francese – dando per scontata la vittoria tedesca – per non essere escluso dalla divisione del bottino. Entrò nel conflitto con le Forze Armate inadeguate, scadente l'armamento, pessimo l'addestramento, in maggioranza politicizzati, arrivisti e incapaci comandanti. Arrogatosi il Comando delle Forze Armate sottraendolo al re, il duce non ebbe una sola idea creativa. Poi restò al rimorchio dei tedeschi. La guerra fu combattuta male dagli italiani perché era una guerra del regime e della borghesia, non di popolo. Alle carenze materiali si sommarono carenze morali o civiche cominciando dai generali: queste carenze venivano di lontano, erano il frutto intossicato di secoli in cui, per necessità, la furbizia fu il surrogato della forza. Rimane vero che i cattivi comandanti fanno i cattivi soldati, e lo si vede nella prova dell'8 settembre 1943. La fuga della famiglia reale e di Badoglio, umiliante, fu probabilmente inevitabile. Ma la calca di alti ufficiali – a cominciare da Roatta, capo di Stato Maggiore dell'Esercito, cui era affidata la sorte di migliaia di soldati sparsi in mezza Europa – sul molo di Ortona a Mare, per inerpicarsi sulla corvetta “Baionetta” fu una pagina ignobile. Queste viltà furono riscattate dalla Resistenza. La resistenza migliorò l'immagine degli Italiani: la sua rilevanza politica fu enorme. Questa è la verità: anche quando ha risvolti amari.
La guerra perduta ha cambiato i destini d'Italia. Dal disastro militare fu travolto il fascismo, tra le macerie dell'8 settembre nacque la Resistenza, gli errori e le colpe della monarchia che aveva avallato l'intervento a fianco della Germania nazista portarono alla Repubblica. Sulla restaurata democrazia italiana pesa quest'ombra: d'essere stata figlia della disfatta, e tenuta a battesimo dai vincitori. Circostanze che, sia ben chiaro, non vanificano i valori della democrazia, e nemmeno della Resistenza, che fu un fenomeno politicamente e moralmente importante, con molte migliaia di morti e molti eroi: ma che fanno dubitare della ragionevolezza e dell'opportunità – d'un certo trionfalismo ritualistico a cui siamo assogettati. I discorsi enfatici che accompagnano le commemorazioni del 25 aprile rischiano di suscitare più disagio che consenso. Il 25 aprile segnò l'epilogo di una tragedia nazionale. I Paese seri non sono usi a festeggiare le sconfitte, e non pretendono di barare con la storia: e la storia colloca l'Italia – beninteso l'Italia di Mussolini – tra le nazioni che combatterono e persero la Seconda Guerra Mondiale. Poi, dal profondo buio morale del “tutti a casa!” scaturirono fiamme di riscossa, venne la guerra partigiana. Che nacque e si sviluppò perché l'Italia si era arresa, e i tedeschi ne avevano occupato due terzi, e pretendevano di chiamare alle armi – tramite il vassallo di Salò – dei giovani che non ne volevano sapere. E non ne volevano sapere soprattutto perché la Germania era spacciata. Molti italiani preferirebbero ricordare il 25 aprile con il silenzio, e con un omaggio di fiori ai morti. Nient'altro. Non si tratta di dissacrare. Ciò che di alto e di nobile vi fu nella resistenza resterà per sempre. Si tratta di resistere alle tentazioni della retorica resistenziale.
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