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Dal bastimento in legno alla nave in ferro: l'abilità degli artigiani molfettesi
15 gennaio 2010

Presupposto fondamentale dal quale partire per avere un’esatta cognizione della barca in ferro, è che non esiste una uguale all’altra. Infatti, le linee importanti in fase di progettazione, si concordano col committente, poi si passa alla definizione di due fasi: la prima prevede la riproduzione delle linee di profilo e piante, col disegno della parte carenata che determina la qualità della barca, anche rispetto ai consumi della materia prima interessata, (il ferro), la seconda fase cura la valutazione di elementi come i baglieri, le costole, i bagli, il basamento dei motori, i longheroni, che determinano sia la stabilità in acqua, che la giustezza della struttura stessa dell’oggetto in questione, il tutto costruito in autocad, procedendo a nominarle ad uno da uno, e realizzare il “nesting”, utile alla trasmissione del tutto alle macchine utensili attraverso file appositi. Questa descrizione, ai più può sembrare la descrizione criptata di una moderna nave da crociera pubblicizzata sui media. Invece no, rappresenta l’orgoglio che noi tutti molfettesi dovremmo avere perché è la positiva verifica di quanto già scritto su Quindici a proposito delle abilità professionali che si possono riscontrare a Molfetta sia nel settore della progettazione, mi riferisco all’ing. navale F. Samarelli, che in fase di realizzazione, cioè i cantieri navali dei F.lli Pansini & Figli, e dei F.lli Salvemini. Tutti i cantieri navali molfettesi hanno fatto parte fino ad un decennio fa, di buon diritto, perché in possesso della grande tradizione dei “maestri d’ascia”, del polo cantieristico nazionale, là dove venivano costruiti (e bene anche) i pescherecci che solcano ancora oggi il Mar Adriatico. Poi la svolta. Termoli, San Benedetto del Tronto, Ancona, ebbene sì, il Nord arriva prima, la riconversione industriale intacca la materia prima che fino ad allora è stata utilizzata per costruire le barche, ossia il legno, arriva il ferro, l’acciaio. Molfetta non si adegua, si continuano a realizzare prodotti in legno, sempre meno per la verità, complice il fermo delle licenze, l’aumento dei costi di produzione come ad esempio il gasolio, la rarefazione delle specie marine nelle acque territoriali. Ma c’è chi si guarda intorno, studia, si aggiorna, in aiuto arriva anche il cambio generazionale, finché giunge il 2006, si progetta e realizza il primo natante in ferro. E’ una materia prima che a differenza del legno non “cede”, consuma meno carburante, perchè il ferro è meno pesante del legno, ha bisogno di scarsa manutenzione, ma richiede nuova tecnologia, professionalità differenti. Si chiamano i saldatori certificati, i molfettesi non tardano ad adeguarsi, si specializzano, prima prestavano la propria opera ad Ancona e comunque in quel Nord che ha de-ciso prima di Molfetta la riconversione industriale, oggi lavorano nei nostri cantieri. Occorrono diverse specializzazioni, ormai il più è fatto, i primi riscontri sono stati positivi, il mercato ha fatto il resto, ha determinato il cambiamento di rotta anche qui da noi, i suddetti cantieri cominciano ad attrezzarsi sempre più, a differenza del legno, le sagome hanno un taglio assolutamente preciso, c’è un grande abbattimento di costi, di ore di lavoro, le barche sono molto più sicure, i lavoratori si sono resi conto che devono evolversi, che devono abbandonare i segreti di lavoro accumulati nel corso di ben quattro generazioni, il “mercato” lo ha imposto. Ormai si progettano e si realizzano barche aventi una stazza variabile tra le 15 e le 150 tonnellate, il ferro proviene da Genova, Taranto, Ravenna, aumenta l’indotto perché c’è bisogno di taglio al laser o in alternativa al plasma, quindi sale l’occupazione delle aziende che hanno seguito la scia, le macchine a controllo numerico leggono con estrema precisione i progetti, le parti da tagliare, poi si assembla il tutto in cantiere. Sono finiti i tempi in cui si costruivano parti di navi per conto di Fincantieri per non licenziare gli operai, il tutto con un minimo margine di ricavi, oggi finalmente a Molfetta si costruisce il primo megayacht in ferro commissionato da un armatore milanese, sarà il fiore all’occhiello dei cantieri navali molfettesi in mostra alla prossima campionaria del settore a Genova quest’anno, quella stessa terra che in passato ha apprezzato non poco le professionalità manuali molfettesi, oggi si appassiona anche alle nuove tecniche progettuali e realizzative, qualcosa è cambiato. Ma non è tutto oro quello che luccica, per essere scontati a tutti i costi, mancano le infrastrutture, ormai lo spazio tradizionale cantierabile è diventato insufficiente, c’è bisogno di posizionare la gru in uno spazio diverso da quello esistente, le autorità la titano, Comune e Regione si “rimbalzano la palla”, il linguaggio più utilizzato è l’indecifrabile burocratese, bisogna arrangiarsi a danno della sicurezza sul lavoro, non richiamiamola solo quando accadono fatti spiacevoli. Che si muovano prima gli enti preposti. Altra nota dolente è rappresentata dal rapporto con le banche, sempre pronte a mettere in difficoltà quelle che in gergo sono definite PMI (piccole e medie imprese, ndr), non concedendo quel credito necessario ad essere presenti al meglio sul mercato, che l’ultima commessa ottenuta dai cantieri molfettesi, ha ben spiegato cosa voglia dire “globalizzato”. A questo punto però, gli operatori del settore devono anche avere il coraggio di sottoporsi ad atto di autocritica, hanno infatti a lungo marciato soli, oggi devono infatti avere la capacità di decretare la fine della “solitudine imprenditoriale”, credere di più nel sistema associativo, ossia ritengo opportuno che debbano dare luogo e, non solo sulla carta, ad un sistema consortile che li renda più forti nei confronti dei fornitori, in grado di affrontare i vincoli di Basilea 2 in ambito bancario, capaci di ottenere, sì uniti, tutto ciò di cui hanno bisogno al fine di produrre al meglio i propri prodotti dagli enti preposti, comune, provincia, regione, demanio, ministeri vari, C.C.I.A.A., ICE, banche locali, abili a veicolarli al di là di quelli che possono essere gli ambiti abitualmente frequentati. L’apertura ai nuovi mercati è indispensabile, utile per incrementare i fatturati aziendali, a ridurre il rischio d’impresa in modo tale che le eventuali crisi di settore possano essere attutite dall’offerta di prodotti differenziati, come quelli della pesca e della nautica da diporto, in grado di essere così come lo richiede l’attuale stato economico internazionale attuale, “marketing oriented”, perchè solo così non andrebbe sprecato il know how (bagaglio di esperienze e tecnologia) finora conseguito. Perché insieme si può tutto, o quasi, per chi ci crede.

Autore: Michele Mininno
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