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Un personaggio singolare, una vicenda particolare: Nicola Magrone al Liceo Classico di Molfetta racconta la vera storia di Palmina Martinelli
Nicola Magrone e Anna Margherita Bufi
22 dicembre 2017

MOLFETTA - Ad una donna che ha subito il colpo letale purtroppo non è possibile restituire la vita: tutto ciò che le si può restituire è la dignità. 

La fasanese Palmina Martinelli aveva 14 anni, era solo una bambina quando, 36 anni fa, dovette soccombere all'amaro destino in serbo per lei; eppure si è dimostrata una donna. Una donna che ha avuto il coraggio di rifiutare la prostituzione, una donna che ha avuto la forza di denunciare i suoi carnefici, ma soprattutto una donna dal senso morale troppo alto per essere creduta. Così ne parla Nicola Magrone, pm che ha preso a cuore il processo della ragazzina e attuale sindaco di Modugno, ospite del Liceo Classico "Leonardo Da Vinci" di Molfetta per uno degli appuntamenti del percorso avviato dalla scuola contro la violenza di genere. 

Introdotto dalla dirigente scolastica Anna Margherita Bufi, un personaggio singolare parla di una vicenda particolare: la vicenda in cui si ha la testimonianza diretta, senza alcuna contraddizione, della vittima. Se Palmina, arsa viva da due esponenti della Sacra Corona Unita, dopo 22 giorni di agonia, pur avendo ricostruito il momento della tragedia facendo nomi e cognomi dei suoi assassini con quelle poche forze che le rimanevano, non ha trovato giustizia presso i tribunali dove si sono svolti i processi, non si può dire che abbia trovato la stessa superficialità e lo stesso disinteresse da parte di Magrone. 

«Io le ho creduto sin dal primo momento: mi ha fatto davvero tenerezza quel corpo esile, ormai diventato carbone, di cui restava appena un filo di voce, sufficiente però alla denuncia dell'accaduto», racconta il pm.

Una denuncia che non è bastata, che non è stata ritenuta sufficiente dai magistrati come prova a sostegno della piccola, che ha provocato il rovescio della medaglia: gli uccisori sono stati assolti, la vittima è stata condannata. E il paradosso è che se fosse ancora viva, Palmina avrebbe subito tutte le conseguenze, avrebbe dovuto pagarla cara. Che a condannarla sia stato lo status sociale degradato cui apparteneva o la sua verginità,

attestata dalle innumerevoli verifiche e utilizzata come prova dell'innocenza degli imputati piuttosto che come tesi a favore della piccola, ha scarsa rilevanza perché di fronte alle decisioni della legge c'è poco da fare. Gli imputati non sono più perseguibili, ma è perseguibile un obiettivo: la verità. Anche se per legge il processo, che ha raggiunto il terzo grado, non può più essere riaperto, c'è ancora un barlume di speranza: salvare Palmina dall'accusa del suicidio perché è chiaro che la piccola, trovata in casa in preda alle fiamme in un pomeriggio che avrebbe potuto esser come tanti, è stata vittima di un cruento omicidio.

«Ho dedicato una piazza della città di Modugno a Palmina Martinelli: da quando è stata così ribattezzata, chi ci passa sembra guardarla con occhi diversi, assumendo consapevolezza della vicenda». 

I presenti, e in particolar modo i ragazzi, toccati dalle parole con cui la verità è stata portata a galla, non hanno esitato a far emergere le proprie curiosità circa il ruolo assunto dalla famiglia e circa i provvedimenti che si stanno prendendo per il recupero dell'identità di Palmina. Diversi gli interventi, uno solo il messaggio: gli studenti hanno fatto sentire al giudice di non essere solo a combattere per questa causa. 

I magistrati hanno optato per l'assoluzione dei carnefici, la giustizia ha deciso di stare dall'altra parte, ma l'opinione pubblica può ancora scegliere: è ancora in tempo per abbandonare l'omertà che per tanto c'è stata e scegliere di difendere Palmina Martinelli, di farla tornare a vivere come esempio di coraggio e di purezza che fa onore al nostro Sud. 

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