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Trionfo del Maestro Riccardo Muti a Salisburgo con la Missa solemnis di Beethoven
Il Maestro Riccardo Muti
15 agosto 2021

Un trionfo assoluto del Maestro Riccardo Muti a Salisburgo nella direzione della Missa solemnis di Beethoven.

Riportiamo l’articolo di Valerio Cappelli sul Corriere della Sera che racconta l’ennesimo successo del Maestro di Molfetta:

«Si arriva finalmente alla vetta più alta. «È come scalare l’Everest, è la più grande predica religiosa in musica», dice Riccardo Muti al termine del concerto (10 minuti di applausi e standing ovation) che ha riportato al Festival di Salisburgo la Missa solemnis di Beethoven, che i Wiener Philharmoniker non eseguivano da 19 anni. È come quando si vede La Pietà di Michelangelo, bisogna indietreggiare di qualche passo per poterla comprendere e ammirare. E Muti, che ha diretto per la prima volta nella sua vita questa Messa, dice: «Ho cominciato a studiarla nel 1970, la prendevo e la lasciavo, la riprendevo e la rilasciavo… È la Cappella Sistina della musica, c’è una moltitudine di figure, un mondo pieno di immagini, è un lavoro talmente complesso da far tremare i polsi a ogni interprete».

A contatto con quella che Beethoven riteneva la sua più grande opera, qualcuno ricorderà Karajan, Bernstein, Haitink e Harnocourt, che era stato l’ultimo a portarla nel 2015 a Salisburgo. Ma tanti altri grandi direttori, forse intimoriti, non l’hanno mai interpretata. Il beethoveniano Furtwängler la diresse appena due volte, e così l’ultimo Toscanini. Muti, che scioglie la tensione dinamica in un suono corposo e denso, arriva alla Missa solemnis dopo l’invito del 2020, nell’anno beethoveniano, a dirigere la Nona Sinfonia al Festival (è a 270 presenze, dal ‘71). Come uno statement, una dichiarazione.

Un brano devozionale, con il Covid e le prescrizioni che regolano l’afflusso del pubblico (mascherine, mani disinfettate, doppio vaccino con documento d’identità…), si esalta l’aspetto mistico. Alla prova generale, Muti smussa la tensione in sala con la sua metà partenopea: «Questo applauso è perché non credete sia possibile che abbia compiuto 80 anni?». In questo unicum non è possibile menzionare una sola melodia, «non è il Beethoven della Quinta, che riceve l’ispirazione di un tema nell’intero arco della Sinfonia».

Non c’è una vera elaborazione tematica, diceva Adorno, il filosofo della musica. «È vero, ma Adorno va sempre preso con le pinze, è pieno di temi, anche se non ci sono le melodie cantabili ma cellule tematiche su cui Beethoven lavora come un grande architetto. È la ragione per cui amava molto Cherubini, un altro di quei sommi non famosi per l’invenzione melodica ma per la capacità di costruire».

Il Coro della Staatsoper di Vienna canta dall’inizio alla fine, e con i quattro solisti (Feola, Kolosova, Korchak, Abdrazakov) «è ai limiti della ineseguibilità, Beethoven usa le voci come strumenti e, come dice un noto musicologo, ama tanto le voci e tanto le violenta». Poi tra le divine anomalie c’è il lungo assolo del primo violino sul Benedictus, che rappresenta la presenza di Cristo sull’altare. «Ogni brano ha i suoi tratti specifici, di strumentazione, di colori, di atmosfere. Beethoven si spinge in una zona metafisica, come nelle coeve ultime Sonate per piano, o i Quartetti e la Nona. Sono zone negate al comune mortale. Cercò con le note di evocare il significato più profondo di ogni parola. Nei suoi appunti scrive di faticare molto a trovare la soluzione finale, c’è un’attenzione maniacale al testo». La Missa solemnis era nata per celebrare l’arcivescovo Rodolfo, che aveva lasciato la vita militare. Ma Beethoven la terminò tre anni dopo la sua nomina. «Penò molto per farla eseguire, dovette andare a San Pietroburgo».

Una musica che muove tra due onde temporali agli estremi: una tendenza arcaicizzante che lo riporta a Palestrina, Bach, Händel, o al contrappunto fiammingo; e dall’altra parte «la virulenza e la tragicità di brani che anticipano il mondo romantico». Muti pensa al finale, a «quella specie di fanfara di guerra di trombe e timpani che evocano le guerre tra i popoli, un grido disperato verso Cristo, e poi tra le note incombono i conflitti dell’uomo. Capolavoro assoluto».
Valerio Cappelli

 

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