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Teatro comunale di Molfetta, Pino Sasso: bisogna fare presto, lo attendiamo da 50 anni
Pino Sasso
22 aprile 2019

 MOLFETTA – Tra gli articoli più interessanti presenti sul numero della rivista mensile “Quindici” in edicola in questi giorni, c’è una nuova inchiesta, questa volta dedicata al progetto del nuovo teatro comunale.

Abbiamo sentito gli uomini di teatro di Molfetta, dando la parola ai protagonisti: attori, registi, autori, esperti e personaggi del mondo dello spettacolo e della politica. Chi meglio di loro può parlare e offrire suggerimenti sul progetto del nuovo teatro comunale

Vi proponiamo l’intervista inedita di Daniela Bufo a Pino Sasso, regista di tanti spettacoli teatrali e direttore dell’Associazione Culturale Teatrale “Su il Sipario” della Parrocchia San Gennaro. L'intervista è arrivata fuori tempo massimo, per cui non è stato possibile pubblicarla sulla rivista.

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Pochi dubbi, solo la certezza di aver atteso questo progetto da decenni. Questo traspare invece dalle parole del regista Pino Sasso, al momento impegnato con la messa in scena “Basta violenza sulle donne”.

 Cosa ne pensa del nuovo progetto del teatro comunale? Non crede che il costo, 7 milioni di Euro, sia eccessivo?

«Stiamo aspettando questo progetto da 50 anni, penso di parlare a nome di tutte le compagnie teatrali di Molfetta. La cifra ci può stare, anche perché non essendo un ingegnere non so quanto possa costare, nel pratico, costruire un teatro. La mia unica paura è che tra appalti, magari ricorsi, problemi, si perda ancora più tempo del previsto. Noi vogliamo fortemente questo teatro, senza troppe discussioni».

La posizione non le sembra periferica?

«Non è importante la zona in cui nasce un teatro, l’importante è che nasca un teatro. È la stessa storia che ha accompagnato la nascita della Cittadella degli Artisti. Date alle persone uno spazio da adibire a parcheggio auto e vedrete che il pubblico comincerà a frequentare la struttura, se quest’ultima funziona come deve».

Non è troppo grande questo teatro per le esigenze locali, ricordando che il Petruzzelli ha 1.400 posti?

«Non è a mio avviso troppo grande. Le faccio l’esempio dell’Anfiteatro di Ponente che ha anch’esso una capienza di 1.200 posti. In estate è pieno come un uovo e non solo per le grandi manifestazioni ma anche per gli spettacoli locali. Una buona gestione del programma con una buona varietà di genere, permetterà di vedere anche il nuovo teatro stracolmo. Un altro modello è il teatro di Altamura, ogni giorno c’è uno spettacolo e raggiunge sempre ottimi risultati».

Il golfo mistico da 50 posti ed il palcoscenico alto solo 6,5 m non sono un limite per questo tipo di struttura?

«Non voglio entrare in dettagli tecnici. L’importante è arrivare ad avere un teatro. L’esigenza è averlo in tempi brevi. So solo che bisogna cogliere questa possibilità. Avverare il desiderio e la voglia di teatro nei molfettesi».

È d’accordo con l’affermazione di Michele Mirabella secondo il quale il rischio è trovarsi a “l’ennesimo non luogo”?

«Sono perfettamente d’accordo con questa idea. Tutto sta nella gestione. A Molfetta un teatro vero e proprio manca da 50 anni. Le compagnie locali ne sentono il bisogno ancora di più dopo la chiusura dell’Odeon. Siamo strati costretti a rivolgerci ai teatri parrocchiali per continuare le nostre attività. Ripeto, bisogna fare presto, non allungare i tempi, ma pensare subito ad una gestione mirata».

Secondo lei il teatro potrebbe essere adibito anche a sala cinematografica per coprire le spese nei giorni in nei quali non ci sono eventi teatrali?

«A Molfetta c’è già un cinema, per di più un multisala. Molfetta ha bisogno di un teatro. Lo penso come ad un luogo adibito solo per spettacoli teatrali o al massimo collaterali, al quale tutte le compagnie locali e non debbano poter accedere. E sottolineo tutte».

A chi dovrebbe essere affidata la gestione?

«Io credo sia più giusto che la struttura abbia una gestione pubblico-privata. Un esempio virtuoso sotto questo punto di vista è la gestione del Museo Diocesano affidata ad una cooperativa di giovani entusiasti che sono stati capaci di garantire passione e impegno, tutto ciò che non era stato garantito in passato. Bisogna scegliere bene a chi affidarla, soprattutto all’inizio. Le compagnie locali devono poter collaborare, ma ripeto, bisogna pensarci bene».

“Quindici” ha proposto come nome del teatro quello di Luigi Capotorti, nato a Molfetta nel 1767 e morto a San Severo nel 1842, grande compositore e violinista italiano. Lei che ne pensa?

«Mi creda, anche il nome è irrilevante. Spero non ne nasca un dibattito che faccia perdere ancora tempo. Spero si arrivi al dunque il prima possibile».

© Riproduzione riservata

Autore: Daniela Bufo
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