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Si spacca il Pd a Molfetta sulla richiesta dell’assessorato. Piergiovanni e compagni abbandonano l’assemblea. Lunedì il sindaco comunica la nuova giunta La richiesta dei Lavori pubblici non accolta dalla maggioranza del partito. Si va verso il congresso con tre mozioni. Il commissario tenta di ricucire. Le divisioni nelle altre liste civiche e il ritorno di Mastropasqua
23 gennaio 2021

 MOLFETTA – La crisi amministrativa del governo ciambotto di Tommaso Minervini a Molfetta, registra un colpo di scena da parte del Partito Democratico.

Ieri all’assemblea del partito (tenutasi all’interno della sala convegni del comune a Lama Scotella) si è registrata una spaccatura netta fra il gruppo che fa capo a Nicola Piergiovanni (con referenti regionali Lacarra o Decaro) e il resto del partito fra cui Piero de Nicolo, Pietro Capurso, Oronzo Amato e altri esponenti che hanno come leader Michele Emiliano.

Si discuteva, ovviamente, di verifica e rimpasto all’interno della giunta Minervini e il gruppo di Nicola Piergiovanni, contrariamente alla maggioranza del partito - che era per la riconferma dell’assessore Gabriella Azzollini, ma con una delega non tecnica, per evitare equivoci -, pretendeva i lavori pubblici lasciati liberi dalle dimissioni di Mariano Caputo, indagato nel cosiddetto scandalo “Appaltopoli” per presunte irregolarità negli appalti comunali.

E, per questo incarico aveva già un nome, quello dell’ex assessore Giulio Germinario, nuovo acquisto del gruppo. La richiesta di questo assessorato, ovviamente, avrebbe fatto perdere la delega all’Azzollini, per cui Piero de Nicolo, avrebbe chiesto le dimissioni dello stesso Piergiovanni da presidente del Consiglio comunale. Una cosa assolutamente improponibile per l’interessato, rimasto attaccato alla poltrona, anche dopo il passaggio di Minervini da Emiliano al suo avversario Fitto e dopo lo scandalo “Appaltopoli”.

Così, il gruppo Piergiovanni (che comprende anche il consigliere provinciale Gianni Facchini e ora lo stesso Germinario e Leo Amato) dopo aver urlato dal fondo della sala “lavori pubblici”, e, senza motivare questa scelta, ha abbandonato l’assemblea, certificando la spaccatura interna che porterà, probabilmente ad una terza mozione al congresso del partito (presentata da Pietro Capurso e dai giovani democratici, accanto a quella di Emiliano e Lacarra) per la nomina del nuovo segretario, dopo l’attuale fase di commissariamento.

La maggioranza del partito e i giovani democratici avevano proposto di confermare Gabriella Azzollini ma con la delega alla cultura, turismo e politiche giovanili per qualificare il partito, migliorare il programma e dare un segnale di rinnovamento rispetto alle vecchie logiche, migliorando l’immagine del Pd mostrata alla città negli ultimi mesi.

Al commissario Saverio Campanella, tocca ora il tentativo di ricomporre le anime del Pd, cercando di ricucire e arrivare al congresso, dove comunque le mozioni saranno tre, come “Quindici” è in grado di anticipare. Insomma, il Pd cerca di qualificare la propria presenza con una visibile inversione di rotta rispetto al passato.

A questa situazione del Pd, si aggiungono le altre divisioni all’interno delle varie liste civiche a cominciare da “Noi”, dove l’uscita critica nei confronti del sindaco da parte di Pasquale Mancini è stata interpretata da qualcuno come il desiderio dello stesso Mancini di tornare a fare l’assessore. La posizione di Saverio Tammacco, che, come sempre si muove dietro le quinte e mai alla luce del sole, è quella di ritornare dalla parte di Emiliano con l’ennesima giravolta da esperto voltagabbana quale ha dimostrato di essere. Eletto consigliere regionale con il centrodestra di Fitto e rimasto all’opposizione, non conta nulla e vorrebbe ritornare in maggioranza, anche per permettere all’amministrazione Minervini di ottenere altri finanziamenti regionali, come quelli copiosi già ricevuti in passato, quando orbitava nell’area del presidente della giunta regionale.

E questa è anche la speranza del sindaco che si accinge a presentare lunedì la nuova giunta comunale, cercando di rimettere insieme i cocci della sua amministrazione, in un ciambotto che più rancido non si può. Ma la necessità di restare in sella ed evitare dimissioni ed elezioni anticipate è più forte di tutte le spaccature, al punto che perfino il gruppo che fa capo all’assessore all’Urbanistica Pietro Mastropasqua avrebbe fatto un passo indietro, dichiarandosi disponibile a rientrare in giunta, ma dovrà pagare il prezzo della perdita dell’Urbanistica a favore di una delega di minore peso.

Insomma, Tommaso Minervini, forte della debolezza di Tammacco (fino a ieri sindaco ombra) e delle divisioni fra le liste civiche e nello stesso Pd, si ritrova insperatamente più forte e con una maggiore autonomia decisionale nella scelta degli assessori, anche se non è detto che riesca a quadrare il cerchio, varando una giunta che andrebbe in fibrillazione alla prima occasione.

In tutto questo scenario, si inserisce la posizione di Rifondazione comunista che, per salvare la città ormai in degrado, apre ad una possibile alleanza per un governo alternativo con le forze di centrosinistra e fa appello al dott. Felice Spaccavento come punto di riferimento di una coalizione diversa. Cosa farà il Pd in questo caso? Resterà con il gruppo delle liste civiche di destra o si schiererà con la nascente area di centrosinistra? Un interrogativo che molti già si stanno ponendo in queste ore.

Ma per il sindaco Minervini in questo momento importante è tirare avanti fino alla fine del mandato (nel 2022), sperando che la vicenda “Appaltopoli” non metta i bastoni fra le ruote di un carro già malandato.

“Quindici” quello che gli altri non dicono.

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