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Rufus, ecco perchè ti abbiamo amato così tanto a Molfetta
La cuccia di Rufus alla stazione
27 maggio 2021

MOLFETTA - Quanto lo ha amato Rufus, Molfetta. Centimetro per centimetro di quel pelo ribelle, sempre arruffato. Lo ha riempito di carezze e di abbracci e oggi lo saluta col cuore pesante e gli occhi gonfi, come si fa con i compagni cari, al momento degli addii. Non poteva essere diversamente. Una città come questa, figlia del mare e dell'emigrazione, libera e tormentata, flagellata dai suoi mali oscuri, mai sopiti, non poteva non innamorarsi di questo randagio trasandato e malinconico, fiero e romantico pronto a prendere quanto la vita gli avrebbe concesso giorno per giorno ma senza rinunciare ai suoi spazi.

 Forse per quell'impronta anarchica e indecifrabile, che ricordava un po' quei vecchi marinai, tutti sale e vento, coi volti scavati dal lavoro, sempre in giro per mare, una vita sacrificata tra i flutti. In questi anni (sì, ma quanti? Tanti comunque, tantissimi), non c'è molfettese che non l'abbia incrociato: su una spiaggia, sul porto, sul sagrato di qualche chiesa, davanti alla stazione ferroviaria, magari davanti alla grande fontana restaurata, il suo avamposto preferito, la base delle sue “zingarate”, come è costume di ogni vagabondo.

Lo riconoscevi immediatamente, quel suo incedere incerto e zoppicante eppure così tenace e vibrante. Non aveva rinunciato a battere strada per strada la città, nemmeno gli ultimi tempi: si trascinava orgoglioso, non voleva darla vinta alla vecchiaia.

Assomigliava un po' al senzatetto di Piazza Grande di Lucio Dalla, che dalla sua esistenza scombinata, si nutriva della vita degli altri e la rendeva così, con la sua presenza calda e discreta, più dolce. Rufus che volendo ne avrebbe potute avere tante (quale molfettese non avrebbe aperto la propria porta per lui?), aveva scelto di trasformare l'intera città nella sua casa.

Era amato, eppure si portava dietro quella malinconia dolciastra e un po' tormentata tipica di quelli che decidono di non mettere radici da nessuna parte. Sembrava un messaggio del passato, calato nel presente. Vivere come va, amare incondizionatamente.

La sua storia profumava del vangelo di Don Tonino Bello, che leggeva nei tormenti nobili degli ultimi la strada da battere di corsa, con le maniche rimboccate. Era diventato un simbolo nel dicembre del 2013, quando spontaneamente si era unito a un gruppo di zampognari che suonavano lungo le vetrine del Corso addobbato per le feste natalizie e aveva accompagnato le loro melodie con il suo ululato intonato.

Come tutti i simboli, avrà l'onore e l'onere di non scomparire dopo la morte. Gli dedicheranno probabilmente una targa o una statua, da qualche parte lungo il prato della fontana della stazione.

In tantissimi continueranno a vederlo aggirarsi per i vicoli della città e ascolteranno il suo canto libero.

© Riproduzione riservata

Autore: Onofrio Bellifemine
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