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Ricordo di Matteo Altomare, primo sindaco di Molfetta dopo il fascismo
27 giugno 2018

Caro Direttore,

ho avuto la fortuna di trovare, tra i quadri posti nello studio dell’avv. Muti, la scheda relativa alla prima elezione amministrativa del nostro Comune che, si svolsero il 10 novembre 1946.

Questo mi ha dato la possibilità di leggere nomi a me noti come: Matteo Altomare, l’avvocato Altamura, Michele Nuovo e l’instancabile factotum del PSI Tommaso Ciccolella. Nella DC quelli, di Luigi Massari e Donato de Palma, che ho avuto come sindaco e Vincenzo Zagami che ho avuto come collega.

Ho anche potuto scoprire che in quella tornata elettorale le candidate furono solo 8 di cui 4 nella DC, nessuna nel Fronte Polare. I risultati furono favorevoli alla coalizione PCI-PSI che elesse ben 18 consiglieri, la DC 5. Il più suffragato fu Matteo Altomare con 5.762 preferenze. Matteo Altomare era già sindaco, sin dal marzo 946, con nomina prefettizia, su segnalazione del Comitato di Liberazione nazionale (CNL). All’epoca molti Comuni si liberarono dai commissari che, rivenivano tutti dal vecchio regime. Anche la stessa Consulta nazionale, composta da 430 membri (un vero parlamento), formata da personalità rivenienti da: sindacati, organizzazioni patriottiche, partiti politici, fu nominata dal governo su segnalazione di queste organizzazioni. Anche se con parere consultivo, la consulta collaborò con il governo fino al 2 giugno ‘46.

Dopo questa divagazione, ritorno a parlare di Matteo Altomare, (don Matteo) per tutti noi. Dopo la grande affermazione elettorale del ‘46, arrivarono le elezioni politiche del 18 aprile ‘48. Un vero capovolgimento. Il Fronte Popolare perse oltre 3.000 voti, la DC ne conquistò oltre 10.000 arrivando a 13.900, pari al 50,5%. Questo, sia alla Camera che al Senato. In verità nessuno in consiglio chiese le dimissioni di Matteo Altomare che, otre tutto, godeva di una grande stima. A pensare che le dimissioni da sindaco erano necessarie e democraticamente dovute fu don Matteo. Malgrado i pareri discordanti e tra i socialisti e nel PCI, don Matteo non retrocesse. Arrivò a scrivere a Togliatti che si sarebbe dimesso da sindaco. E così fu.

Nella seduta del consiglio del 20 giugno, a soli pochi giorni dalle elezioni, esordì dicendo: “in conseguenza del responso elettorale delle recenti elezioni politiche, la giunta comunale rassegna le dimissioni. Questo è un atto costante del regime democratico al quale la giunta non ha potuto sottrarsi. Si potrebbe osservare che le elezioni politiche e quelle amministrative siano cose diverse, ma riesce impossibile rimanere alla gestione della cosa pubblica, non più sorretta dal consenso cittadino. Questo era il clima politico in quel momento, il netto distacco tra politica e potere. 

Non essendoci una maggioranza diversa in consiglio, si arrivò alla nomina di un commissario che, rimase in carica fino alle elezioni del 15 maggio ‘49. In quelle elezioni, ancora una volta il più suffragato fu don Matteo (il don ci sta tutto) con oltre 5.000 voti, ma per “punizione” in lista, fu “relegato” al secondo posto dopo l’avvocato Altamura. Non credo che, Molfetta abbia avuto, altro sindaco dello stesso carisma, della stessa caratura morale e politica di don Matteo.

Vitangelo Solimini

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