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Quattro appuntamenti del Carro dei comici per l’estate a Molfetta
Francesco Tammacco
19 giugno 2018

MOLFETTA - Interessanti ed affascinanti si presentano gli appuntamenti proposti dal Teatro del Carro per l’estate 2018 che rientrano  nel cartellone di eventi molfetta.
si tratta di quattro eventi: Il sogno di Gea (21 giugno), Abulivia (22 giugno) che verranno portati in scena nella suggestiva cornice del museo civico archeologico; Furti di rame (26 giugno) e la Ballata della coppola (28 giugno) che vedranno come  location il Chiostro di San Domenico.
Tutti gli spettacoli sono patrocinati dalla Regione Puglia al fine di valorizzare i contesti architettonici più belli esistenti nel territorio della Puglia.
I due appuntamenti proposti si legano come tematiche perfettamente al Museo Civico Archeologico che li ospita  e sarà questa anche una buona occasione per visitare questo luogo che custodisce tanti preziosi reperti che testimoniano la nostra storia e il legame con le nostre origini.

 Ecco qualche informazione  in merito alla genesi dello spettacolo raccontata dal suo stesso autore, Francesco Tammacco che è riuscito a cogliere similitudini e parallelismi fra la zona umida di Trinitapoli e il Pulo di Molfetta.

 Il sogno di Gea. Dove tutto cominciò

Per capire: Quando nel 2004 mi fu chiesto dall’Assessore alla Cultura di Trinitapoli di scrivere una biografia fantastica sulla Signora delle ambre, mi recai al Pulo, purtroppo allora ancora chiuso.
Necessitavo di calarmi nelle vive atmosfere che la nostra storia ci dona. Vidi una voragine dimenticata, una pancia caverniforme, alla quale è stato, per diverso tempo, reciso l’ombelico. La Signora delle Ambre, così l’avevano nominata gli archeologi sotto la direzione della Dott.ssa Tunzi nell’atto della scoperta, era ciò che restava di una donna sepolta nel neolitico nella zona umida di Trinitapoli.

Una donna tutta ammantata di pietre di ambra, sepolta in solitudine distante dal resto delle altre sepolture comuni ; ragione per cui nascevano delle sollecitazioni fantastiche in merito alla sua provenienza e al suo ruolo nella comunità. Ebbene quel testo, imbevuto di suggestioni oniriche, divenne spunto per uno spettacolo teatrale, rappresentato in diversi contesti pugliesi, analoghi al nostro Pulo. Dedico dunque questo spettacolo a Molfetta, la mia terra d’origine, al suo Pulo che ne è sicuramente l’Archetipo.

Il Sogno di Gea è uno spettacolo performativo ispirato agli elementi primordiali che compongono da sempre i rapporti misteriosi dell’uomo-donna e la Natura. Basato dunque su di un testo drammatico lirico e simbolico nel quale a contrappunto di scene descrittive come quelle dei riti cultuali, della caccia e del sacrificio totemico; vi sono approfondimenti filosofici sul concetto di Tempo, Natura, Amore con un vivo intreccio al tempo presente e futuro. È un viaggio che ricorda quello di Prometeo ed Efesto  e, perché no, simile al lavoro degli archeologi che amano congiungere nel cerchio, passato, presente e futuro. E’ il teatro del pensiero danzante.
Francesco Tammacco

 Per chi volesse approfondire questo affascinante argomento vi offriamo il pensiero del filosofo molfettese Giacomo Pisani, apprezzato collaboratore di “Quindici”.

 Il Sogno di Gea. Note di regia suggerite dalla recensione di Giacomo Pisani

Riscoprirsi nel ventre della Grande Madre, trascinati da suggestioni intricate, mai risolte, suscita quelle emozioni ancestrali, spontanee, che sciolgono l’uomo da ogni vincolo, da ogni mediazione. Il cerchio universale, in cui si racchiude il mistero generativo della vita, si lascia svelare dalla danza creatrice della donna. Creatrice di sogni, di passioni, di pulsioni autentiche, che immettono l’uomo direttamente nel ritmo della natura. La donna, così, porta l’individuo a ripercorrere la via del sentimento, cammino strano, sciolto dall’ansia stringente dei motivi quotidiani, sempre uguali, sempre finiti. Nell’amore l’uomo si apre all’infinito, intravede il proprio oggetto vivendolo in sé stesso, riscoprendo la danza del proprio universo interiore. E’ così che la natura rivela il proprio mistero, cullata dal chiarore primordiale della luna.

E’ lì la chiave, tutto è al centro della Grande Madre, sotto l’immensità inesplorabile del cielo, racchiuso nello sguardo della donna, nel mistero insondabile del suo ventre. Tutto è lì, l’infinità vissuta dei sentimenti, oggettivata nel principio della vita. La luna, stimolatrice di riscoperte riflessioni, approssimate alla misteriosa fonte creatrice dei sentimenti, della vita, dei sogni, ispira il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, nelle parole degli attori: “Ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”: così, ripercorrendo riti culturali, scene di caccia e di sacrificio che hanno animato la vita primitiva, lo spettatore rivive i simboli che hanno espresso il legame immanente dell’uomo con la natura.
Ma il segreto eterno, che racchiude il senso del nostro vagare, del nostro approssimarci alla bellezza in sé, al sentimento disinteressato, attraverso la soggettività mai finita della donna, è ormai stato violentato. Quella bellezza, motore dell’universo sognante dell’uomo, è stata ricoperta da distese di palazzi, macchine, fonti di immediato appagamento materiale.
Tutto è qui, tutto nel mondo finito. Non c’è più niente sopra il cielo, a reggere la luce delle stelle, della luna. Persino il mistero della donna si perde nella corsa spietata allo sfruttamento, all’appagamento carnale. “E’ tempo”, è tempo di risalire nell’unico mondo ammissibile, l’unico che non promette vie di fuga.

 Qualche nota tecnica per conoscere meglio lo spettacolo e i suoi interpreti.
Il sogno di Gea, testo e regia di Francesco Tammacco, con Benedetta Lusito, Gabriella Caputi, Isabella Ragno Francesco Consiglio e Giulia Mastropasqua, Valeria Angione, Giulia De Ceglia, Pierluigi De Palma, Roberto Corrieri, Sawadogo Sidy Kalusha, Coulibaly Ibrahim, Doumbia Abou. Musiche originali composte da Pantaleo Annese; Flauto: Federico Ancona. Coreografie di Agnese Cassano. Scuola di danza Scarpette Rosa.
Giovedì 21 giugno al Museo Civico Archeologico di Molfetta alle ore 21. Regia di Francesco Tammacco. Produzione: Il carro dei comici

www.ilcarrodeicomici.it - info: t. 339 7758173- FB- ilcarrodeicomicimolfetta@gmail.com


Anche il secondo appuntamento in programma proposto dal Teatro del Carro mette in primo piano la nostra Madre Terra e il rapporto viscerale che ci lega a lei e ai suoi frutti. Vuole essere quindi un atto di amore verso colei che ci ha generato.

Si tratta di “Abulivia, canto di un pensiero non potato”, spettacolo vincitore del concorso “La corte della formica” Napoli, 2006, di Francesco Tammacco, con Felice Altomare, Francesco Tammacco e Rosa Tarantino. Coreografie e danze Anna Ilaria Davvanzo, musiche originali di Federico Ancona. Proiezioni video e montaggio di Michele Pinto (Morpheus ego), regia di Francesco Tammacco.

 Note di regia.
Lo spettacolo “Ab-uli-via” nasce con l’intento di parlare delle condizioni dei giovani del sud. Attorno ad un ulivo, gira una giostra umana dalle condizioni più varie. Un canto di un pensiero non potato, che nasce con la testimonianza viva ed accorata di un contadino in età che piange per il vuoto nella terra lasciato da un ulivo spiantato e venduto ad un ricco dottore di Milano. “E mò è tuttvachend” (ora è tutto vuoto). Il vuoto è l’asse portante dello spettacolo. I giovani come gli alberi, ancora oggi partono, certo più istruiti del mondo , ma sempre a cavallo di una valigia piena di precarietà ed inadeguatezza delle politiche sociali. Lasciando vuoti incolmabili e difficili da riempire per il significato fallimentare che determinano.
Si parla in modo ironico e divertente del preconcetto per il quale i contadini debbano restare, in una impasse sociale e culturale, fermi nella cultura, nel sapere, nella crescita sociale, “come se alla vanga e alla calura non potesse far eco la cultura”… “ci hanno fatto innamorare di una cultura di massa senza direzione né autorevolezza, ci hanno fatto allontanare dai mestieri di sudore perché ritenuti sporchi, cafoni ed inutili”(…).
L’ulivo poi visto come icona sacra con i suoi rimandi alla passione di Cristo, rami che diventano croci, pesi da essudare, calvari esistenziali di cui il Sud in particolare è carico. (…) ”vigilate et orate, ut non intretis in tentationem”…
Ab-Uli-Via è il grido di speranza e di dolore cui è sottoposta la “carne viva” della gente del Mezzogiorno. Il Carro dei Comici di Molfetta lungi dall’idea di politicizzare il luogo dell’arte, avverte l’esigenza, oggi più che mai, di essere anche teatro politico (nel senso nobile ,greco, del termine) e mette a disposizione la sua arte per gli uomini che ne intenderanno favorire del pensiero la diffusione. Francesco Tammacco.

Lo spettacolo andrà in scena venerdì 22 giugno sempre al Museo Civico Archeologico di Molfetta alle ore 21.

Info e prevendita. Il Teatro del Carro - Via Giovene 23 Expert Gadaleta – Corso Umberto 25/27 Cell. 339 77 58 173 – 333 62 59 112.

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