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Prima regionale del libro “Il figlio perduto” di Alessandro Gallenzi alla libreria “Il ghigno” di Molfetta Interazione letteraria tra il professore universitario Vito Santoro e l’autore del romanzo
De Marco, Santoro, Gallenzi
03 agosto 2018

MOLFETTA - Il quarto appuntamento del festival letterario “Storie Italiane”, organizzato dalla libreria cittadina “Il ghigno-un mare di storie”, ha visto protagonista la prima presentazione regionale del libro “Il figlio perduto” di Alessandro Gallenzi, attraverso l’interazione letteraria del professore universitario Vito Santoro con lo stesso autore.                             

Traduttore, autore di poesie e romanzi, nonché fondatore, insieme alla moglie Elisabetta Minervini, delle case editrici “Hesperus Press” e “Alma Books” di Londra, ha pubblicato il libro da cui è stato tratto il film premio Oscar “La teoria del tutto”, riguardante la vita del noto scienzato Stephen Hawking.

L’introduzione del prof. Santoro ha focalizzato l’attenzione della platea sulla singolarità dell’opera: primo libro scritto in italiano, che racconta una storia italiana, la microstoria, che racconta la vicenda biografica di uno dei figli di Benito Mussolini, che s’intreccia con la macrostoria, che tratta il periodo fascista, e rende il prodotto artistico un romanzo storico. 

“Il figlio perduto” è Benito Albino Mussolini, nato dall’unione del Duce con Ida Irene Dalser, amante di Mussolini, donna intellettuale e dal pugno fermo a cui si deve il riconoscimento ufficiale di Benito Albino, è stato sepolto vivo nell’ istituto psichiatrico a Mombello di Limbiate (grande manicomio provinciale di Milano) e condannato alla damnatio memorie durante l’ascesa del padre.

La vicenda personale travagliata di Benito Albino è raccontata attraverso il punto di vista del personaggio di Giuseppe Giudici, paziente nello stesso manicomio, a cui è stata diagnosticata l’epilessia e che vive l’internato dal 1933 al 1942, stesso periodo di degenza di Benito Albino. Il quale, viene presentato come un appassionato di cultura, un divoratore di libri, molto somigliante al padre: di cui è specchio sia nell’aspetto fisico che nell’aspetto creativo: in quanto entrambi scrittori di drammi e versi e rappresenta quella mancanza di libertà, quella chiusura dell’Italia del fascismo. 

"Il figlio perduto” di Mussolini è l’emblema della “generazione perduta”, mentre Giuseppe Giudici è l’emblema dell’impegno resistenziale degli anni del fascismo. Singolare come la storia del protagonista è anche lo stile dell’autore, permeato di cultura inglese, dotato di una perfezione geometrica, si erge contro ogni compiacimento barocco, mettendo in atto, in maniera antifrastica, ciò che l’epigrafe di Mussolini proclamava: “i morti possono raccontare la storia!”. 
Il prof. Santoro dopo aver tracciato la parabola del romanzo, conclude, dicendo: “Ma il romanzo di Alessandro Gallenzi non è solo un romanzo storico, ma è anche un racconto di amore, di amicizia, di fede, fede che viene sottolineata dall’uso del verbo “transumanare”, neologismo dantesco utilizzato per la prima volta nel canto I del “Paradiso”, al verso 70. Una fede che deve elevare la dimensione umana, la quale deve andare contro il conformismo, nel tentativo “di vedere altro”.
L’autore Gallenzi, tirando le mosse del vocabolo dantesco, afferma che il voler vedere l’umano, l’umanità stessa è stata la forza motrice dell’intera opera. Il lavoro di documentazione è stato articolato sulle fonti storiche del documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli, in quanto l’autore ha avuto accesso a tutto il materiale di ricerca, grazie al trasferimento dello stesso regista Laurenti a Londra. La prima e più cospicua fonte è stato l’istituto psichiatrico Monbello, improntato all’ergoterapia, vera e propria città in miniatura, dotato di ogni tipo di infrastruttura.

La seconda grande fonte sono state le carte di Luigi Luggiato, dirigente medico del manicomio, che non si è opposto al fascismo, ma si è reso complice della follia che muoveva l’intero istituto psichiatrico. Le cui carte sono state rese pubbliche dall’Associazione Nazionale Psichiatri Italiani solo nel 2016, patrimonio dal valore inestimabile per la ricostruzione della follia del fascismo.

Luggiato è stato un uomo caratterizzato da luci e da ombre: dalla passione per la letteratura, coltivata in veste di critico letterario; alla complicità nel reato di regime che ha portato alla morte Benito Albino, in quanto mandante delle iniezioni di insulina che gli causarono la morte. Burattinaio di destini umani, coordinatore di un meccanismo folle che ha causato disagio a pazienti malati ma anche a pazienti normodati, rinchiusi nella bolgia infernale che è stata Monbello.

La terza grande fonte è stata quella inerente alla resistenza, presentata nella totalità della sua ambiguità dal personaggio Giuseppe Giudice, che non giudica ma è diretto osservatore e testimone dei fatti. I riferimenti letterari ingenti e ben articolati, rimandano a Pirandello sia alle sue novelle come “La carriola” sia alla tematica della follia sviscerata nel “Fu Mattia Pascal”; ma anche alla figura dell’autore minore Lorenzino de’ Medici, scrittore e assassino, genio e follia che giustifica l’omicidio del cugino duca di Firenze, con la sua “Apologia”, ultimo gesto estremo presentato da uno pseudo tirannicida, che vendica l’oppressore.

I personaggi presentati sono in un costante dissidio interiore tra follia e normalità, dissidio che non ha solo caratterizzato gli anni del fascismo, ma anche gli ultimi venti anni del ‘900, anni travagliati che hanno portato lo stesso autore alla scelta di trasferirsi in Inghilterra. Oasi felice in un deserto di opportunità, che ha portato l’esilio forzato di Gallenzi in una riscoperta del valore della meritocrazia, non più mera chimera.

“La Gran Bretagna mi ha dato molto, molto di più di quanto potessi immaginare! In primo luogo la capacità di investire che qui non c’è, in secondo luogo l’interesse per i giovani, sempre vivo ed accompagnato da sovvenzioni ed agevolazioni. Soffro molto il distacco dalla cultura italiana ma sento continuamente l’apertura all’italianità nel paese in cui vivo. Sono contorniato da amici inglesi che adorano la lingua, la cultura e la letteratura italiana quindi mi sono creato comunque un microcosmo in cui coltivare le mie radici, di cui sono molto fiero. Confido nella creatività italiana, confido nell’umanesimo italiano: quella peculiarità che tutti ci invidiano e che dovremmo esportare insieme alla mozzarella!”.

Alessandro Gallenzi rappresenta la sinergia del traduttore scrittore, creativo, originale e fiero del suo ruolo rivendica la sua predilezione per l’arte della traduzione, considerata attività principe dell’atto creativo, anche se sottovalutata, malpagata ma estremamente gratificante.

 A riguardo di una papabile traduzione inglese dell’opera italiana, afferma: “Non so se uscirà una traduzione inglese del mio romanzo, perché è una storia italiana scritta in lingua italiana e, forse, difficile da capire da un pubblico inglese. Qualora si prospetti questa possibilità non sarà di mio appannaggio, la storia che volevo raccontare l’ho raccontata, vedremo se sarà diffusa in un’altra lingua”. 
Infine, l’interazione con il pubblico, coinvolto dalla presentazione ha portato l’autore Gallenzi ad approfondire sia il suo metodo di scrittore che il rapporto tra Mussolini e le donne.

Per quanto riguarda il suo metodo, ha dichiarato: “Non c’è un metodo universale per scrivere un buon libro. Io ho proceduto lentamente, ogni parola, ogni frase è stata ben ponderata fino alla conclusione del progetto. Progetto che ho inviato alla mia agente, Rosaria Carpinelli e che ho rivisto solo dopo un anno, apportando minime migliorie perché ero già contento del risultato!”, posizione confermata dall’intervento della moglie Elisabetta che ha letto il romanzo solo dopo che era stato ultimato.

A proposito del rapporto del Duce con le donne, il traduttore ha sottolineato il fatto che nonostante Mussolini avesse intrattenuto vari rapporti amorosi con le donne, non le abbia mai amate davvero.

Il Duce è stato solo un uomo molto abile nel giostrare le opportunità che esse avevano da offrirgli, schermandosi dietro il ruolo di donna madre di Rachele Guidi, dietro la ricchezza e l’intelligenza di Ida Irende Dalser e dietro la tenacia e la femezza di Margherita Sarfatti.

La conclusione dell’evento letterario ha condotto le coscienze dei partecipanti a ponderare bene sugli errori della storia perché “i morti possono raccontare la storia”, meglio di chiunque altro.

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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