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Presentazione del libro “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri al Ghigno di Molfetta
Stella de Trizio e Romana Petri
30 luglio 2018

MOLFETTA - Il terzo appuntamento del festival letterario “Storie Italiane”, organizzato dalla libreria cittadina “Il Ghigno-un mare di storie”, ha visto protagonista l’interazione letteraria tra la prof.ssa Stella De Trizio e Romana Petri, autrice del libro “Il mio cane del Klondike”, candidata finalista per ben due volte al Premio Strega.

La scrittrice, figlia del basso Mario Petri, vive tra Roma e Lisbona. In collaborazione con il marito Diogo Madre Deus dirige la casa editrice Cavallo di Ferro. Riveste il ruolo di professoressa, di critica letteraria, traduttrice dal francese, dallo spagnolo, dal portoghese di autori come Jean-Marie Gustave Le Clézio, Alina Reyes, Adolfo Bioy Casares, Anne Wiazemsky, Helena Marques, Ana Nobre de Gusmão, Inês Pedrosa, João Ubaldo Ribeiro, ha tradotto dall'inglese Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain. Autrice di radiodrammi per la Rai, ha pubblicato diversi contributi per le testate Leggere, Nuovi Argomenti e l'Unità; collabora con Il Messaggero e La Stampa. I suoi libri sono tradotti e pubblicati in Germania, Stati Uniti, Paesi Bassi, Inghilterra, Francia e Portogallo.

Nonostante il ritardo causato dai soliti imprevisti, targati Trenitalia, l’autrice ha interagito con la prof. De Trizio e con il pubblico in maniera spiritosa e coinvolgente. Il protagonista “non umano” del romanzo è “Osiac Profiteroles”, dall’anagramma della parola “Caos”, un cane nero, realmente esistito e appartenuto all’autrice Petri, il quale si sforza di capire la lingua degli umani. Caratterizzato da un animo tenebroso, viene presentato come sorta di mostro ctonio, tribolato interiormente dai ricordi.

Figura emblematica di fedeltà, assimilabile all’Argo di Ulisse, o ai cavalli di Patroclo, cantati dal grande poeta greco Omero; è anche e soprattutto, un esempio di amore puro e incondizionato come i cani protagonisti dei romanzi “Zanna bianca” o “Il richiamo della foresta”, descritti dal famoso scrittore statiunitense Jack London. Nonostante agli esordi del romanzo, versi in condizioni ostiche al proseguimento della vita, ritrova una forza smisurata, fomentata dall’amore viscerale che prova nei confronti della padrona, o della stessa compagna boxer femmina, per trasformarsi, nel suo percorso di formazione, in un cane dotato di molti aspetti della condizione umana. Inoltre “Il mio cane del Klondike” non è solo un romanzo contro l’abbandono dei cani; ma è un romanzo sull’integrazione sociale delle minoranze etniche, poiché dietro il colore nero del manto di Osiac si può intravedere il colore della pelle di molti immigrati, i quali impauriti e nostalgici di una patria lontana, cercano di integrarsi nella società, carichi di speranze e aspettative.

Per di più anche l’io narrante, alter ego dell’autrice, intraprende un percorso di formazione come il cane Osiac, perché “il suo cuore di ragazza diventa cuore di mamma”, il suo fisico di donna diventa fisico di madre.

Romana Petri descrive così la sua preparazione allo status di madre: “La posizione dell’amore è sporgersi, il concepimento è l’annunciazione. La maternità è uno sport particolare perché tutti i muscoli vengono allenati e subiscono un cambiamento della loro conformazione: il cuore si allarga in una maniera allucinante, la schiena è al servizio del nascituro, le braccia diventano estensione dell’amore ma i muscoli facciali devono essere educati! Devono essere educati a non far trapelare nessun tipo di dissenso, in particolare le sopracciglia non devono essere mai sollevate perché il sopracciglio alzato è un forte segno di dissenso, causa un forte senso di colpa, come anche la riga verticale sulla fronte!”.
Successivamente, numerosi sono stati i riferimenti letterari, presenti nell’opera e sottolineati dalla prof.ssa De Trizio: dall’ode alla giovinezza di Lorenzo il Magnifico; alla poesia del cantaro Antonio Pucci; al grande Nervàl, per citare alcune dei grandi intellettuali menzionati nel romanzo. Suddetti riferimenti motivati così dalla scrittrice Petri: “Sono in sintonia con quello che leggo, rimane nella mia testa e nelle mie orecchie e mi viene in mente nel momento opportuno perché sono convinta che tutto quello che si legge ritorna in mente. La letteratura si nutre di due cose: in primo luogo di vita; in secondo luogo di lettura, ma della letteratura “bella”, quella che vale, quella di Joyce, Woolf, Proust, quella della Morante, della Maraini”, facendo riferimento agli insegnamenti del padre Mario, uomo ecclettico di grande cultura.
Innovativa e rivoluzionaria è la questione linguistica della “la lingua di cane”, inventata ex novo dall’autrice e parlata da Osiac: un nuovo idioma, caratterizzato da influssi dei vocabolari portoghese; spagnolo; e dall’influenza di alcuni lemmi dei dialetti campano; umbro e abruzzese.
Infine, l’ecclettica Romana Petri ha salutato la platea incitando a ingrandire il proprio bagaglio culturale perché “ogni forma di cultura ti annichilisce ma ti salva. Un libro ti mette una spina, una spina direttamente connessa alla libertà! La libertà è un sinonimo di felicità, in quanto felice è colui che riesce a scegliere di pensare!”.

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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