Recupero Password
Potere al popolo Molfetta commenta l’uccisione del migrante in Calabria: siamo contro questo governo razzista e fascista
07 giugno 2018

MOLFETTA – Potere al Popolo di Molfetta commenta l’uccisione di Soumalia Sacko in Calabria.

«“I migranti rubano” questo è il luogo comune a cui ci hanno abituato, aiutati dai media mainstream, fin a giungere a portare al governo uno dei partiti che hanno fatto del razzismo, verso il Sud Italia e verso i migranti, il loro punto di forza, il partito di quel Borghezio che saliva su bus e treni per “disinfettarli” dai migranti e di quel Calderoli che dava della scimmia a una ministra solo perché di colore diverso da quello padano o di quel Salvini delle ruspe per migranti e zingari.

Ed è con il luogo comune del “i migranti rubano” che si vuole tacere sull’omicidio di Soumalia Sacko avvenuto nella notte tra il 2 e 3 Giugno a San Calogero (Vibo Valentia), omicidio avvenuto poco dopo che il razzista Ministro Salvini diceva che era finita la pacchia per i migranti.

Chi era Sacko?

Era un lavoratore, uno di quelli che guadagnano 2 euro all’ora per un lavoro sotto al sole per raccogliere pomodori da portare sulle nostre tavole a prezzi bassissimi e guadagni altissimi.

Chi era Sacko?

Era padre di una bambina di 5 anni che ora non avrà un padre con cui trascorrere i momenti di pacchia cui tutti abbiamo diritto.

Chi era Sacko?

Era una maliano di 30 anni, che oltre a lavorare, viveva in mutualismo con chi come lui aveva bisogno di costruire una catapecchia dove potere riposarsi tra una giornata e l’altra di lavoro, una catapecchia fatta di lamiere, quelle lamiere che stavano prendendo nella fabbrica abbandonata da 10 anni e dove Sacko è stato ucciso.

Chi era Sacko?

Era un sindacalista dell’USB, si occupava dei diritti dei lavoratori migranti, quei diritti spesso e volentieri negati e che qualcuno definirebbe “pacchia”.

 

"Sacko è stato ucciso da un contadino 43enne solo perché in quella fabbrica non ci si poteva avvicinare, perché probabile deposito di materiale radioattivo gestito dalla ‘ndrangheta.

Sacko è stato ucciso per mafia.

Sacko è una ulteriore vittima della mafia, e non è il primo migrante a essere vittima della mafia, ma così evidentemente non la pensa il ministro Salvini che ci viene a dire che dalla Tunisia giungono criminali.

Sacko è una vittima della mafia, come tanti prima di lui.

Se c’è qualcuno che fa realmente la pacchia sono i mafiosi, spesso portatori di voti, che minacciano la nostra quotidianità, quella mafia che da sempre è intrecciata con i poteri dello Stato, quegli intrecci spesso negati da un'altra ministra di questo governo, quella Giulia Buongiorno avvocata di Andreotti e Berlusconi.

 

Ma sarà stato ucciso Sacko solo per essersi avvicinato ad un luogo "interdetto"? Sarà stato ucciso Sacko perchè un migrante? Oppure come tanti attivisti prima di lui è stato ucciso  per la sua attività sindacale?" Sacko siamo noi tutti, perché al suo posto ci potevamo essere tutti.

 

Come Potere al Popolo

ribadiamo il nostro essere antirazzisti e siamo vicini a tutti i fratelli migranti che lavorano e difendono la loro dignità di persone e lavoratori,

ribadiamo il nostro essere antimafia, ritenendo la mafia un frutto del sistema economico capitalistico e con esso connivente.

Ribadiamo la nostra lotta per i diritti per tutti.

Ribadiamo il nostro essere contro questo governo razzista e fascista.

 

Giustizia per Sacko.

SENZA GIUSTIZIA, NESSUNA PACE.

 

POTERE AL POPOLO Collegio Molfetta».

 

Nominativo  
Email  
Messaggio  
Non verranno pubblicati commenti che:
  • Contengono offese di qualunque tipo
  • Sono contrari alle norme imperative dell’ordine pubblico e del buon costume
  • Contengono affermazioni non provate e/o non provabili e pertanto inattendibili
  • Contengono messaggi non pertinenti all’articolo al quale si riferiscono
  • Contengono messaggi pubblicitari
""
Con il "benvolere" del prof. Occultis e della Redazione di "Q", vorrei aggiungere quanto segue. L''antropologo Marco Aime, che, in Eccessi di culture, sostiene che a incontrarsi e a scontrarsi non sono mai le culture ma le persone, e che insistere sull''identità locale, nazionale o addirittura sovranazionale significa creare recinti invalicabili che alimentano nuove forme di razzismo. Si prenda l''esempio italiano della Lega Nord, che inventa le origini celtiche degli abitanti della Pianura padana definita "una nazione con una propria identità". Di fatto, Aime ci dimostra, la popolazione denominata "celtica", che non aveva alcuna organizzazione politica che la riunisse, alcun regno, alcuno Stato, alcun culto comune, fu inventata di sana pianta nel Settecento da intellettuali scozzesi, irlandesi, gallesi e bretoni per tentare di costruire le rispettive identità nazionali in contrapposizione alla popolazione dominante in Inghilterra e in Francia. E allora vien da dire che "non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il suo passato". Di fatto l''etnia padana è stata di tutto punto inventata dalla volontà di autodeterminazione economica delle popolazioni del Nord, contro un''immagine del Sud che a loro parere le penalizza nella gestione della propria ricchezza. Ma siccome queste possono apparire motivazioni poco nobili, allora si scomodano i fattori culturali che, opportunamente strumentalizzati, si prestano a mascherare interessi anche legittimi ma, tutto sommato, "di bassa Lega". Che dire poi della Regione Veneto che ha istituito un assessorato alle "politiche per la cultura e l''identità veneta"? Come osserva sempre Aime, provate anche solo a immaginare che identità culturale può esserci tra gli abitanti di Cortina d''Ampezzo, dolomitici a un passo dal Tirolo, e gli abitanti di Chioggia affacciati sull''Oriente? Che dire poi dei trevigiani, dalla cui città partono settimanalmente voli per Kiev, in Ucraina, o per Timisoara, in Romania, dove imprenditori veneti aprono imprese di produzione esportando un modello di globalizzazione che parte dal "locale", che la Lega vorrebbe difendere proprio dalla globalizzazione? Non parliamo poi di Venezia che, in tutta la sua storia, è stata un coacervo di popolazioni, esempio per secoli di un multiculturalismo ante litteram. Dove sono rintracciabili qui le radici identitarie di una comunità omogenea? Si potrebbe andare vanti all''infinito! L''UOMO è unico nel suo genere, la storia siamo noi!
Ma esistono davvero le etnie, le identità culturali con le loro inconfondibili radici, lo scontro fra culture dai valori inconciliabili che con tanta frequenza ricorrono nei discorsi della gente, nella propaganda dei politici, sulle colonne dei giornali, nei dibattiti televisivi? C’è qualcosa di vero in queste espressioni, o non si tratta piuttosto di vere e proprie invenzioni senza alcun fondamento, enfatizzate per coprire, sotto la maschera della cultura, ben altre spinte e inconfessabili interessi? Se dal locale passiamo al nazionale, qual è l’identità dell’Italia. Che ha raggiunto la sua unificazione solo da un secolo e mezzo, dopo quattordici secoli di divisioni e di dominazioni tra le più disparate, con conseguente contaminazione genetica delle popolazioni? Dov’è rintracciabile quella “razza italiana” così mitizzata dal fascismo, che si rifaceva ai fasti dell’Impero romano, dimenticando, per inciso, che non c’è mai stato un impero tanto composto come quello romano, dove circolavano persone che provenivano da ogni parte del mondo allora conosciuto? Quando si smetterà di millantare identità culturali che non esistono e che, se proprio vogliamo, sono state costruite più da una ricerca spasmodica di identità, che non si sa dove altro reperire se non in fantomatiche radici storiche? Dopo il crollo del Muro di Berlino, l’Europa è diventata l’epicentro amato e odiato di una vasta migrazione di popoli che, dall’Est al Sud del mondo, cerca una via di uscita alla fame, alla persecuzione politica, al tempo senza progetto e senza futuro. Come nel secolo scorso è accaduto per gli Stati Uniti, ora anche per gli europei si pone il problema di reperire un codice comune di convivenza un po’ più evoluto di quanto non siano le proposte estemporanee dei vagoni separati per extracomunitari e cittadini della Comunità europea, o peggio le impronte digitali per i bambini rom. Le soluzioni finora usate sono due: una di matrice illuminista, l’altra praticata dalla tradizione americana, entrambe insufficienti perché entrambe misconoscono l’identità di una “ragione universale” a favore di una “ragione occidentale”. Viene in mente il monito di Rousseau ai filosofi illuministi del suo tempo: “Essi confondono l’uomo di natura con gli uomini che hanno sotto gli occhi. Sanno assai bene cos’è un borghese di Londra e di Parigi ma non sapranno mai cos’è un uomo.” Quando Colombo, all’alba del 12 ottobre 1492, incontrò i primi indigeni nella piccola isola dei Caraibi da lui battezzata San Salvador, avvenne che: l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe. In questo fallimento è il senso della tragedia di quell’evento grandioso e tragico. L’europeo davanti all’indiano vide uno “schiavo”, e l’indiano davanti all’europeo vide un “dio”. Nessuno, di fronte all’uomo, riconobbe l’uomo, perché nessuno seppe accogliere la diversità e l’alterità come dei valori. Colombo salpò dall’Europa quando in Europa, riscoperta l’humanitas si celebrava l’Umanesimo. Chissà davvero cosa si pensava allora quando si diceva “uomo”, se poi di fronte all’uomo appena diverso dall’occidentale è stata subito carneficina e schiavitù. E se l’età moderna, che ironicamente ha preso avvio proprio dalla scoperta dall’America, nel secolo in cui si celebrava l’Umanesimo, fosse contrassegnata dal misconoscimento dell’uomo, dal suo mancato riconoscimento? - (Tratto da: I miti del nostro tempo - Umberto Galimberti)
Quindici OnLine - Tutti i diritti riservati. Copyright © 1997 - 2019
Editore Associazione Culturale "Via Piazza" - Viale Pio XI, 11/A5 - 70056 Molfetta (BA) - P.IVA 04710470727
powered by PC Planet