Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Pasquale Turiello, garibaldino e meridionalista napoletano
Napoli – 24. 11. 2006 Il garibaldino e meridionalista napoletano Pasquale Turiello incentrò le proprie analisi sulle cause che avevano reso possibile l’imperversare delle pratiche trasformistiche nella vita politica italiana, ravvisandole nel “carattere sciolto”, ossia individualista ed indisciplinato degli italiani e in modo particolare dei meridionali. A sua volta l’individualismo anarcoide degli abitanti del Belpaese veniva ricondotto da Turiello all’influenza del clima e della razza. Ne derivava che il successo politico della Sinistra era il frutto della sua congenialità al carattere nazionale. “Il carattere degli individui italiani, compita l’opera d’arte del risorgimento politico della nazione col 1870, e compita la prova ch’essa avesse forza economica sufficiente a sostentarsi, nel 1876, mediante le conquiste in quei sei anni di Roma e del pareggio, apparve tutto sciolto dai riguardi precedenti, qual era davvero: natura non educata politicamente, e non adusata a sentir necessaria, cessate le più urgenti e vistose necessità, la nuova disciplina della convivenza della nazione dello Stato. Indi naturalmente la Sinistra espressiva dell’io, della tendenza disciolta dell’Italia vecchia, prevalse alla Destra in cui più durava il senso del noi”. Di contro all’imperversare del trasformismo, delle clientele e della corruzione, Turiello proponeva uno Stato forte ad ordinamento oligarchico, rigidamente accentrato, in cui le prerogative ed i poteri e della monarchia fossero sì limitati dalle garanzie costituzionali, ma non fino al punto tale da degenerare nel sistema del parlamentarismo. Le riforme politiche miranti a rigenerare la vita pubblica del nostro Paese dovevano promuovere lo sviluppo ed il riconoscimento delle nuove istituzioni organiche: la scuola, le istituzioni di beneficenza, le associazioni nazionali di operai e contadini. Tali istituzioni avrebbero dovuto, nell’ottica di Turiello, innalzare il livello civile degli italiani, schiacciati sulle “vecchie istituzioni naturali”, fondate sugli interessi di parte. La scuola, ad esempio, alla quale provvedevano i Comuni, doveva essere governata direttamente dallo Stato. Gli istituti di beneficenza, retti dal personale nominato dai consigli comunali o dalle deputazioni provinciali, di contro secondo Turiello dovevano essere amministrati da rappresentanti eletti a suffragio universale. Nella crisi di fine secolo la posizione autoritaria ed antiparlamentare di Pasquale Turiello rappresentava il “dover essere” in un mondo basato sull’esercizio spietato della forza. Salvatore Lucchese
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