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Paola Natalicchio, ex sindaco intervistata da “Repubblica”: ecco cosa ho cambiato in tre anni a Molfetta. Oggi governa il ciambotto di destra Un’intera pagina del quotidiano nazionale dedicata al consigliere comunale di opposizione di Sinistra Italiana che parla a tutto campo, dall’esperienza locale, alla primavera pugliese di Vendola fino all’ascesa di Emiliano: principe delle larghe intese anche con la destra. “Con lui non ci siamo mai intesi: un trasformismo ingestibile, per me insopportabile”
La prima pagina di Repubblica con l'intervista a Paola Natalicchio
03 aprile 2018

 MOLFETTA – Giovedì 29 marzo sulla prima pagina nazionale del quotidiano “La Repubblica” c’era un’intervista all’ex sindaco di Molfetta, Paola Natalicchio, oggi consigliere comunale di Sinistra Italiana.

All’interno del giornale, l’intervista, realizzata da Concita De Gregorio, si sviluppava lungo un’intera pagina con vari argomenti, soprattutto un’analisi della sconfitta della Sinistra del Pd e di Leu (Liberi e Uguali) il partito che aveva come leader l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

“Sognavamo Podemos e ci siamo ritrovati in lista con i dinosauri” (il riferimento è, fra gli altri, a Massimo D’Alema, ndr) è il titolo di questa conversazione che offre interessanti spunti di riflessione.

Riportiamo l’intervista con ampi stralci in cui ci sono soprattutto i riferimenti a Molfetta e alla sua esperienza di sindaco.

«Paola Natalicchio, 40 anni, consigliere comunale di opposizione a Molfetta, Bari, fa politica “da quando era minorenne”, ride. È stata sindaco della sua città, 60mila abitanti: a 34 anni ha sconfitto la destra con una lista il cui simbolo era un sorriso. «Non si può fare politica senza allegria».

Nata nel paese di Gaetano Salvemini e Don Tonino Bello, a cinque chilometri da quello di Nichi Vendola: figlia della primavera pugliese, bollente spirito. Sinistra sinistra, cattolicesimo di base. Movimento studentesco. I social forum e Pax Christi.

Mentre marciava nelle piazze, da ragazza, ha preso il dottorato in Studi politici, tesi scritta sotto la supervisione di Norberto Bobbio. “I giorni più belli della mia giovinezza li ho passati nella sua casa-biblioteca di via Sacchi, a Torino”.

Si è appena dimessa dalla segreteria di Sinistra italiana dopo le forche caudine dell'esperienza di LeU di cui, con una certa chiarezza, dice: “Semplifico, ma è per spiegare il senso: abbiamo imbarcato i cattivi sulla barca dei buoni. E siamo diventati una zattera”.

Del quadro generale: “è diventata una sinistra di pulci con la tosse”.

Della sua regione: “Un mix di nepotismo e di dinosauri si è infilato nella pancia di quel che a restava del sogno pugliese”.

È una pila atomica di energia, azione e parola: “Non possiamo mica perdere per questo l'entusiasmo, giusto? Intanto continuo a fare il consigliere comunale. Quello è un impegno preso con gli elettori, non c'entra col resto. Ci sono ogni giorno cose da fare e non ho nessuna intenzione di lasciarle ai figli degli amici di D'Alema», ride ancora.

Si è iscritta di nuovo all'università, Scienze dell'amministrazione e delle politiche pubbliche, “così la sera metto a sistema le cose che ho imparato sul campo”. Ha un figlio, Angelo, alle elementari.

Proviamo a raccontarli, in sintesi estrema, questi anni? Dal sogno pugliese ai quattro parlamentari eletti da Sinistra Italiana?
«Oh, una specie di seduta di psicanalisi... Proviamo. Bisogna partire da Nichi Vendola ha fatto cose che ci hanno cambiato il mondo sotto gli occhi. Eravamo pugliesi, terroni, l'ultima ruota del carro. Ci siamo trasformati da ragazzi con le valige di cartone a bollenti spiriti: lui ci ha dimostrato che la politica è una cosa che serve. Che cambia le cose. Il minimo era essere tutti vendoliani. Lo eravamo, tutti».

C'era ancora Vendola, quando è tornata nella sua città per candidarsi a sindaco.
«Vendola e Guglielmo Minervini, suo amico e nostro comune maestro. Una campagna elettorale incredibile, una vittoria da tutti inattesa, bellissima. Abbiamo strappato la città alla destra, al partito degli affari. Quando mi sono insediata era il tempo di Italia bene comune, il patto tra Vendola e Bersani. Il Pd era nella mia maggioranza». I tempi della "non vittoria", come la chiamò Bersani.
«Eh già. Dopo, tutto è cambiato molto rapidamente. Sono iniziate le larghe intese, il Pd sui territori si è innamorato dell’idea di conquistare il centro, poi pezzi della destra».

Poi parla della fine del decennio di Vendola e l’ascesa di Michele Emiliano, principe delle larghe intese anche con la destra. «Con Emiliano non ci siamo mai intesi: un trasformismo ingestibile, per me insopportabile. Noi a Molfetta abbiamo avuto l’ex capogruppo di Forza Italia che si è candidato come consigliere regionale con la lista Emiliano: la gente comune cosa deve pensare? Il grande gioco di prestigio di Emiliano è stato la sua politica a due facce. A livello nazionale ha cercato la scalata al Pd di Renzi, che non gli è riuscita, con le primarie: faceva il paladino dei No Tap, dei No Triv, un grande dialogo con i Movimenti. A livello locale ha costruito una coalizione pigliatutto. Ha importato un ex Udc, ex Forza Italia. Chi pensa che Emiliano sia la sinistra del Pd crede a Babbo Natale».

Parliamo della politica che cambia le cose. Lei da sindaco cosa ha cambiato?
«Abbiamo fatto un piano urbanistico di mobilità sostenibile. Abbiamo portato la differenziata porta a porta dal 30 al 70 per cento. Aperto uno Sprar per rifugiati e un centro antiviolenza per donne maltrattate. Raddoppiato i fondi per l'assistenza ai disabili nelle scuole. Ristrutturato le palazzine popolari in periferia. Fatto un concorso Internazionale tra architetti under 40 per rifare il lungomare, ottenuti dal governo 2 milioni per il primo stralcio. Così, dico le prime: quelle che mi mettono più allegria».

E perché si è dimessa?
«Perché il Pd, partito di maggioranza della mia coalizione, mi ha letteralmente perseguitata perché non facessi un piano regolatore in riduzione, cioè che riducesse l'edificazione prevista nel 2001. Bisognava mantenere gli interessi degli imprenditori locali, evidentemente».

Poi un anno di commissariamento e ora chi governa?
«Loro. Larghe intese doc. Qui lo chiamano il ciambotto. Una zuppa di pesce misto. Il programma di Forza Italia con un sindaco sostenuto dal Pd. Viene da Sel (il partito di Vendola, ndr), addirittura».

Torniamo al risultato delle elezioni politiche. Colpe?
«Chi fa la politica con la calcolatrice è destinato a generare sconfitte. Avevano calcolato di avere 28 seggi. Ne abbiamo presi 18. Nessuno ha mai sognato una storia grande. Ci siamo ridotti a fare da maschera alla ditta. Ci siamo prestati al Kramer contro Kramer dei due Pd. D'Alema, dopo aver affossato Prodi insieme a Renzi, si ricorda i 101?, ha pensato di far cadere anche Renzi. Un braccio di ferro di fine carriera. È arrivato ultimo nel collegio. E noi, che dovevamo spazzare via i dinosauri e ci siamo fatti mangiare da loro. Speriamo almeno che con questa glaciazione si siano estinti veramente».

Non si è stancata di questa politica?
«Di questa politica sì, della politica no. Più che altro certi giorni mi sento in colpa. Penso: avrei dovuto fare di più, non sono stata capace di cambiare la rotta. Ogni tanto rivedo i video delle nostre assemblee. Penso sempre a Human Factor, quel gennaio 2015, a Milano. Se avessimo tenuto insieme sindaci come Pisapia, Doria, Zedda, Orlando, De Magistris. Ma ciascuno voleva il suo aggettivo vicino. Milano innovativa, Napoli ribelle, Palermo multiculturale. Ognuno diceva che il suo arancione era diverso. Nessuno che abdicasse a un po' di se stesso per fare qualcosa per tutti. A un certo punto bisogna alzare le mani».
E adesso?
«Sono felice di fare il consigliere comunale. Mettere le mani nelle cose mi ricorda sempre perché faccio politica. E poi studio, lavoro, cresco mio figlio. Mi dedico ai progetti, con le persone che vivono nel mondo reale. C’è tanto da fare che non basta il tempo: c’è tutto ancora da fare. Come si fa a fermarsi?».
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