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“Non sono un seguace di Don Tonino Bello”, una bella riflessione di Lazzaro Gigante alla vigilia della venuta di Papa Francesco a Molfetta
Il vescovo don Tonino Bello
07 febbraio 2018

Non sono un seguace di Don Tonino. Lo dico subito, prima che venga Papa Francesco. E neppure un suo figlio. Lo avrei voluto, però.

Non l’ho mai accompagnato per le strade di Molfetta vecchia. Mi dicono che era preoccupato del degrado del centro storico, di fronte agli stanziamenti corposi che sarebbero arrivati per la costruzione di edilizia popolare che avrebbe fatto di quelle vie un ghetto. Studiava gli affari della città cercando i nuovi cieli e renderla nuova terra. Riusciva sempre ad incarnare il Vangelo, dicono, anche nei problemi delicati delle fabbriche. Non doveva essere nelle questioni pastorali un prestigiatore ma un programmatore, addirittura studiava i percorsi e i sentieri a partire da Isaia. Per questo, aveva voluto anche un osservatorio delle molte povertà della diocesi.

Non sono iscritto nelle liste degli amici di don Tonino. Chissà come ci si deve sentire! Capisci? Possedere una intimità con lui deve essere stato un marchio enorme da conservare segretamente senza profanarlo o utilizzarlo in televisione o in qualche conventicola di iniziati! Certo doveva essere fascinoso il suo invito a cena. Ma pare che si correva il rischio di cantare con lui, alla molfettese, “Signaor, te ringrazj ca senza mengià me sente sazj”. Eppure gli piacevano molto gli strascinati, quando gli capitavano. Pare facesse del cibo una occasione per guardarti e dirti “chissà quanti aneddoti hai da raccontarmi!”.

Non sono un suo compagno di strada. Lui era “libero e obbediente”. Non smentiva che votava democrazia cristiana (era un uomo di chiesa!), eppure era più citato dai giornali di sinistra, anche estrema. Non ho questa libertà di spirito e di mente. Ho paura di mostrare la mia incoerenza. Lui era al di sopra di ogni dubbio, capace di sintesi e di testimonianza senza equivoci e ondeggiamenti. Chiamava a seminare anche i mangiapreti ed era contento della loro amicizia.

Non sono il sindaco ucciso, neanche Alima o Gennaro. Mi sarebbe piaciuto essere lavato da lui, dopo aver respirato il vento del porto con la barba piena di salsedine, e, così ubriaco, dormire in casa sua. Non sono neanche Michele, Giulia, Corrado, ecc. ecc. ecc. Il mio nome non conosce, eppure mi sarebbe piaciuto sentirlo dire da lui, accarezzato dalla sua memoria, ricercato personalmente per avere non un inchino ma un mio parere, un contributo con il coinvolgimento nella sua economia terrena e nei suoi sogni sacri. Sono convinto che, come faceva con tutti, mi avrebbe cercato lui e non messo in stand by per qualche mese prima di essere ascoltato. Gli avrei chiesto la sua ultima fatica scrittoria con le parole ricontrollate, perché le faceva veramente pesanti e solide. Li avrei voluto sentire da lui gli auguri che ora non sono più scomodi, ma soltanto ripetuti per gli algoritmi di facebook o i calendari da mettere in cucina.

Sono uno dei pochi che non sono stati ospitati da lui. Eppure sarei rimasto incuriosito dalla sua scrivania accanto al tabernacolo. Doveva essere folle se cercava di scrivere a quattro mani, eppure quando lo rileggo provo a cercare la grafia originaria. Avrei anche pregato con lui con gli occhi aperti, come a lui riusciva bene. Doveva essere bello pure dormire tra le lenzuola di un letto preparato “manibus meis” e con il suo solito grembiule, usato pure fuori casa. Erano poche le stanze del suo ostello episcopale, per questo, pure indebitandosi, volle più di una casa per accogliere tutti, anche quelli e quelle che io non avrei gradito.

Non ho mai fatto una marcia della pace con lui. Pare che di notte non riuscendo a dormire sui sedili del treno, per raggiungere il posto di quell’evento, si metteva nello scompartimento a raccontare ai suoi pochi compagni quello che gli capitava, rarissime volte pure qualche disagio vissuto nelle curiali sedi romane, senza mai spettegolare. A me questo non sarebbe sicuramente riuscito.

Non l’ho mai ascoltato di persona. Ho visto una foto di un convegno dei primi anni 90. Si trattava delle proiezioni demografiche che avrebbero visto l’Europa interessata da grandi fenomeni migratori. Dicono che si interrogava “sentinella, quanto resta della notte?”, aspettando il giorno di un nuovo mondo senza timore. Amava formare i giovani non alle processioni, di cui aveva grande rispetto, ma alle sfide della evangelizzazione, dei quartieri, degli emarginati a partire dai minori, del loro domani, dei processi socioculturali affrontati in stage formativi, ai quali partecipava con entusiasmo. Si mischiava ai giovani senza talare, ma con un maglioncino sempre fresco di bucato, forse della stessa marca delle loro t-shirt. Si sedeva pure a terra con i bambini della scuola materna per spiegare loro, con una finissima intelligenza pedagogica, alcuni simboli fondamentali della liturgia: il pane e l’incenso.

Non sono neanche una di quelle donne che lo circondavano. Era di un femminino incredibile; me lo ha confermato un accreditato psicanalista che ha avuto modo di incontrarlo e ammirarlo. Dicono che nella sua stanza più intima le immagini sacre di Maria erano sempre tenute lucide da altre donne, suore e non. Si sentiva la sua ricchezza di innamorato audace che si permetteva di cantare “parlami d’amore Mariù”, senza nessuna distinzione dell’anagrafe del cielo e della terra. Era un santo maschio, un castissimo amante della carne umana. Quel prete strano quando ti abbracciava sentivi che non aveva paura di toccarti la guancia baciandoti. Eppure era bello, ma non fascinoso; i polsini delle sue camicie non avevano i gemelli, quelli che continuano a girare tra il clero pure giovane, mentre i ragazzi del popolo, insomma i “civili”, non li usano più da parecchio e neanche il giorno del matrimonio. I suoi messaggi arrivavano lì dove si trovava il suo popolo. Stanno cercando la sua seicento per farne una reliquia. Era un uomo pieno. Il cielo lo aveva voluto così fino alla fine. Da un filmato ho visto che stava malissimo quando per l’ultima volta ha incontrato la sua gente. Eppure ha detto a tutti e ad ognuno, guardandolo negli occhi, “Ti voglio bene”. Poteva stare a letto! Se fossi stato lì, avrei solo pianto per la sua carezza, come quella di Dio.

Mi auguro che tanto non avvenga con Papa Francesco, quando verrà. Cercherò di stringermi quanto più potrò alla folla anonima e lasciarmi trascinare dalla danza corale perché lì soltanto potrò incontrarlo.

                                                                                                                                                                                                                   Lazzaro Gigante

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