Numero di: Apr 2009
Morto Michele la scopa
inguaribile anarchico Michele de Pinto, per tutti Michele la scopa, ha salutato la sua città, i compagni, la vita, gli ideali che da sempre l’hanno animata. Michele era sempre lì, alla testa dei cortei, a gridare l’importanza della libertà, la vitalità dell’uomo. A ricordare ai molfettesi che vivere significa qualcosa in più che lasciarsi determinare dalle situazioni, che accontentarsi del possibile. Vivere significa assecondare i propri ideali, cercare l’impossibile, appropriarsi della vita, e non farsi appropriare da essa. E Michele era sempre pronto a inseguirli, quegli ideali, col suo megafono, che sembrava colorare Molfetta di una sfumatura diversa. Senza esitazioni, senza mezzi termini, sembrava avesse la rivolta fra le dita, alla testa di un corteo o da solo. Si corre dietro un senso, si cerca se stessi nei libri, nelle gioie, nelle situazioni, nelle frasi dietro un megafono, in un pugno chiuso. Si sogna dietro le poesie, nelle filosofie, nella giustizia. Ma il tempo si è portato via quell’universo di impulsi, di creatività, di esuberanza sempre uguale e sempre diversa. Ci lascia quell’isola di libertà in cui spesso la mente si perde, cercando l’autenticità di se stessi, del proprio pensiero, delle proprie utopie. Scomparendo ad ogni tentativo di riesame, di rielaborazione. Comparendo fra certi sentimenti, certe emozioni, come quando i pugni chiusi hanno salutato per l’ultima volta Michele. Ha rappresentato per il movimento anarchico molfettese un punto di riferimento, sempre a mettersi in gioco, sempre pronto da assumere su di sé il principio di ogni tensione, lo spunto di ogni movimento. Sapevi di trovarlo, che non avresti lottato da solo. E l’atmosfera cambiava, quando c’era lui a gridare, a combattere, tutto era più allegro, gioioso, soggettivo, a misura di tutti noi. Come quando le bandiere rosse e nere lo hanno salutato fuori alla camera mortuaria del cimitero, di fronte ai compagni che hanno ricordato i suoi valori, i suoi sogni. Voleva lasciare tutto agli anarchici, come ha ricordato Doriana Goracci, la sua compagna. Michele era imprevedibile, preferiva l’ironia allo spirito di serietà, che porta a considerare le situazioni come fondamento del reale, da cui far derivare le proprie azioni. A Michele, invece, piaceva essere l’origine delle situazioni, il soggetto di ogni cosa. Amava la vita, “non avrebbe saputo far male ad una mosca, anche perché non l’avrebbe mai vista”, come ha scritto in una lettera Gino Tedesco, compagno di una vita, da Milano. Voleva che il mondo fosse più nostro, che non ci si nascondesse dietro la maschera riformista delle passioni represse, moderate. Doveva arrivare per primo al richiamo di ogni stimolo, di ogni ideale, e non arrivarci per contrarietà. Perché tutti vedessero se stessi nel mondo. E nonostante i tempi bui, di reazione e revisione dei fondamenti della libertà, continuava a non accettare la condanna dell’autodeterminazione, lo svilimento della Liberazione. E come scordare, allora, l’animosità con cui difendeva, il 25 Aprile, i principi di auto-sviluppo delle proprie facoltà creative, intellettive, umane. Contro chi difende l’onda cieca che reprime l’individualità e protegge il desiderio mimetico e l’egoismo esasperato. Aveva grandi progetti, voleva essere il principio di ogni mutamento, di ogni rivoluzione. Per una società senza servi né padroni.
Giacomo Pisani
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