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Molfetta, “Rosa: dalla paura all'America”, in teatro il dramma amaro dell'emigrazione
16 febbraio 2012

MOLFETTA - ‹‹Perché è questo che mi ha insegnato l’America, a non avere più paura››. È con questa frase che si chiude lo spettacolo teatrale “Rosa: dalla paura all’America”, svoltosi presso l’Associazione Malalingua di Molfetta. La storia di Rosa (vero nome Inés) è una storia come tante altre in quell’Ottocento che fa da sfondo all’immigrazione. Abbandonata neonata, con dei segni di riconoscimento, sul torno (tornio), così chiamato perché le madri che abbandonavano lì i loro figli “volevano tornare”, Inés viene affidata a dei contadini di Guggiolo, un piccolo paesino vicino a Milano, Lena e Glé, che le danno il nome di Rosa.

Cresciuta con loro, quando la madre, un’attrice, viene a reclamarla e a portarla con sé a Milano, scappa per tornare da quelli che per lei sono i veri genitori. Mamma Lena, spaventata perché la bambina sta diventando troppo bella e formata a soli 11 anni la porta a una filanda, dove lavora, insieme ad altre sue compagne, per una paga quasi inesistente, ma studia con le suore. Passati i tre anni, durante i quali muore papà Glé, che la bambina non era neanche riuscita a salutare prima di partire per la filanda, Rosa torna a casa dove, ad una festa di ballo in paese, conosce Remo, pochi anni più grande di lei. Tra i due è subito amore, tanto che il ragazzo chiede a mamma Lena il permesso di sposare la figlia appena finito il militare. La donna non dice espressamente né si né no, ma lascia che i due si frequentino.
Dopo varie vicissitudini, tuttavia, la ragazza, non ancora quindicenne, è costretta a sposare Santino, un uomo “simile al diavolo” che la picchia, davanti agli occhi impotenti di mamma Lena, che però un giorno interviene, buttandolo fuori casa. L’uomo se ne va e parte per lavorare in una miniera di ferro in America. Rosa, poco dopo aver partorito suo figlio è costretta anch’ella a partire, ma lascia il suo bambino, Francesco, con la nonna. Arrivata in America, dopo un viaggio lungo e pericoloso, ammassata in terza classa con gli altri poveracci, raggiunge il marito che torna a picchiarla e le dà un secondo bambino. Ad aiutarla è un altro italiano emigrato, Giuanìn. Poco dopo la nascita del bambino Rosa torna a casa per prelevare dal conto del marito, Santino, tutti i risparmi di quest’ultimo e a riprendersi il suo Francesco. Qui rincontra Remo, ancora innamorato di lei, che la supplica di restare, ma alla bellezza del ragazzo si sovrappongono gli occhi buoni di Giuanìn, di cui Rosa nel frattempo si è innamorata. Così riparte e torna dal marito, che con i risparmi guadagnati apre un bordello, costringendo la moglie a lavorarci. Rosa, con l’aiuto di Giuanìn e scappa e riesce a vincere contro il marito in tribunale. Così Rosa è libera di trascorrere la sua vita con l’uomo che ama, impara bene l’inglese e racconta le sue storie, che riscuotono molto successo. Infine, prima di morire, torna un’ultima volta in patria.
Le vicende di Rosa Cassettari, realmente vissuta, sono narrate in un libro di Marie Hall Ets, diventato un classico della letteratura d’immigrazione statunitense.
Lo spettacolo, portato in scena dall’attrice Nora Picetti (foto), è un lungo monologo, che si avvale di una scenografia povera, costituita da un tavolo, che rovesciato diventerà una barca. Inoltre l’attrice si avvale di due cappelli da uomo e uno scialle, utilizzati con furbizia e grande effetto.
L’attrice, con un notevolissimo talento, riesce a fare le varie voci dei vari personaggi, i loro atteggiamenti, i loro accenti, tutto filtrato attraverso gli occhi di Rosa, che racconta la sua storia.
Uno spettacolo delicato, a tratti un po’ amaro, a tratti leggero e divertente. Uno spettacolo per raccontare la vita e soprattutto per imparare a non avere paura.
 
© Riproduzione riservata
Autore: Olimpia Petruzzella
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- Donna. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelto. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo né un nostro merito né un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto. Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna”. Lei non capiva perché lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell'America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un'enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un “valore”. Non tutte le donne erano degne di essere chiamate donne. Ma se per Franz Sabina è una donna, che cos'è per lui Marie-Claude, la sua vera moglie? Più di vent'anni prima, quando si conoscevano da alcuni mesi, Marie-Claude lo aveva minacciato di togliersi la vita se lui l'avesse abbandonata. Franz era rimasto affascinato da quella minaccia. Marie-Claude non gli piaceva molto, ma il suo amore gli pareva meraviglioso. Gli sembrava di non essere degno di un cos' grande amore e di doversi inchinare profondamente davanti a esso. Si inchinò quindi fino a terra e la sposò. E anche se Marie-Claude non aveva mai manifestato la stessa intensità di sentimento di quando aveva minacciato di suicidarsi, in lui era rimasto vivo l'imperativo: non farle del male e rispettare in lei la donna. Questa frase è interessante: Non diceva: rispettare Marie-Claude, bensì: rispettare la donna in Marie-Claude. (tratto da: L'insostenibile leggerezza dell'essere – Milan Kundera)
Una storia stupenda, rappresentata e recitata magnificamente. Una storia allucinante che rivoluziona le idee più stagnanti sul ruolo della donna nella società e nella famiglia. Oggi gli uomini non possono più sostenere di essere gli unici a provvedere alle esigenze della famiglia, e si prendono le relative responsabilità: un'indagine a livello mondiale dimostra che sono proprio le donne, l'”altra metà” così spesso ignorata, a procurare cibo alle famiglie, a curarne lo stato di salute, a provvedere a offrire cibo e assistenza. Senza contare che esse danno anche un contributo enorme al reddito domestico e nazionale. Pensiamo alle donne d'oggi, specialmente nei paesi in via di sviluppo, ed è difficile evitare di pensare all'oppressione. Rimane ancora rilevante la parte di lavoro “invisibile” e non pagato svolto dalle donne in casa. Nel lavoro salariato, la discriminazione colpisce le donne sia al Nord che al Sud, e c'è sempre la tendenza a considerarle una forza di lavoro a basso costo. Il problema è duplice: alle donne sono spesso riservati i lavori meno pagati e quando riescono a uscire da un genere di lavoro considerato tipicamente femminile, a parità di lavoro vengono pagate di meno. Perfino oggi solo una piccola frazione delle donne è attivamente impegnata in politica, ma la voce femminile comincia a farsi sentire sempre di più. Il movimento delle donne comprende centinaia di organizzazioni internazionali e migliaia di gruppi d'opinione, tanto che lo si può definire il più diffuso movimento sociale degli anni Settanta e Ottanta. I gruppi autonomi sono una legione. Sostenitrici della pace come il Greenham common women in Inghilterra, o le “madrine degli alberi” come quelle del movimento Chipko Andolan in India, sono simbolo di un'ondata di attività che ha trovato espressione a livello internazionale nel Decennio per le donne dell'Onu, 1975-85. Sono in aumento le dimostrazioni contro la tirannia, e le minacce di guerra. In Cile e in Argentina, le madri dei “desaparecidos” hanno protestato malgrado le minacce di rappresaglie. L'Associazione delle donne autonome, fondata nel 1972 a Gujarat, in India, una cooperativa che ha dato nuove speranze e nuovi orizzonti alle donne più povere del paese, beneficiando di speciali forme di credito, programmi d'insegnamento, facilitazioni assistenziali, e di un minimo stipendio concordato. Costringere gli uomini a dividere sia il potere politico sia il ruolo di “sostenitore” della famiglia potrebbe costituire un grosso ostacolo nelle società maschiliste, ma le donne stanno assumendo sempre più iniziative, sia nel mondo del lavoro sia all'interno dei movimenti politici.
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