Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Luigi Sturzo contro Giovanni Giolitti (II parte)
NAPOLI 13.5.2007 Durante l’età giolittana, Sturzo (nella foto con Croce) è un tenace oppositore della politica dello statista piemontese. I due uomini politici si distinguono e contrappongono per tre motivi fondamentali. In primo luogo per il diverso modo di intendere la partecipazione dei cattolici in politica. Giolitti la vede subordinata al partito liberale attraverso un’accorta e graduale integrazione di singoli e gruppi cattolici nelle sue file. Sturzo, invece, lotta per la fondazione di un partito cattolico ideologicamente ed organizzativamente autonomo. In secondo luogo, Giolitti è un convinto assertore dello sviluppo capitalistico del paese anche a fronte delle profonde sperequazioni territoriali che esso determina, mentre Sturzo è imbevuto di un anticapitalismo precapitalistico. Infine, mentre Giolitti è uno strenuo difensore dell’ordinamento statuale centralizzato, Sturzo è un tenace sostenitore dell’autonomia comunale e del federalismo su base regionale. Nel 1919 viene fondato viene fondato il Partito Popolare, di cui Sturzo diventa segretario politico. Il programma del nascituro partito cattolico si ispira alle idee elaborate negli anni precedenti: autonomie comunali e regionalismo, libertà di insegnamento, voto alle donne, riforma agraria, pluralismo e riconoscimento dei sindacati, rappresentanza proporzionale. In particolare Sturzo accentra la propria attenzione sulla riforma dell’ordinamento politico-istituzionale, da lui indicato come la principale causa della questione meridionale. “Tra le cause della questione del Nord e Sud Italia – scrive Sturzo -, pare adunque che le principali siano l’accentramento di Stato e l’uniformità tributaria e finanziaria. Se si vuole perciò arrivare alla radice del male si deve avere il coraggio di affrontare la questione, senza le solite titubanze, e volere quel rimedio (lo chiamano eroico?) che gli uomini politici liberali hanno paura di proporre, per una di quelle false concezioni che fatalmente predominano nella storia. Il rimedio sarebbe ed è il sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federalizzazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità del regime”. Salvatore Lucchese
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