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Lo spettacolo “Gramsci Antonio detto Nino” applaudito a Molfetta Per la Rassegna “Futuro anteriore” del Teatrermitage
Fabrizio Saccomanno
14 settembre 2020

MOLFETTA - “Ti abbraccio con la più grande tenerezza. Ti abbraccio”. Parole semplici, di un uomo innamorato, stremato dalla sofferenza fisica, piegato nel corpo e nello spirito da una prigionia che aveva l’obiettivo di annientare un simbolo scomodo al potere, il peggiore, quello fascista. “Sono nato ad Ales, poi mi sono trasferito a Ghilarza, quarto di sette figli di Francesco e Giuseppina. Ho intrapreso faticosamente gli studi classici a causa della situazione di indigenza della mia famiglia, prima al ginnasio di Santu Lussurgiu poi al liceo di Cagliari, studi faticosamente terminati a causa della mia malformazione. 

Mia madre comprò una piccola bara bianca che ha riposto sotto il mio letto ed è rimasta per molto tempo, a causa della mia salute precaria. Poi ho vinto una borsa di studio per giovani sardi meritevoli, per continuare gli studi a Torino. Sono arrivato nono in graduatoria. Il secondo posto fu assegnato a Palmiro Togliatti, proveniente da Sassari, a cui mi legò un’amicizia di condivisione e di ideali. Insieme fondammo il Partito Comunista”.

Le parole sono affidate alla voce di Fabrizio Saccomanno che, con la drammaturgia di Francesco Nicolini, porta in scena lo spettacolo URA Teatro “Gramsci Antonio detto Nino”, del Teatremitage con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Molfetta nell’ambito del ciclo Eventi Molfetta. Ad introdurre la rappresentazione Vito d'Ingeo, anima del Teatrermitage.

La sfida è quella di raccontare un Gramsci inedito, un uomo e i suoi sentimenti, un uomo e la sua sfera più intima, privata, la sofferenza di un ragazzo, conscio che la sua malformazione lo farà rimanere piccolo di statura.

“Fu allora che iniziai a pensare all’impossibilità di essere amato da qualcuno”. Ed invece l’amore contrassegnò tutta la sua breve vita. Il soggiorno a Torino lo portò ad affacciarsi ad una finestra più ampia della piccola camera della tipica casa campidanese di Ghilarza, a considerare che l’oppresso non era solo il popolo sardo, prostrato dalla povertà, ma anche la classe operaia che gridava giustizia, e tutti gli oppressi per i quali occorreva prendere posizioni, non essere indifferenti.

L’amore ha il profumo di una giovane violoncellista che Antonio conobbe durante la convalescenza in Russia in un nosocomio per malattie nervose ove era ricoverata Eugenia, sorella di Giulia. A lei, a Delio e Giuliano, loro figli, i pensieri più belli, le fiabe che scriveva per far sentire la sua silenziosa presenza ed immaginarli liberi, come lui non era e per raccontare la sua Sardegna.

A sua madre, ai suoi fratelli e a sua sorella Teresa dedicò lettere che trasudavano dolore di una malattia che non lasciava tregua e che lo accompagnò alla morte, destino di un uomo sofferente che, suo malgrado, è assurto ad uno dei più grandi pensatori del Novecento.

Missione compiuta: Saccomanno trasmette con passione e senso della storia, l’essenza di Nino, il dolore da lui provato verso una fine imminente e ineluttabile che lo porta a mostrare tutta la sofferenza di un uomo “normale”, come tanti, come tutti, quando si toccano le corde intime degli affetti.

E non basterebbero altre serate per approfondire il pensiero gramsciano ma le parole hanno un peso, come quelle scelte dal prof. Alberto Altamura, dal dott. Giacomo Pisani, e dalla prof.ssa Lea Durante, docente universitaria e vicepresidente della International Gramsci Society Italia che guidano a riflessioni che scaturiscono dall’analisi di parole come indifferenza, passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire e viceversa, parole come galera, partigiano.

E complice l’atmosfera che è scesa nel Giardino del Museo Archeologico del Pulo, pare che Gramsci Antonio detto Nino, si aggiri tra i presenti, posi le mani sulle spalle a ricordarci che siamo quello che facciamo e non quello che diciamo.

 

Odio gli indifferenti. Credo che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

Il ragazzo che ha lasciato la Sardegna per sogni grandi, può essere certo: noi non dimentichiamo.

© Riproduzione riservata

Autore: Beatrice Trogu
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