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Lo scandalo dell’espansione senza urbanizzazioni a Molfetta
17 ottobre 2020

MOLFETTA - Domenica 11 ottobre, in pompa magna e con il consueto lancio a rullo di tamburi sul Facebook dell’assessore Mariano Caputo, è stato inaugurato un parco giochi nella “zona nuova”, ovvero nel quartiere di espansione della nuova Madonna delle Rose, attorno a via Spadolini. Il parco, sorto in via Luigi Massari, consente finalmente alle famiglie della zona di avere uno spazio all’aperto attrezzato con giochi per i più piccoli. Una primissima forma di urbanizzazione secondaria, dopo l’enorme dog park sorto in zona Via De Simone, che costituisce sicuramente una bella notizia per le tante famiglie che hanno scelto la zona adiacente a Lama Martina per vivere. Sono da sempre favorevole alla moltiplicazione di piccole opere utili, che possano restituire vivibilità ai quartieri, soprattutto in periferia. E, come tanti cittadini, sono profondamente delusa per l’incuria che l’amministrazione sta riservando ai due principali parchi cittadini dopo la villa: il Parco di Levante e quello di Ponente.

La notizia di un nuovo parco giochi, quindi, mi rallegra. Ma merita alcune precisazioni, per superare il trionfalismo delle foto a braccia conserte e sorriso aperto di “Super Mariano Bros” con le torri del duomo alle spalle. Perché non si può cancellare la vera storia di quel quartiere. Ricostruiamo i fatti.


Lo scandalo dell’espansione senza urbanizzazioni

La storia dei comparti 1-9 è uno dei grovigli urbanistici più complessi del nostro Piano Regolatore Generale. Il quartiere prende forma con le prime battute dell’amministrazione di Antonio Azzollini. Se dovessimo scegliere un anno in cui stabilirne la nascita, questo anno potrebbe essere il 2007. Una selva di gru tra via Spadolini e viale Unità d’Italia tira su il mix di villette e palazzine che conosciamo oggi. Vi si insediano, in prevalenza, giovani coppie o anche famiglie ex affittuarie che si erano raggruppate in cooperative.

Più genericamente, nel panorama urbanistico molfettese entra in scena “la villetta”, monofamiliare o bifamiliare. Una linea di intervento che fu pensata a inizio 2000 dal “piano Borri”, per disegnare una periferia di qualità e suggellare meglio il patto città-campagna, vista l’adiacenza del quartiere a Lama Martina. L’ambizione di qualità urbana del quartiere, però, per anni, viene disattesa dal modo in cui il quartiere prende forma.

L’ufficio tecnico, allora guidato dall’ing. Rocco Altomare, sforna permessi di costruire con grande velocità. Un brulicare di permute, concessioni edilizie e piccole imprese edili insedia tra via Spadolini e dintorni il suo “core business”. Per ogni permesso di costruire il comune incassa oneri di urbanizzazione: circa 30 mila euro a famiglia, in media.

Le palazzine sorgono e le famiglie si trasferiscono, con la promessa di urbanizzazioni imminenti. Ma per 4-5 anni il quartiere è un impressionante cantiere fatto di strade sterrate, senza asfalto e illuminazione pubblica, senza marciapiedi. I soldi delle urbanizzazioni, infatti, finiscono nel bilancio delle spese pazze di Azzollini, a coprire altri interventi. Tanto che quando le urbanizzazioni indispensabili prendono il via (asfalto e marciapiedi), in assenza di fondi sufficienti il senatore decide di usare i fondi del Porto per pagare i Sal della ditta. Una cosa chiaramente illegittima, poiché i “fondi Porto” possono essere sì usati anche per opere sociali, culturali e sportive (per l’emendamento-miracolo che sempre Azzollini, da ex presidente della Commissione Bilancio al Senato, riuscì a farsi approvare), ma giammai per urbanizzazioni primarie (asfalto, marciapiedi e illuminazione pubblica). Nonostante il “magheggio”, le urbanizzazioni sono andate a rilento. Il quartiere ha versato nella polvere per molti anni. Un esempio di urbanistica scellerata, buona a tirar su palazzi senza servizi.

L’assessore ai Lavori Pubblici, responsabile delle urbanizzazioni mancanti e dei disservizi del quartiere, era sempre lui, anche allora: Mariano Caputo. Senza braccia conserte nelle foto, senza sorriso e senza torri del Duomo alle spalle.


Strade, marciapiedi, lampioni: la corsa contro il tempo dopo il 2013

Insediata la nuova amministrazione, di pari passo, si insediò un “Comitato Madonna delle Rose”, che immediatamente pose a nome dei cittadini residenti all’amministrazione il tema dell’urgenza di urbanizzare il quartiere. Nel 2013, ci tengo a ricordarlo, e quindi ben cinque anni dopo i primi insediamenti abitativi, nel quartiere mancava tutto. Era stato fatto l’asfalto, ma “senza tappetino”.

Insomma, asfalto di un solo strato, facilmente deperibile. E, comunque, non in tutte le strade. Mancava la pubblica illuminazione. I genitori erano allarmati, per questo, perché spesso i figli adolescenti rientravano a casa con le strade completamente al buio.

Il caso più incredibile, legato all’assenza di pubblica illuminazione, fu quello di Via De Iudicibus, dove pur di consegnare le case fu fatto l’asfalto antistante, ma senza il tronco per il cavi della corrente elettrica. Per cui l’intera strada era completamente al buio, e ci rimase per un altro anno e mezzo, poiché i lavori non furono di poco conto, in quanto mancavano proprio gli allacci!

Nella vicina zona dell’area retrostante al Garden Hotel, la situazione era ancora più inquietante. A via Fellini mancava interamente l’asfalto, una beffa in più per gli abitanti già devastati dallo scandalo delle palazzine Altaluce (storia triste, che meriterebbe un libro, più che un semplice altro articolo).

A piazzetta Carabellese, polvere e sterrato. A largo Paul Harris, polvere e sterrato. Uno scenario da deserto del Sahara. I soldi per urbanizzare, però, non c’erano in bilancio. E con la giunta di allora ci rifiutammo di proseguire i lavori fuori dalla legalità, investendo i fondi del Porto in una cosa che con quei soldi non si poteva fare. Bloccammo i lavori, coinvolgemmo la Regione e, grazie all’attenzione dell’assessore Angela Barbanente e dei suoi uffici, sbloccammo alcuni fondi che ci consentirono di proseguire.

Fummo costretti a proseguire seguendo il disegno di urbanizzazioni del PRG. Una variante ci avrebbe fatto perdere altro tempo e la tensione, tra le famiglie, era alta. Questa è l’unica ragione per cui la rotonda di via Spadolini ha quelle dimensioni, assolutamente assurde: non l’abbiamo disegnata noi, ma l’abbiamo realizzata come da disegno. E mentre la realizzavamo, terminavamo finalmente i marciapiedi, allacciavamo la pubblica illuminazione, asfaltavamo le strade mancanti. Anche se i soldi erano pochi, meno di due milioni. Ne sarebbero serviti il doppio.

E così facemmo delle scelte: la rotonda di Largo Paul Harris è asfaltata per metà, solo dal lato delle palazzine. Sembra assurdo, ma è così: uno la città la fa con i soldi che ci sono in cassa, tranne se non vuole vendere fumo, insieme alla polvere, e mandare il Comune in dissesto.

In tre anni il quartiere è stato dotato dei servizi primari. È letteralmente uscito dal fango. È diventato una periferia dove sempre più abitanti hanno scelto di investire. E, finalmente, può regalarsi una seconda vita.

 

Finalmente i servizi e il parco giochi: 13 anni dopo Mariano chieda scusa
Non ho avuto il privilegio di essere il sindaco capace di tagliare i nastri delle altalene e degli scivoli di Madonna delle Rose. Mi è toccato dedicarmi all’asfalto, ai marciapiedi, ai lampioni: scenario meno romantico, non c’è che dire. Poca roba, in confronto ai 13 anni che hanno dovuto passare gli abitanti di Madonna delle Rose.

I bambini che sono nati tra il 2007 e il 2008 pensando di poter crescere in una zona più tranquilla, verde e salutare oggi sono adolescenti e sullo scivolo non ci vanno più. Vanno a scuola da soli, grazie agli autobus che non c’erano, quelli della Mercedes che abbiamo comprato qualche anno fa, di piccole dimensioni, che possono attraversare il Ponte Schiva Zappa, sui cui da tre anni, l’amministrazione non fa assolutamente niente. Nemmeno mette il semaforo alternato, che avevamo previsto dopo le rilevazioni del PUMS. Due semafori costano meno di 40 mila euro, non serve nemmeno una gara per acquistarli. Perché non farlo? Perché lasciare che il pericolo di quel Ponte resti lì, senza intervenire? Se io fossi l’assessore Mariano Caputo, dunque, volerei un po’ più basso con gli annunci e gli autoapplausi.

Quel piccolo parco in periferia doveva essere lì da anni. Perché quando uno compra una casa, paga le urbanizzazioni. E quelle urbanizzazioni non sono un regalo, come manna dal cielo. Non sono un favore, non sono una concessione. Sono un diritto. Che gli abitanti del quartiere vedono 13 anni dopo. Anche per la scellerata gestione di quegli anni, in cui Caputo era direttamente coinvolto.

Più che cantare le sue stesse lodi, quindi, l’assessore chieda scusa per il ritardo. E provveda a completare la riqualificazione di un quartiere, lavorando soprattutto sulle opere strutturali come il collegamento del quartiere a via Berlinguer e alle zone di viale delle Libertà e dintorni. Intervenendo subito sull’emergenza del Ponte Schiva Zappa. Al di là dello sfalcio dell’erba e dei cartelli romantici sulla bellezza di Lama Martina.

Paola Natalicchio

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Dice bene l''ex sindaco Natalicchio che la zona Madonna delle Rose fu pensata a inizio negli anni 2000 dal “piano Borri”, per disegnare una periferia di qualità e suggellare meglio il patto città-campagna, vista l’adiacenza del quartiere a Lama Martina” (che non può e non potrà mai essere un parco attrezzato per bambini) : se il piano Borri avesse avuto esecuzione oggi avremo avuto un parco come quello di Bari Largo Due Giugno un area attrezzata a verde per tutti già progettata dello scomparso sindaco on. Finocchiaro negli anni 70 . Questa nuova generazione di amministratori non conosce la storia della città e dovrebbe impararla: il primo dirigente tecnico che abbiamo avuto in questa città è stato l''Arch. Corrado De Judicibus progettista della citta a cui gli è stata dedicata una strada proprio nel quartiere Madonna della Rose e che nel lontano 1860 aveva in mente di far diventare Molfetta una città moderna con una urbanistica in avanti nei tempi rispetto alle città limitrofe, mentre in questi vent’anni Giovinazzo, Bisceglie e Trani si sono sviluppate. Qui il tempo si è fermato e si è continuato a deturpare il territorio con inutile e dannosa cementificazione : gli “interessi economici” non possono mai essere ritenuti secondari rispetto al paesaggio perché, parafrasando un celebre detto marxista, se un uomo muore di fame non ha modo di apprezzare una bella collina. E non è per niente “sociale” privarlo dei mezzi di sostentamento per salvaguardare un ideale estetico. Ambiente e paesaggio vanno difesi, ma l’interesse primario di chi governa deve essere la vita e il benessere delle comunità che vivono in quel paesaggio.


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