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Leonardo Gramegna, l’architetto-tenore che canta in cinese si racconta a "Quindici Molfetta" Si è esibito a Melbourne nel Buddha Passion di Tan Dun
Gianni Palumbo con Leonardo Gramegna nella redazione di "Quindici"
11 marzo 2019

MOLFETTA - Insieme al Direttore di Quindici Molfetta, Felice de Sanctis, nella redazione del giornale, abbiamo incontrato il tenore Leonardo Gramegna, che, con disponibilità, umiltà e la passione che lo contraddistingue, ci ha raccontato la straordinaria esperienza della partecipazione a Buddha Passion di Tan Dun.

Trentottenne, nato a Gravina in Puglia, vive a Molfetta da dieci anni. Ha sposato la nostra concittadina Luisella de Pietro, soprano; dall’unione è nato Nicolò, Pellegrino, di cui il tenore parla con infinita devozione.

 Dal suo curriculum emerge subito il connubio tra la passione per l’architettura (non è caso è laureato in tale disciplina al Politecnico di Bari) e il canto lirico. Cosa accomuna i due ambiti?

«Architettura e Musica sono due aspetti della medesima tensione al Bello. Per esempio il Barocco è ricco di motivi decorativi, che fanno spiccare il groviglio degli elementi architettonici. Anche in campo musicale, in quel periodo sono nati abbellimenti capaci di arricchire la linea melodica, decorandola con volatine, mordenti, acciaccature. Oggi, molti archistar tendono a privilegiare l’affermazione della propria cifra specifica, derogando alle esigenze del territorio in cui devono operare, così come molti musicisti hanno tagliato i ponti con i dettami delle antiche scuole di composizione. Quanto a me, in ambito architettonico sono legato all’impronta vitruviana e convinto che si debba dare importanza primaria al genius loci, all’anima del luogo».

Quali momenti ritiene fondamentali nel suo percorso, prima di Buddha passion?

«La passione per la musica è nata con me. Ho vinto la Borsa di Studio all’Accademia Verdi-Toscanini di Parma, dove ho avuto il piacere di conoscere e studiare con grandi maestri come Carlo Bergonzi. Col tempo, sono arrivate le prime soddisfazioni. Momenti nodali sono stati il debutto al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca nel ruolo di Hérode nell’edizione francese della Salomé di R. Strauss, il debutto a “La Fenice” di Venezia col Nabucco e da li i teatri come il Massimo di Palermo con Carmen e Madama Butterfly, il Grimaldi Forum di Montecarlo dove ho lavorato con il grande regista Giancarlo Del Monaco ne La Fanciulla del West per l’inaugurazione della stagione lirica del teatro alla presenza di sua altezza il Principe Alberto di Monaco, il debutto in Otello di Verdi con la straordinaria regia visionaria di Eimuntas Nekrosius all’Opera di Vilnius, il Teatro Pavarotti di Modena ed il Municipale di Piacenza con Nabucco di G. Verdi accanto al grande baritono Leo Nucci, e altri importanti Teatri… tutti  con i grandi ruoli a me cari».

Citava Verdi. Lei ha conseguito il master in Teatro lirico con un lavoro sulla vocalità verdiana.

«La vocalità verdiana è condizionata dalla necessità di governare e non lasciarsi sovrastare da un’orchestra poderosa. Per cantare Verdi bisogna possedere una tecnica ferrea, una voce importante, dal timbro nobile, e sapere scavare nel personaggio, cercando di costruire ogni emozione sulle note scritte con fraseggio elegante, rispettandone le dinamiche, i colori e soprattutto la “Parola Scenica”. Amo molto ruoli come Don Carlo, Radames, Manrico, Don Alvaro, Otello. E poi tutti noi dobbiamo molto a Verdi anche umanamente. Come dimenticare la fondazione di Casa Verdi, punto di riferimento per molti musicisti anziani e soli? Ciò non toglie che si debba scommettere anche sulla rappresentazione di opere di altri autori. Per me è stato un onore interpretare il Licinio della Vestale di Spontini a San Pietroburgo; altra opera straordinaria, non sempre privilegiata nei cartelloni, è il Mefistofele di Arrigo Boito che ho avuto la fortuna di cantare, nel ruolo di Faust, allo Staatstheater di Mainz».

Com’è nato l’incontro con Tan Dun?

«Mi esibivo nel concerto The New Silk Roads a Xi’an in China. Il grande compositore, per l’Italia, voleva una voce lirica importante, un tenore. Mi è stato chiesto di eseguire anche il brano I love you China. Potete immaginare il mio stupore, quando mi sono accorto ch’era in cinese. Una sfida importante che si è trasformata in azione. Grazie alla formazione e cultura musicale, sono riuscito, pur non conoscendo il cinese, a memorizzare la fonetica e il testo. Con mia sorpresa, dopo l’esibizione ho ricevuto tanti apprezzamenti, a partire dal compositore stesso che ha rilevato in particolar modo il fatto che il mio cinese fosse puro, privo di inflessioni regionali e questo mi ha rincuorato non poco».

E successivamente?
«
Ero in Cina per cantare Aida. Il Maestro Tan Dun mi ha telefonato, dicendomi che era ad Hong Kong e stava componendo un’opera pensando alla mia voce ed al mio temperamento italiano. Dopo alcuni mesi, sono stato contattato per Buddha Passion. La cosa straordinaria è che, a breve distanza dalla première di Melbourne, il Maestro ha in parte modificato la partitura, aggiungendo “la romanza del vento” dicendomi ch’era stato ispirato ancora una volta dal “colore” della mia voce. Sapere che esiste in questo capolavoro, la cui scrittura è legata alla mia vocalità, è per me ragione di grande felicità e mi porta alla mente episodi dal fascino antico quali la consuetudine dei compositori di fine Ottocento di scrivere opere ispirandosi alle voci dalle quali erano affascinati. Nella suddetta opera mi sono stati affidati tre ruoli, The Drowning Man, un archetipo di Giuda che canta in cinese e sanscrito, personaggio di notevole forza drammatica, poi il Guerriero che annuncia la disgrazia preludio al sacrificio di Miaoshan e infine il Sesto Patriarca, cui è affidata la bellissima aria del vento».

Cosa potrebbe dirci delle prove?

«Si è trattato del momento più stimolante. Dovevo esibirmi, oltre che col canto, anche suonando i finger bells. I coristi, invece, dovevano liberare la sonorità delle pietre. Un lavoro difficile, tanto più che il fatto di esibirsi con il compositore come direttore d’orchestra rappresenta una grande responsabilità. Tan Dun ha sempre proposto con il sorriso ciò che desiderava fosse il risultato finale. Ha tirato fuori il meglio di noi non con piglio imperioso, ma con la forza del suo rispetto e della sua gentilezza».

Cos’altro vuole raccontarci di Tan Dun?

«Per esempio che ama l’Italia e la sua musica: Puccini, di cui peraltro si sente talvolta un’eco nelle sue partiture, ma anche la canzone napoletana. È un uomo straordinario, oltre che uno dei massimi compositori d’opera del pianeta viventi oltre che “Ambasciatore di buona volontà” Unesco».

 

Chiacchieriamo ancora a lungo. Di Tan Dun; di Aureliano Pertile e Beniamino Gigli che Gramegna ritiene i suoi riferimenti. Del fatto che il 29 gennaio, alle 8 p.m., ABC Classic FM trasmetterà Buddha Passion. Della famiglia, quel focolare che per Gramegna rappresenta il luogo della gioia e degli affetti. Della speranza di poterlo presto ascoltare in concerto a Molfetta. Il tenore ci saluta con il suo motto: “Verdi, sempre Verdi, fortissimamente Verdi”.

Gianni Antonio Palumbo

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Autore: Gianni Antonio Palumbo
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