Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Le riforme meridionali del 1950
NAPOLI - 23.10.2007 Dopo la crisi del 1929, l’emigrazione dalle regioni dal Sud d’Italia subisce una battuta d’arresto. Nell’ambito della politica economica autarchica adottata dal regime fascista, la granicoltura viene avvantaggiata a discapito delle colture specializzate. I salari degli agrari diminuiscono, determinando un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini. A partire dal 1943 e successivamente dopo la fine del conflitto, la situazione diventa sempre più drammatica. Il PCI si mette alla guida del movimento di occupazione delle terre (foto). La sinistra invoca una riforma agraria a livello nazionale, la destra teme tale prospettiva. La situazione degenera tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950 con una serie di scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine a Melissa in Calabria, a Montescaglioso in Lucania, nel Fucino in Abruzzo e a Torremaggiore in Puglia. A fronte della radicalizzazione del conflitto, la DC avvia un graduale processo di riforme livello regionale. Nel maggio del 1950 viene approvata la riforma Sila per la Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno viene approvata la legge stralcio per il Delta padano, la Maremma tosco-laziale, il Fucino, la Campania, la Puglia, la Lucania, il Molise, la Sardegna. La Regione Sicilia, titolare per statuto delle competenze in materia, adotta gli stessi provvedimenti per l’isola. Per realizzare la riforma agraria sono istituiti degli enti specifici, i cui compiti non consistono solamente nell’espropriazione e nella redistribuzione delle terre per favorire la formazione di una piccola e media proprietà terriera, ma consistono anche nella realizzazione delle infrastrutture necessarie al miglioramento delle condizioni generali dell’ambiente, nella costituzione di aziende adeguatamente dotate di capitali tecnici e scorte, nella formazione e nell’assistenza tecnica degli assegnatari e nella promozione di cooperative per la trasformazione e la vendita dei prodotti agricoli. Nel complesso gli enti di riforma espropriarono circa 770.000 ettari di terreno, costituiti per oltre il 90% da terre incolte, di cui il 70% nel Mezzogiorno. Sono create 113.000 nuove aziende agricole a livello familiare, di cui 89.000 nel Meridione. Tuttavia, soprattutto nel Sud d’Italia, la dimensione media delle aziende non sempre risulta essere adeguata a garantire un livello di vita soddisfacente per le famiglie assegnatarie. Proprio per questo motivo durante gli anni del miracolo economico, molte aziende sono abbandonate dagli assegnatari che preferiscono trasferirsi nel Nord industrializzato piuttosto che condurre una vita grama e di stenti nelle loro terre di origine. Salvatore Lucchese
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