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Le ragazze del ’43 a Molfetta. Memoria delle violenze dimenticate
06 marzo 2021

 In occasione della Giornata della Donna, si vuole ricordare un periodo sul quale si è discusso molto poco: il biennio 1943-1944. Furono anni bui per l'Italia sulla quale la storia ci ha lasciato tracce non sempre veritiere. Ed allora io scrivente (nato nel 1933, ndr), all'epoca dei fatti ragazzo di dieci anni, tenterò di trasferire i ricordi di un fanciullo curioso di quel tempo.

Delle vicende storiche che precedettero l'entrata in Molfetta delle truppe di occupazione si è ampiamente parlato da più parti anche se non in modo esatto, quindi partirò dal giorno in cui, con accanto mio padre, mi recai in piazza Santa Teresa per assistere al passaggio delle truppe alleate. Nessuno mi ha mai spiegato perchè queste armate venivano da Bisceglie ed andavano verso Bari, con una quantità enorme di mezzi e di uomini che non è facile quantificare.

Nel frattempo, altri reparti provvedevano a requisire scuole, palazzi, stadi o altri spazi necessari per allocare mezzi e uomini. In quei giorni confusi del Settembre 1943, noi meridionali non sapevamo sotto quale governo vivevamo e quale doveva essere l'atteggiamento di noi cittadini. Certo non fu piacevole osservare il comportamento di queste truppe, che gettavano roba contro le due ali di persone sul ciglio della strada. La gente raccoglieva direttamente da terra quello che veniva loro lanciato addosso: farina, latte in polvere, carne in scatola, sigarette, cioccolate ed altro ancora. Questi cittadini, che certo non mangiavano bene da anni, raccoglievano quanto potevano e scappavano via: si venne a creare un rapporto fra donatori e raccoglitori che non giovò molto nei successivi rapporti tra vincitori e vinti.

Ma da chi erano rappresentati questi occupanti? Ve ne erano di tutti i tipi: americani, inglesi, francesi, indiani, africani, australiani, neozelandesi e altri gruppi minori. Noi ragazzini, imparammo a riconoscere la provenienza dalle divise. Era importante conoscere la nazionalità, perchè diverso era l'atteggiamento dei soldati nei confronti dei civili. Bisognava stare lontani, in primis, dai soldati marocchini, dagli americani di colore e dagli indiani. Noi ragazzini abbiamo assistito a scene di violenze sessuali compiute nella indifferenza generale. Ci era stato consigliato, non appena vedevamo tale risma di soldati, di fuggire via. Allora non vi erano giornali, la radio non trasmetteva notizie locali, tutto era comunicato per passaparola e le notizie erano spesso e volentieri falsate.

Per far comprendere quale fosse il clima di quei tempi vi racconterò un evento a cui ho assistito in prima persona: un gruppo di fanti del distaccamento francese (in realtà formato da coloni africani) di stanza vicino allo stadio Paolo Poli, imposero ad un contadino di liberare la mula dal traino e quelli, a turno, possedettero la bestia. Una scena vista con i miei occhi, ed immaginate la paura che si instaurava in noi ragazzini e nella popolazione civile. Non avevamo mai visto la guerra e ci trovammo di colpo a viverla ed a condividerla con le truppe di occupazione, così tanto diverse tra di loro.

Ebbene, questa era la situazione a Molfetta e nei centri limitrofi negli ultimi mesi del 1943. Le più esposte alle mire degli occupanti furono, purtroppo, le donne: dovevano occultarsi, sparire. Il rischio era una subitanea violenza.

Naturalmente, allora, ci fu molta confusione con le "signorine" che volutamente si offrivano per soldi o altri beni e tutte le altre: i soldati non facevano differenza, soprattutto se ubriachi. È vero che circolava la Militar Police che cercava di arginare il fenomeno ma certo non poteva controllare ovunque. Inoltre, all'epoca, chi subiva violenza non lo raccontava in giro. Ad aggravare la cosa, non vi era un sistema capillare di diffusione delle informazioni, quindi tutto era opinabile.

Noi ragazzini commettevano errori gravissimi: alla richiesta dei soldati in merito alla direzione della "case chiuse", li guidavamo verso un palazzo qualsiasi e poi si fuggiva. Immaginate cosa succedeva dopo ed a volte ci è scappato anche il morto. Si parlò anche di una novella Rosa Picca: una ragazza, pare di nome Antonella, che viveva nella città vecchia, si gettò dal balcone per non subire violenza e morì nell'impatto. Di questi fatti non esiste documentazione storica, se non la memoria di coloro che hanno vissuto quegli eventi.

Per me ragazzino, l'unica cosa certa era l'avere tre sorelle maggiori, giovinette, che in quel periodo attraversarono un momento di inquietudine interna, di paura e di ansia che durò per molti mesi a venire. Non era facile vivere con quelle paure, non uscire, non vivere, correre a nascondersi non appena si udiva bussare alla porta. Molti storici poco accorti, confondono il primo incontro con le truppe di occupazione con quello che avvenne dopo, ovvero la fraternizzazione tra cittadini e militari, anche se non fu sempre un idillio.

Un’altra tragedia di quel periodo è quella della piccola Laura Sancilio che fu investita da un camion di soldati inglesi ubriachi all’altezza dell’Istituto Apicella in Corso Fornari.

Da sempre, nei periodi bellici, sono le donne che sopportano i maggiori rischi, sono le donne che devono affrontare la violenza dei vincitori. Forse perchè sono considerate più deboli? Ed allora si è maggiormente vigliacchi. Da queste violenze nacquero moltissimi bambini figli di NN perlopiù ospitati dall’istituto delle suore in via San Pietro.

Poco la storia ha parlato di questi avvenimenti e del tormento vissuto dalle donne di quel tempo. Eccezione alla regola, il film "La Ciociara", stupendamente interpretato da Sofia Loren ha trattato l'argomento con sufficiente veridicità storica.

Ormai l'Italia era divisa in due, le notizie erano filtrate con opposte tendenze, ma le nostre donne di allora seppero dare esempio di rettitudine morale, di resilienza e di resistenza alle fatiche ed ai pericoli. Ora, di quelle donne ne sopravvivono pochissime ma allora dettero al mondo, da altere, il più fulgido esempio di donna di italica stirpe, continuatrice delle nostre antiche e nobili tradizioni morali.

A guerra finita, il 1° Maggio 1945, in un vile attentato persero la vita due giovanissime ragazze molfettesi: le sorelle Giacomina de Bari di sette anni e Antonia de Bari di diciotto anni. La giustizia non ha ancora dato un nome, o i nomi, degli organizzatori dell'attentato che quel giorno si risolse in un bagno di sangue.

Per non dimenticare, l’Associazione Eredi della Storia – A.N.M.I.G. unitamente alla Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, domenica 7 marzo a partire dalle ore 11.30, nel pieno rispetto delle norme anti-CoViD (distanziamento e mascherine), osserverà un minuto di silenzio alla base della bandiera e simbolicamente piazza Mazzini diventerà “piazza sorelle De Bari, vittime innocenti – 1° Maggio 1945”.

Saremo a vostra disposizione con il nostro archivio fotografico-documentale e le memorie del Generale medico dott. Adamo Mastrorilli, affinché le nuove generazioni non dimentichino gli orrori della guerra.

Ass. Eredi della Storia – A.N.M.I.G.

prof. Giuseppe Maria Mezzina

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