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La Sindrome di Stendhal. Mostra di beneficenza a Molfetta per l’Associazione Parkinson
Un'opera di Vito Cima
30 settembre 2018

MOLFETTA - Un significativo evento di beneficenza ha colorato di solidarietà l’Estate molfettese. L’Associazione culturale As.so. Arte, in collaborazione con l’Associazione Parkinson Puglia, Onlus, e con il Patrocinio del Comune di Molfetta, ha indetto un’esposizione dal titolo la “Sindrome di Stendhal”, inaugurata  in presenza del Sindaco, Tommaso Minervini. I proventi ricavati dalla vendita dei quadri, alcuni dei quali sono stati donati dagli artisti alla Onlus per l’evento, saranno destinati a sostenere l’opera di assistenza che l’Associazione offre agli ammalati. 

Accanto al Sindaco, che ha porto il saluto istituzionale e manifestato sensibilità per la causa, il vernissage ha veduto gli interventi della Segretaria di Parkinson Puglia, Viviana Oliva, e del Presidente dell’Associazione As-so Arte, Francesca Pappagallo. Curatrice dell’allestimento la pittrice Isabel Spagnoletta.

Nove gli artisti coinvolti, ciascuno rappresentativo di un percorso significativo. La scelta del titolo è legata all’idea dell’arte come foriera di ancipite turbamento. Henry Beyle, detto Stendhal, per primo descrisse quell’affezione psicosomatica, scatenata in presenza di opere d’arte e accompagnata a una condizione panica e a uno stato confusionale, che fu poi teorizzata nella seconda metà del Novecento. La curatrice non ha voluto alludere tanto al turbamento suscitato nel fruitore, quanto, invece, all’ambiguo sentimento che coglie l’artista a contatto con un supporto (la tela, la carta, la tavola) su cui estrinsecare le proprie emozioni. Senza dimenticare il turbamento provato da chi avverte il primo scampanio di mali come il Parkinson, che generalmente si rivelano invalidanti, ma, per vie traverse, in alcune circostanze, possono anche favorire la liberazione di energie creative latenti.

Maria Addamiano proietta l’osservatore in una dimensione pacificante, attraverso le sue incursioni in spazi siderali che si offrono azzurri allo sguardo, riflettendo una condizione di serenità, di armonia con il cosmo, di fiducia nell’esistenza di una dimensione trascendente, capace di dar senso a ogni creatura nel disegno universale. Natale Addamiano guarda, invece, alla terra e alla sua Murgia, buen retiro dell’anima, sebbene anche luogo della fatica ingrata e del Sole che arde i campi. Proprio campi biondeggianti di messi e punteggiati di fiori offrono un’immagine paradisiaca, complice il cielo, che sembra dettare i ritmi della composizione.

Maria Bonaduce offre esempi della sua produzione d’arte sacra, con un angelo d’ispirazione barocca; i suoi acquerelli, invece, indagano l’inquietudine che avvelena la vita cittadina. Il desiderio di evasione è affidato a una surreale fuga in volo con l’improbabile ausilio di palloncini o all’improvvisa creazione di uno spazio di luce nel grigiore stagnante dell’aura cittadina. Vito Cima recupera le icone della dismissione; con gusto popular ed efficacia nel disegno, rappresenta lattine accartocciate o modella cataste di macchine (proprio come César amava riplasmare tramite pressa forme di vecchie automobili) come fossero covoni, affastellati sino a confondersi col cielo. La sua attenzione al cityscape tradisce il sapore concentrazionario delle zone industriali metropolitane.

Paolo Lunanova gioca su un’estrema linearità della composizione e delle forme, offrendo un diario cromatico che privilegia i colori caldi, in un’astrazione elegante e raffinata. Giovanni Morgese concentra la sua attenzione sulle simbologie della cristianità: il diluvio è reso attraverso geometrismi sui quali risalta la figura irenica e divina della colomba. Altrove l’artista riflette sul Tau, emblema della perenne lotta tra le tenebre (suggerita dal dialogo verbo-visivo) e la luce che prepara il suo trionfo; o ancora medita sul rito battesimale, con gli elementi aggettanti che rivelano la connessione tra l’uomo e il mistero dell’acqua salvifica. Maria Luisa Sabato s’interroga sull’eterna Streit degli elementi e sul contrasto tra fisico e metafisico, per poi pervenire a una soluzione ispirata alla coincidentia oppositorum, nel dialogare e sovrapporsi degli oggetti della composizione, che paiono quasi scaturire, anche cromaticamente, l’uno dall’altro. Affine negli approdi concettuali l’itinerario di Luisa Varesano, che, riconducendosi alla mitologia greca, riflette sul daìmon, sulle nozze tra elementi e sul concetto di androginia, sfruttando le potenzialità metamorfiche offerte dal mezzo tecnico per inverare e dar forma a concetti filosofici. In tal direzione, brillante l’intuizione del legame tra la noctua Minervae, simbolo di saggezza, e la follia, che in essa stessa pare albergare. Non è un caso forse che la civetta sia al contempo anche emblema di leggerezza e frivolezza femminile.

Concludiamo la carrellata con Isabel Spagnoletta. Il suo percorso precedente tradiva l’ammirazione per Pablo Picasso, ma anche per il muralismo messicano. Non si può, a nostro avviso, negare come richiami in particolar modo a Orozco siano tuttora percepibili nelle sue opere. Ci sembra tuttavia prevalere una tensione espressionista astratta, che, per esempio nella bella marina, conserva tenui legami con il figurativo, ma, attraverso cromatismi rasserenanti e l’armonia di linee orizzontali e verticali – in rispondenza all’accordo del principio femminile e maschile –, punta a suscitare empatia ed emozioni profonde.

 © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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