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La politica nell’età post-ideologica
28 febbraio 2018

La politica che viviamo oggi è un riflesso evidente della “società liquida”, nota espressione del sociologo Zygmunt Bauman. Qualcosa a cui dovremmo abituarci. Non molto tempo fa il partito rappresentava per l’elettore una visione del mondo, un insieme di valori rassicuranti, e quindi un’idea più o meno precisa di cosa vota. C’erano una volta, tanti anni fa, la Guerra Fredda, il Sessantotto, il crollo del Muro, e l’era Ronald Reagan. C’erano le ideologie, la destra conservatrice, la sinistra rivoluzionaria, i movimenti studenteschi; eppure, oggi, nell’anno in cui i ragazzi nati nel 2000 si avvicinano per la prima volta alle urne, queste appaiono veramente come vecchie anticaglie. D’altra parte, quest’anno ricorre anche il cinquantesimo anniversario del Sessantotto.

Siamo nell’età della “fine delle ideologie” e dei partiti che le incarnavano, o meglio, della fine delle ideologie alternative all’unica sopravvissuta, quella neo-liberale del mercato mondiale, della riduzione a merce di ogni aspetto della vita umana e della crescita illimitata. Lo constatiamo anche nelle ultime riforme della scuola, il cui fine non è quello di formare dei cittadini consapevoli e capaci di criticare il potere, ma degli automi che devono entrare nel mondo del lavoro.

Le ideologie – come anche le “grandi narrazioni” di Lyotard – sono state dichiarate morte per celebrare l’unica che ad esse succede, occupandone lo spazio e colonizzando l’immaginario dei consumatori. Ne viene fuori una nuova configurazione complessiva della politica, con la quale dobbiamo ancora fare i conti fino in fondo: è l’eclisse dei partiti e delle ideologie delle quali erano portatori.

La conseguenza è il ritorno a una sorta di neo-feudalesimo economico. Lo vediamo nelle recenti inchieste sui lavoratori di Amazon, Uber, o Ryanair e dinanzi alle quali la politica sembra avere un atteggiamento del tutto servizievole. Quest’ultima è il luogo della decisione e invece i Governi lavorano con un punto di riferimento economico, ma se l'economia finisce con l'essere il faro e il riferimento, allora diciamo che la politica ha esaurito il proprio lavoro ed è l'economia a governare la politica. La politica odierna sembra così essere totalmente asservita alle Banche, alle Multinazionali e ai gruppi d’interesse.

In un contesto simile ciò che emerge non è la condivisione del valore, ma la forza della leadership personale. E ciò può essere molto pericoloso. Il professor Giovanni Sartori diceva che fare le elezioni e andare a votare è ormai un modo di eleggere i capi. La nuova legge elettorale, il Rosatellum, lo conferma ancora una volta. Sono d'accordo con lui. La democrazia è ad esempio aiutare i terremotati costruendo nuove case, aprire gli asili affinché le donne possano lavorare, sostenere i risparmiatori in difficoltà. La democrazia è queste cose, è la vita reale, non semplicemente l'andare a votare: quello è un modo per eleggere i capi.

L’aveva già detto Platone, l’inventore del pensiero politico. Dei 35 dialoghi che ci ha lasciato, una decina sono indirizzati contro i retori e i sofisti, cioè contro coloro che ottengono il consenso in vista della ricerca della verità, ma sulla base della mozione degli affetti, dell'appello all'autorità, della sofisticazione dei paralogismi e della persuasione emotiva. Secondo Platone costoro devono essere espulsi dalla città perché non può nascere un sistema democratico finché ci sono tali mistificatori del linguaggio e del consenso. Siamo in un paese in cui ogni anno ci sono le elezioni ed è chiaro che coloro che vogliono essere eletti vanno incontro ai desideri del popolo, ma questi sono desideri individuali, privati e di interesse, non sono desideri improntati al bene comune.

Giovanni Capurso

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La crisi della politica è la crisi degli intellettuali. Chi sono oggi gli intellettuali? I servi del potere e nemmeno della politica, servi del potere economico, basta guardare un qualsiasi programma televisivo per rendersene conto. Pagliacci e buffoni per alzare l''audience e guadagnare in pubblicità, roba e cose da vergognarsi. Il vero problema doloroso e disfattista è l''attrazione e il seguito delle masse popolari, come attratti da pifferai magici. Trattasi ovviamente del ruolo del lavoro intellettuale nelle società moderne, che trovò la sua definizione canonica con i philosophes dell''illuminismo e che sembra aver subito una radicale trasformazione oggi, in epoca postmoderna. Trasformazione metaforica nel passaggio dalla figura dell''intellettuale "legislatore" a quella dell''"interprete": da chi arbitra e sceglie in base al proprio superiore sapere tra opinioni relative alla realizzazione del miglior ordine sociale a chi, abbandonate le ambizioni universalistiche, mette la propria competenza professionale al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani. Intellettuali divisi in "sedotti" e "repressi". Necessitiamo ritornare urgentemente al ruolo originario dell''intellettuale "legislatore". Al tempo in cui entrò a far parte del vocabolario dell''Europa occidentale, il concetto di "intellettuale" traeva il suo significato dalla memoria collettiva dell''età dei Lumi. Proprio allora furono poste le basi di quella sindrome potere/sapere che è uno degli attributi più importanti della modernità. Ora invece il potere e nelle mani del "non sapere". Questo è dovuto al fatto che la più intensa delle esperienze postmoderne è "l''insicurezza", quell''insicurezza che ci attanaglia ogni giorno, ogni ora della nostra vita con i cambiamenti socio -culturali avvenuti rapidamente e velocemente in questi ultimi anni. Necessitiamo di formulare in modo più soddisfacente i fondamenti della superiorità oggettiva della razionalità, della logica, della moralità, dell''estetica, dei precetti culturali, delle regole del vivere civile etc., etc.. Molti sono i "populismi", falsa e pericolosa ideologia. "L''uomo del popolo - scrisse Diderot - è il più stolto e malvagio di tutti gli uomini".
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