Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
La politica economico-finanziaria della Destra e la questione demaniale ( II parte)
NAPOLI - 13.9.2006 - Lo Stato italiano divenne titolare di un cospicuo patrimonio demaniale, costituito dai beni ereditati dai precedenti Stati regionali. Esso comprendeva: saline, stagni, terme, miniere, canali, industrie, ferrovie, telegrafi, arsenali e beni fondiari. Il dibattito, le analisi e le considerazioni relative ai vantaggi sociali ed economici che si sarebbero potuti conseguire attraverso la vendita di quei beni, vendita che avrebbe potuto favorire la formazione di una piccola e media borghesia imprenditoriale, fu schiacciato dall’urgenza di risanare le finanze dello Stato. Fu proprio la priorità di assicurare allo Stato nuove entrate che dettò i tempi e le modalità della privatizzazione e della gestione dell’ingente patrimonio demaniale. Ai privati fu dato in appalto l’esercizio delle miniere, degli impianti metallurgici, dei monopoli dei tabacchi e dei cantieri navali di Livorno e La Spezia, mentre venne ceduta ai privati la proprietà dei canali e delle ferrovie statali del Piemonte e della Liguria e concessa a società private la costruzione di nuove linee ferroviarie. Il problema di maggiore rilievo fu la vendita delle terre demaniali dello Stato e dei Comuni. Tale patrimonio, che corrispondeva a circa un sesto del totale della superficie agraria nazionale, era concentrato prevalentemente nelle regioni dell’Italia centrale e meridionale. All’indomani dell’unificazione, i Comuni del Sud d’Italia possedevano oltre un milioni di ettari, di cui cinquecentomila facevano parte del demanio universale e seicentomila provenivano dalle leggi eversive della feudalità di epoca napoleonica, il cui intento era quello di favorire la formazione di una piccola e media proprietà terriera. Di fatto, le proprietà rimasero nelle mani dei galantuomini che amministravano gli enti locali. Successivamente essi ottennero la legittimazione delle loro usurpazioni versando nelle casse comunali un canone del tutto irrisorio. Per accelerare i tempi della vendita ed assicurarsi quanto prima gli incassi, lo Stato italiano diede in appalto ad un gruppo privato la gestione delle privatizzazione dei terreni demaniali. Mentre i terreni più fertili furono venduti a prezzi altissimi, i terreni meno fertili furono venduti a dei prezzi così bassi tali da indurre anche chi non aveva soldi a comprarli, con la speranza di rimediare ai debiti contratti per l’acquisto con la rendita ricavata delle terre comprate. Tuttavia, l’impossibilità di fare fronte alle prime rate fece scattare il sequestro dei terreni dei piccoli proprietari insolventi. Terreni che vennero poi rivenduti a prezzi ancora più bassi. Nei confronti di tale speculazione si sollevarono una serie di proteste, che indussero il governo ad affidare la vendita dei beni sequestrati nel 1867 ad un’azienda ministeriale. Ma anche questa volta la vendita dei beni demaniali invece di favorire la formazione di una piccola e media proprietà terriera finì con il rafforzare i latifondi. Ancora una volta la “fame” di terra del Mezzogiorno venne frustrata da operazioni economico-politiche, che consolidarono il potere delle classi possidenti a discapito dei ceti meno abbienti. Salvatore Lucchese
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