Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
La politica economica del fascismo
NAPOLI - 30.7.2007 Fino al 1925 la politica economica del regime fascista si caratterizza per la piena continuità rispetto alla politica seguita dai governi precedenti. Il ministro delle Finanze Alberto De Stefani (foto) persegue tenacemente l’obiettivo del risanamento finanziario attraverso la riduzione della presenza dello Stato nell’economia. Il rigore fiscale ed amministrativo viene applicato soprattutto nei confronti dei salariati, dei coltivatori diretti e dei coloni. Per quanto concerne la politica doganale, attraverso una serie di trattatati bilaterali, si punta a ridurre il livello medio di protezione della produzione nazionale. Pur all’interno delle direttive economiche di matrice liberista, il ministro De Stefani è costretto ad una politica di salvataggi industriali e bancari, rivolta soprattutto verso la Banca dello Sconto e il Banco di Roma. La rivalutazione della lira, fortemente voluta da Mussolini, genera effetti negativi per l’occupazione, i salari reali e i consumi interni. A partire dal 1929 con il crollo di Wall Srett il regime fascista cambia la propria politica economica, favorendo un ‘interveto diretto dello Stato nell’economia attraverso la creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), il cui compito precipuo consta nella riorganizzazione tecnica, economica e finanziaria delle attività industriali del paese. In questo modo, l’IRI giunge a controllare una parte significativa del capitale industriale e finanziario, configurandosi come lo strumento privilegiato della politica autarchica e dirigista inaugurata da Mussolini a partire dal 1936. Un campo di interesse specifico della politica economica fascista è la legislazione sulla bonifica culminata con la legge del 1928 detta “bonifica integrale”, che mira ad una serie di interventi di carattere idraulico, logistico ed infrastrutturale, culminati nella bonifica e nella colonizzazione di 140.000 ettari dell’Agro Pontino. Salvatore Lucchese
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