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La politica e il degrado della comunicazione
08 agosto 2018

Che il nostro Paese sia in declino lo dicono tutti gli indicatori: dalla disparità della ricchezza, la fuga dei giovani talenti, al forte rallentamento della natalità. E lo dice anche il degrado del linguaggio politico, non solo tra gli attori diretti, ma a catena tra gli elettori ridotti al rango di spettatori che si insultano a suon di post su facebook, tweet e fake news.

Lo abbiamo visto nell’ultima, bruttissima, campagna elettorale per le politiche: una ricorsa agli slogan, insulti personali e falsità ben nascoste da promesse mirabolanti contando sulla memoria corta degli elettori. Ora la pausa estiva può essere una buona occasione per riflettere su questo tema non proprio secondario. Indubbiamente, in tutto questo c’entra la cultura dello spettacolo, che per alzare l’audience, incoraggia l’aggressività verbale.

Naturalmente il linguaggio (o l’insulto) diretto e personalistico, l’abbigliamento più casual, la gestualità, l’alzare la voce e il fare esempi semplici (illuminante quello della spesa), a torto o a ragione, è un modo per farsi percepire più vicini alla gente.

Ma le agorà della comunicazione, con la loro spettacolarizzazione, hanno ridotto la politica da luogo di confronto tra idee, anche ruvido e aspro, in vere e proprie tifoserie attaccate in maniera irrazionale ai colori delle maglie, per usare un gergo calcistico. In questa battaglia mediatica, al momento – stando ai risultati elettorali e agli attuali sondaggi -, il PD e la Sinistra sembrano aver perso, nonostante qualcosa di buono l’abbia fatto. Mentre, a proposito della memoria corta, già in pochi ricordano che Salvini parlando alla pancia degli elettori aveva promesso il rimpatrio di quattrocentomila migranti.

Per quanto riguarda il M5S, dopo anni di opposizione verbalmente aggressiva, vedremo se saprà superare il battesimo del fuoco del Governo. C’è allora un’ultima importante, quanto scontata, domanda da porsi: se la politica, e chi se ne occupa ad alti livelli, non abbia il dovere pedagogico di esprimersi con un linguaggio della verità piuttosto che con la retorica che mira solo al consenso.

La risposta la diamo a Platone, che già molti secoli fa aveva messo in guardia contro i retori e i sofisti il cui unico scopo, diceva nel Gorgia, è quella «di convincere gli altri con le proprie parole» (452a-d).

Giovanni Capurso

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Il degrado delle parole e non solo politico, impedisce anche la comunicazione. Ma già Friedrich Nietzsche aveva scritto indicando l''incapacità di comunicare verso cui si stava avviando l''uomo accogliendo la follia di adattarsi alla convenzione di un linguaggio fatto di puri suoni verbali. Le sfide politiche di questi ultimi anni, hanno degradato la comunicazione di massa, aiutati e supportati da pseudi "intellettuali servitori": grida, schiamazzi, parolacce, sottintesi alquanto volgari, hanno divertito il "nulla e vuoto culturale popolare". Le masse popolari con molta facilità, portate ad adeguarsi e aggiornarsi ai "turpiloqui" politici diventati nel frattempo linguaggio d''uso popolare e di massa. Il linguaggio politico è stato analizzato da Gustavo Zagrebelsky. Zagrebelsky analizza una dozzina di frasi del lessico berlusconiano e e mostra come esse abbiano un effetto performativo, vale a dire "spingano gli elettori a compiere certi atti". Prendiamo ad esempio il lessico berlusconiano "mettere le mani nelle tasche degli italiani", ovvero come colui che non gli chiederà di pagare le tasse: la forza mascherata di questo enunciato è quella di rendere "etica l''evasione fiscale". Così si esprime Zagrebelsky: " "C''è davvero dietro quest''espressione, un''idea generale circa il rapporto tra cittadini e Stato. Questa: che imposte e tasse siano taglieggiamenti e furti e che i governanti, chiedendo ai cittadini di partecipare alle spese pubbliche, si comportino da ladri". Tutto questo impoverimento e degrado linguistico, per l''incapacità politica di capire e riflettere sui cambiamenti sociali in atto. Cosa fare per combattere la volgare comunicazione? Una "guerra" difficile, forse con il buon esempio degli onesti cittadini, finchè ne avranno la forza.

"Q", direttore de Sanctis, Redazione tutta, perdonatemi l''errore: due volte la 2° Parte, manca la prima, eccola: 1° parte. - Al di fuori della politica l’uomo ha fatto miracoli: ha sfruttato il vento e l’energia, ha trasformato sassi pesanti in cattedrali, è riuscito a controllare e vincere quasi tutte le malattie, ha cominciato a penetrare i misteri del cosmo. “In tutte le altre scienze si sono registrate notevoli progressi” ebbe a dire una volta John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti “ma non in quella del governo, la cui prassi è rimasta immutata.” Esistono quattro tipi di malgoverno, spesso combinati fra loro: la tirannia, l’eccessiva ambizione, la inadeguatezza e la decadenza, e, infine, la follia o la perversità. Ma follia e perversità, potrebbe obiettare qualcuno, fanno parte della natura umana, e allora per quale ragione dovremmo aspettarci qualcosa di diverso dagli uomini di governo? La follia dei governi preoccupa perché si ripercuote con effetti più negativi su un maggior numero di persone; di qui l’obbligo per i reggitori di stati di agire più degli altri seconda ragione. Tutto ciò è risaputo da tempo immemorabile, e allora perché la nostra specie non ha pensato a prendere precauzioni e a cautelarsi? Qualche tentativo è stato fatto, a cominciare da Platone, che propose di creare una categoria di cittadini destinati a diventare professionisti della politica. Secondo lui la classe dominante, in una società giusta, doveva essere costituita da cittadini che avevano imparato l’arte di governare, e la sua soluzione, affascinante ma utopistica, erano i re filosofi: “Nelle nostre città i filosofi devono diventare re, oppure chi è già re deve dedicarsi alla ricerca della sapienza come un vero filosofo, in modo da far coesistere in una sola persona potere politico e vigore intellettuale.” Fino a quando ciò non fosse accaduto, riconosceva Platone, “le città e, io credo, l’intero genere umano non potranno considerarsi al riparo dai mali.” E’ così è stato. (continua)

2°parte. - Il conte Axel Oxenstierna, cancelliere svedese durante la terribile Guerra dei Trent’anni, parlava con ampia cognizione di causa quando disse: “Renditi conto, figlio mio, che ben poco posto viene lasciato alla saggezza nel sistema con cui è retto il mondo.” Lord Acton, uomo politico inglese del secolo scorso, usava dire che il potere corrompe, e di ciò ormai, siamo perfettamente convinti. Meno consapevoli siamo del fatto che esso alimenta la follia, che la facoltà di comandare spesso ostacola e toglie lucidità alla facoltà di pensare. La perseveranza nell’errore, ecco dove sta il problema. I governanti giustificano con l’impossibilità di fare altrimenti decisioni infelici o sbagliate. Domanda: può un paese scongiurare una simile “stupidità difensiva” come la definì George Orwell, nel fare politica? Altra domanda, conseguente alla prima: è possibile insegnare il mestiere ai governanti? I burocrati sognano promozioni, i loro superiori vogliono un più vasto campo d’azione, i legislatori desiderano essere riconfermati nella carica. Sapendo che ambizione, corruzione e uso delle emozioni sono altrettanto forze di controllo, dovremmo forse, nella nostra ricerca di governanti migliori, sottoporre prima di tutto i candidati a un esame di carattere per controllarne il contenuto di coraggio morale, ovvero, per dirla con Montaigne, di “fermezza e coraggio, due virtù che non l’ambizione ma il discernimento e la ragione possono far germogliare in uno spirito equilibrato.” Forse per avere governi migliori bisogna creare una società dinamica invece che frastornata. Se John Adams aveva ragione, se veramente l’arte di governare “ha fatto pochissimi progressi rispetto a 3000 o 4000 anni fa” non possiamo aspettarci grandi miglioramenti. Possiamo soltanto tirare avanti alla men peggio, come abbiamo fatto finora, attraverso zone di luce vivida e di decadenza, di grandi tentativi e d’ombra. (fine)

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