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La politica del go and stop a Molfetta
Un'immagine al tramonto del porto di Molfetta
02 novembre 2018

Pubblichiamo, a grande richiesta, non essendo più in edicola, l’editoriale del direttore Felice de Sanctis, pubblicato sul numero di settembre della rivista mensile “Quindici” e dedicato alla politica molfettese, ricordando che, a distanza di due mesi, alcune situazioni sono già cambiate.

 Finite le vacanze estive, passata la Festa patronale che a Molfetta rappresenta l’inizio del nuovo anno amministrativo, la città si domanda: a che punto siamo?

La risposta più immediata, che tra l’altro rimbalza sui social, divenuti ormai il termometro anche dell’elettorato, è zero. La situazione politica registra un encefalogramma piatto, anche se si preparano movimenti sotterranei non sconvolgenti, nel senso di non essere tale da provocare una crisi dell’alleanza destracentro, civica e ciambottista, che governa la città.

Il sindaco Tommaso Minervini prepara un rimpasto che prevede non solo la sostituzione del dimissionario a orologeria Pasquale Mancini che ha annunciato due mesi prima di voler lasciare, ma anche quella di altri assessori, giustificata da motivi di equilibrio fra le otto liste civiche, anzi 7 perché una già si è persa per strada, quella di Mimmo Spadavecchia. Quest’ultimo è rimasto a corto di poltrone perché silurato da suo fratello Enzo che, invece, mantiene salde le posizioni in giunta. Con la nomina del nuovo assessore, Mimmo sperava di essere “ripescato”, ma Tommaso, da politico navigato qual è, ha capito che lui non contava più nulla e ha confermato la delega per un nome suggerito da Enzo: Angela Panunzio la quale, rispetto al suo predecessore, pur essendo inesperta in politica, almeno è culturalmente più dotata della mai rimpianta Carmela Giordano.

La casella di Mancini va riempita al più presto, essendo un assessorato importante (Sicurezza e polizia urbana, commercio, marketing), ma i piani del buon Pasquale non coincidono con quelli di Antonio Ancona, primo eletto della sua lista “Officine Molfetta” che anche noi davamo per certo su quella poltrona, ma che, interpellato da “Quindici” si è dichiarato per ora non interessato. E questo disturba i piani di Mancini che sperava di entrare in consiglio comunale al posto di Ancona. Ma non è detto che Ancona cambi idea e Mancini sieda in consiglio.

Per lo stesso incarico era stato fatto il nome anche di una cariatide politica come Mimmo Corrieri, già assessore negli anni d’oro della Dc. Ma anche questa ipotesi sembra caduta, per cui c’è chi non esclude, come la politica ci ha abituato da sempre, che ci sia un “ripensamento” di Mancini che giustificherebbe questo passo indietro con una chiamata a furor di popolo per l’ottimo lavoro (a suo personale giudizio) fatto in questi mesi. Ma questo significherebbe anche che dovrebbe lasciare l’incarico di assicuratore, avendo già subito pressioni in tal senso dai suoi superiori, che non nascondono l’imbarazzo per l’evidente conflitto di interessi. Forse una rotazione delle deleghe gli permetterebbe di conservare la poltrona in giunta e il controllo degli equilibri con le altre liste.

Indubbiamente con i numerosi incarichi clientelari ad avvocati, ingegneri, geometri e consulenti, oltre alla pioggia di contributi dati in giro da questa maggioranza, come accusa l’opposizione, restare fuori non sarebbe il massimo. Del resto, la distribuzione di incarichi politici col bilancino, mantiene solida la coalizione di Tommaso Minervini ed evita scossoni. Se questa pioggia di incarichi l’avesse fatta l’ex sindaco Paola Natalicchio, sarebbero piovute decine di denunce in Procura dal solerte avvocato Mariano. Oggi, invece, è tutto regolare e tranquillo. Bontà loro, sono più bravi ed esperti dei precedenti, come proclamano.

L’unico assessore che ha lavorato producendo una ricca stagione di eventi culturali, Sara Allegretta, vede il suo incarico a rischio, per il famoso rimpasto. Certo, finora sul piano amministrativo, non si è visto nulla che non sia il completamento di quanto già avviato dall’amministrazione di centrosinistra di Paola Natalicchio: Corso Umberto, Piazza Principe di Napoli, waterfront e lungomare, stadio, pista di atletica e in ultimo il Pums (Piano urbano di mobilità sostenibile), magari con qualche modifica peggiorativa. Ma non erano questi gli amministratori che si proponevano al posto dei precedenti, dichiarandosi esperti? Almeno gli altri avevano l’alibi di dover imparare a conoscere la macchina amministrativa.

Il resto, sono tutti lavori inutili e solo uno spreco di soldi come il rifacimento di Corso Fornari. Ma qui “cantiere perenne” come potremmo definire l’assessore ai Lavori pubblici Mariano Caputo deve fare la sua parte, almeno a livello propagandistico.

Del resto il sindaco appare sempre più nella stessa condizione del povero presidente del consiglio Giuseppe Conte che non conta niente, stretto tra i suoi tutor Salvini e Di Maio, mentre Tommaso è stretto fra i tutor locali Saverio Tammacco (che parla poco, ma agisce molto e controlla tutte le liste civiche, compreso il Pd, ormai inesistente) e Mariano Caputo che sono i suoi vice sindaci di fatto che gli dettano le direttive, da eseguire se non vuole a casa. Poi c’è il suo grande mentore, il governatore Michele Emiliano che, però, sembra non dare più troppo ascolto alle richieste della “sua” giunta locale.

Certo di questi tempi, con Lega e Cinque Stelle che avanzano, tornare alle urne potrebbe essere pericoloso.

La fortuna di Tommaso è di governare tranquillamente grazie ad un’opposizione debole sia numericamente sia politicamente. A sinistra appena 3 consiglieri comunale non lo impensieriscono, anche perché la sinistra a Molfetta è ancora tramortita dalle sconfitte elettorali locali e nazionale e mostra difficoltà a riorganizzarsi.

A destra c’è spaccatura completa con l’ex sindaco Antonio Azzollini, sempre più isolato avviato sul viale del tramonto, anche perché dopo aver perduto tutti i suoi sergenti passati con Minervini, ora perde pezzi anche all’interno del gruppo di centrodestra in consiglio comunale, primo fra tutti il “fedelissimo” Pino Amato.

L’ex uomo dell’Udc, giusta l’anticipazione di “Quindici” che ora vediamo confermata, fiutata l’aria perdente, aveva cominciato a cercare casa col figlio Robert, che almeno all’esterno mantiene la posizione attuale per non perdere i vantaggi della sua amicizia con il vice presidente della Regione Giuseppe Longo. Ma il Pino duemila ha già strizzato l’occhiolino a Salvini e alla Lega, flirtando con alcuni suoi esponenti locali, in cambio di un passaggio di fronte ricompensato da una candidatura alla Regione. Alla corsa regionale dovrebbero partecipare anche Tammacco e Nicola Piergiovanni, ma quest’ultimo visto il calo di consensi del Pd, potrebbe desistere.

Ecco perché Pino ha cominciato a prendere le distanze dall’ex sindaco Azzollini, al quale sono rimasti fedeli solo la sua prestanome Isa de Bari, candidato sindaco sconfitto e Antonello Pisani, riconoscente per la sua ascesa politica. Gli altri consiglieri hanno già preso le distanze: la senatrice Carmela Minuto, ormai ha occupato il posto di Azzollini scaricato anche da Forza Italia. Fulvio Spadavecchia, politico emergente, resta fedele a Berlusconi, ma si differenzia dall’ex senatore e fa fronte comune con i giovani, mentre Sara Castriotta è alla ricerca di qualche sponda romana, avendo perso molti consensi dopo che lo stesso Azzollini l’ha scaricata, fidandosi solo delle sue donne del cerchio magico della Nutella.

Questo sarebbe il quadro del centrodestra, ammenocché lo stesso Antonio Azzollini, con un colpo di coda politico, al quale ci ha abituato con i frequenti cambi di fronte, non acceda lui prima di Amato alla corte di Salvini e al povero Pino non resterebbe che il ruolo dell’eterno numero due.

In questo scenario il sindaco Tommaso Minervini può continuare a galleggiare: per il porto, dove non si intravede una soluzione a breve, per l’ospedale dove Michele Emiliano lo ha dimenticato, per il piano delle coste che ha affidato ad un commissario e lasciando per sé, come dice il consigliere Gianni Porta di Rifondazione, un ruolo di sub commissario al Comune.

Così Tommaso lascia giocare “cantiere perenne” (che di mestiere fa l’avvocato, ma ha sempre nel cassetto il sogno di fare il geometra, vista la sua passione per la Lego) per dare l’idea di realizzare opere pubbliche: ne ha in programma ben 120, una trentina l’anno. Molte opere sono inutili come la sostituzione dei lampioni non usurati di Corso Umberto, dimenticando quelli rosi dalla salsedine del lungomare e della banchina S. Domenico, che cadono. E i soldi pubblici potrebbero essere spesi per sistemare le strade ridotte a gruviere.

Mentre “mercato diffuso” (Pasquale Mancini) propone un mercatino al giorno dal lungomare a piazza Paradiso, trasformando la città in un suk arabo all’aperto per il piacere delle casalinghe, sue grandi elettrici, che vedono con gioia un mercato al giorno e non più solo il giovedì.

Che importa se poi non ci sono i soldi? Basta prenderli dal fondo del porto, senza spiegare, né sapere come reintegrarli (forse per questo la ripresa dei lavori tarda a venire), come accusano i consiglieri di centrodestra che definiscono Minervini “sindaco dei debiti” anche per la sua precedente esperienza.

E’ questa la città smart, la città del fare? Sembra più la politica dello stop and go, anzi sarebbe più giusto definirla del go and stop.

© Riproduzione riservata testo e foto

Autore: Felice de Sanctis
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