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La Casa di accoglienza don Tonino Bello di Molfetta compie 30 anni
De Palo, Battaglia, Cornacchia, Pisani
11 febbraio 2019

MOLFETTA – Il 9 febbraio 1989, Mons. Antonio Bello inaugurò a Molfetta la Casa d’Accoglienza destinata ad ospitare le persone in difficoltà. Per la sua sede scelse un edificio dato in comodato d’uso dalle suore del SS. Nome di Gesù - in via Carlo Pisacane a Molfetta -  poi acquistato e ristrutturato dalla diocesi grazie al vescovo Mons. Luigi Martella e nel 2003 intitolato a don Tonino Bello.

Oggi - in occasione del 30° anno di vita di un’opera di così grande valore etico, sociale e morale – la Caritas diocesana ha organizzato, tra i diversi eventi, una tavola rotonda al Museo diocesano di Molfetta dal titolo Orizzonti di fraternità.

A prendere per primo la parola, Mons. Domenico Cornacchia – vescovo di Molfetta – che ha ricordato ai presenti quando questa casa di accoglienza rappresenti prima di tutto un luogo santo. Perché non può definirsi diversamente una struttura che ha visto susseguirsi nel corso degli anni una moltitudine di volontari che in maniera infaticabile hanno scelto di aiutare, sostenere ed ospitare tante famiglie vittime di sfratti, senza fissa dimora, uomini e donne soli con problemi economici, vittime della disoccupazione, dell’alcool e della solitudine ma anche migranti. Una santità che si ritrova nei volti e nei cuori di tanti giovani che hanno scelto di vivere l’esperienza dell’obiezione di coscienza prima, del servizio civile e dell’anno di volontariato sociale poi, spendendosi per vivere accanto ai più bisognosi. Un’opera, però – come ha ricordato lo stesso Mons. Cornacchia – incompiuta e per cui forte è il bisogno di un prosieguo sempre nella direzione del darsi all’altro, della mano tesa, del cuore aperto al prossimo.

Insomma, bisogna aggiungere altri tasselli come ha ricordato Mons. Domenico Battaglia - Vescovo di Cerreto Sannita – durante il suo intervento affinché la chiesa possa diventare una chiesa degli ultimi e aprirsi ad orizzonti di fraternità. L’obiettivo è quello di recuperare il sogno perché solo una chiesa che sogna può evangelizzare. Il resto è solo apparato inutile e fine a se stesso. Per questo è importante fare qualcosa di concreto, portare la carezza di Dio a chi ne ha più bisogno come segno di forza, di speranza e di pienezza. Perché dopotutto la fragilità può sempre trasformarsi in opportunità purché la chiesa sappia intercettarla e trasformarla in qualcosa di bello come realizzazione di un’opera di Dio. Insomma si deve passare dal sogno alla concretezza.

E questo Mons. Battaglia lo sa bene. Di fatti, durante il suo intervento appassionato ha raccontato ai presenti delle tante attività che i volontari svolgono per gettare sul territorio un’ancora di salvataggio verso chi ne ha più necessità. Ed ecco nascere aggregazioni di giovani che si ingegnano nel creare progetti che generino opportunità lavorative, volontari che mettono su un laboratorio dedicato a ragazzi disabili per farli uscire dall’isolamento che spesso li attanaglia e li relega fuori dal mondo e piani di intervento rivolti a donne in difficoltà, spesso vittime di violenza. Un modo questo per essere protagonisti ognuno del proprio cambiamento. Un cambiamento che si fa speranza e che ha come base dell’agire il dare senza aspettarsi necessariamente di ricevere qualcosa in cambio. Insomma la centralità del volontariato come pezzo di vita fatto di incontri, abbracci e occhi che si accolgono.

Una centralità che ha tenuto a rimarcare anche il prof. Mimmo Pisani, direttore della Casa d'Accoglienza che nel corso degli anni ha spalancato le sue porte durante le tante emergenze che si sono susseguite. Ha accolto immigrati provenienti dall’Albania dopo la caduta del regime comunista, dall’ex - Jugoslavia, dal Kosovo e dall’Iraq in guerra, dalla Tunisia durante la “primavera araba” fino ai nord-Africani arrivati a Lampedusa in fuga dalla Libia. Storie queste di accoglienza e inclusione.

Una sorta di riconoscimento e restituzione della dignità personale di ciascuno. Che poi è esso stesso uno dei principali obiettivi per cui è nata la casa di accoglienza come ha spiegato ai presenti, il dott. Franco de Palo - assistente sociale – durante il suo intervento. Ha parlato di una necessità che si è fatta concreta, ovvero della voglia di realizzare un progetto organico che ottemperasse al bisogno di dare ospitalità e accoglienza ai volti delle persone in difficoltà nell’ottica del “noi”.

È stato un modo per dar seguito al “pensare globalmente ed agire localmente”, tanto caro a don Tonino. È un sogno quello della casa di accoglienza che certamente è stato partorito dalla mente di un pastore illuminato ma che ha trovato le radici in una chiesa vera che si fa popolo e si schiera dalla parte degli ultimi. Perché nella maggior parte dei casi non bastano le opere di carità se manca la carità delle opere. E l’augurio più grande – a conclusione della serata – è che questa realtà possa sempre essere vigorosa e pronta ad accogliere chiunque al momento del bisogno bussi a quella porta per trovare conforto e sentirsi meno solo.

© Riproduzione riservata

Autore: Angelica Vecchio
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