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“L’onore e il silenzio”, presentato a Molfetta il nuovo romanzo di Gianni Mattencini alla libreria “Il Ghigno” Interazione letteraria del giornalista Felice de Sanctis, direttore di “Quindici” con l magistrato-scrittore
Felice de Sanctis, Gianni Mattencini, Isa de Marco
09 agosto 2019

MOLFETTA – Un tranquillo paesino di pastori in Calabria, viene scosso dall’arrivo del progresso, il ponte sulla ferrovia e ancor più da un delitto che vede come vittima proprio l’ingegnere direttore dei lavori.

E’ questa l’avvincente trama dell’ultimo libro “L’onore e il silenzio” (Rizzoli) del magistrato-scrittore barese Gianni Mattencini che chiosa così il suo romanzo noir: “Progresso e delitto viaggiano sullo stesso binario”.

Il libro è stato presentato dalla libreria “Il Ghigno” nell’ambito di “Storie italiane” il primo festival della letteratura a Molfetta che ha avuto come scenario la Galleria del libro, come può essere ormai considerata la Galleria Patrioti molfettesi.

L’interazione letteraria è stata del giornalista Felice de Sanctis, direttore di “Quindici” e giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno” che ha dialogato con l’autore attraverso una stimolante intervista.

Quinto e ultimo appuntamento del Festival che la prof.ssa Isa de Marco ha illustrato così: “In un presente frammentario abbiamo chiesto ad ogni autore di dare indicazioni, formulare riflessioni e fornire opportunità per il futuro, soprattutto abbiamo chiesto di porre all’attenzione della platea le eventuali modalità attraverso cui la letteratura possa fornirci un futuro più roseo”.

Felice de Sanctis dopo aver riassunto la trama, ha sottolineato l’interesse del libro per la sua capacità di coinvolgere il lettore in quanto prospetta varie soluzioni per l’esito finale del giallo.

Dal giudizio del giornalista, traspare l’opinione positiva sulla scrittura creativa dell’autore e sulla sua abilità descrittiva, inoltre risulta molto sensibile la scelta di far assumere alle donne un ruolo preponderante in una Calabria degli anni ’20, dopo ben due anni dell’ascesa del regime fascista. Più in generale i personaggi disegnati si muovono da soli, ben delineati anche per quanto riguarda l’introspezione psicologica.                                                                                     Potrebbero sembrare lenti i ritmi del racconto e della trama, ma raccontare un giallo che si rispetti richiede un ritmo lento, paragonato allo scorrere delle acque di un fiume.

In seguito l’interazione letteraria ha proseguito con le domande formulate dal giornalista: “Il suo bisogno di scrivere è dettato dalla necessità di sfuggire alla monotonia dei codici? Lei si ritiene un magistrato prestato alla scrittura o uno scrittore prestato alla magistratura”?

“Il mio lavoro occupa sicuramente larga parte della mia giornata, ritengo comunque che la domanda sia legittima – risponde Mattencini -. La scrittura creativa è una mia esigenza, è una predisposizione che il mio animo mi fornisce ed esula completamente dal mestiere che svolgo. Mi tengo arroccato nella postazione di magistrato che vorrebbe diventare scrittore”.

Ritornando al titolo del giallo: il silenzio sottolinea una prerogativa della borghesia mentre l’onore è proprio del popolo dei pastori?”.

“Devo confessare che il titolo non mi appartiene, quando si pubblica con una grande casa editrice si cede al compromesso, ma comunque non lo ritengo molto lontano dal contesto che ho analizzato. L’onore ha un peso considerevole nella società italiana prima del 1981: anno in cui viene abrogata l’attenuante di omicidio per causa d’onore”.

Mi ha colpito molto il ruolo della squadra, quanta importanza abbia dato al lavoro di squadra, al collettivo e perché?” chiede il direttore di “Quindici”.

“La collegialità è una scelta, le storie grandi o piccole che siano non sono fatte da un solo individuo ma dall’interazione tra individui: è giusto riconoscere i personaggi piccoli e grandi ma essi si muovono in un contesto di collaborazione”.

Il ruolo degli uomini durante il fascismo è stato sempre esaltato, soprattutto nella mascolinità e l’ingegnere ne è un tipico esempio, ma nel romanzo risaltano soprattutto forti figure di donne. Come mai?”.

“Mi piacciono le donne, ne sono affascinato! Ho dato spazio alle donne forti, non quelle che in silenzio cantano il rosario”.

Durante la lettura del suo libro ho colto il tentativo di una qualche morale, il suo intento era fornirne una?”.

“Ho cercato di adeguarmi al lessico, ho analizzato bene le strutture lessicali calabre, in un contesto linguistico in cui si usava rivolgersi con il “voi” al posto del “lei” ma inconsciamente non ho voluto fornire nessun tipo di morale”.

Non si giustifica il delitto d’onore, ma si può comprendere? Una sorta di legittima difesa che oggi è tornata di attualità”, aggiunge Felice de Sanctis.

“Un giudice può comprendere la sollecitazione a compiere un fatto per ragioni d’onore ma non può comprendere un crimine, in nessun modo”.

In ultima battuta alcune domande del giornalista sul presente politico: “Il riferimento al regime fascista col forte divario culturale ed economico dell’epoca sembra tornare di attualità anche se in forma diversa col forte attuale divario sociale e soprattutto economico?”.

“Le similitudine le coglie chi le vede”.

Nell’attuale stagione politica al silenzio vengono contrapposte le urla e l’odio che dividono invece di unire, soprattutto sui social. Il borgo descritto nel libro è diventato quello profetizzato da Orwell, se non peggio? C’è ancora speranza?”.

“I social hanno massificato tutto, il frastuono della pochezza dei social si impone sul silenzio in maniera definitiva, purtroppo”.

Infine, le domande del pubblico sono state incentrate sul contesto geografico dell’opera e sul legame dell’autore Mattencini con Molfetta.

“Ho scelto di analizzare la Calabria perché era competenza del compartimento Puglia-Calabria, la ricerca di un borgo dalle caratteristiche pastorali mi ha fatto subito pensare al territorio meno dolce, caratteristico della Calabria. Una terra caratterizzata dalla gelosa tutela dell’onore”.

“Sono un mezzosangue: sono nato a Napoli in quanto mio padre era napoletano ma mia madre era molfettese. Ho trascorso la mia prima adolescenza a Molfetta e ne ho un ricordo meraviglioso: ritengo gli anni ’60-’70 come i più fulgidi per questa città. Ricordo con piacere le passeggiate verso il porto, luogo in cui era ancora possibile tuffarsi, ricordo la visione delle navi greche all’orizzonte, Molfetta era magica a tutte le ore”.

In apertura di serata è stata presentata l’autrice dei quadri che hanno colorato i vari incontri del festival letterario: Brunella Amato, la quale ha ritratto una sagoma di cattedrale persa nel blu della notte, emblema dell’onore della gente del Sud.

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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