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L’INTERVISTA. Michele Primaro, da Molfetta in Australia e ora al Giro d’Italia come tecnico “Passare da Molfetta è stata una grande emozione: tutti i parenti vengono a trovarmi e non escludo in futuro di avere anche una casa qui”
Michele Primaro
24 ottobre 2020

 MOLFETTA - Il Giro d’Italia è stata l’occasione per farlo ricongiungere, se pur per una toccata e fuga, alla sua città natia, perché vive in Australia. Ex ciclista oggi è uno dei più stimati meccanici della corsa rosa nel team EF Education First. Si tratta di Michele Primaro che ha rilasciato una lunga intervista a “Quindici” durante la quale si è raccontato senza filtri.

L’avventura del Giro d’Italia continua, lei che lo vive dall’interno – come addetto ai lavori – puoi raccontarci come sta andando?

«Sono molto stanco ma anche molto orgoglioso perché abbiamo vinto già due tappe ed è una cosa che non ci aspettavamo. Siamo molto contenti. Nel team ci sono ottimi corridori e già vincendo la prima tappa ci siamo resi conto che stavano andando molto bene e nella direzione giusta».

In seguito all’emergenza Covid-19 – rispetto allo scorso anno – cosa è cambiato in questa competizione 2020?

«I cambiamenti rispetto allo scorso anno sono sicuramente tanti. I protocolli molto stretti: non possiamo andare al di fuori di quello che loro chiamano la “bolla”. Di fatti tutta la squadra è in questa sorta di ambiente protetto e non possiamo uscirne al di fuori per ricongiungerci alla famiglia e agli amici. Dobbiamo sempre stare tra di noi. Ad esempio se andiamo a mangiare nell’hotel abbiamo una sala dedicata. Inoltre abbiamo guanti e mascherine che dobbiamo sempre indossare e chiaramente dobbiamo sempre essere attenti a disinfettante mani. Insomma i protocolli al riguardo sono molto stringenti. Sino ad oggi mi sono sottoposto a ben 17 test proprio per una questione di sicurezza».

Quindi in questo particolare periodo il sacrificio è doppio. Lei è lontano da casa e non ha potuto nemmeno vedere in presenza la sua famiglia e i suoi amici. Come la sta vivendo?

«Non è affatto facile. È un lavoro molto impegnativo anche per questa ragione. Per esempio l’anno scorso ho fatto tappa in 150 hotel diversi. Per la carriera ho sicuramente sacrificato anche la vita personale».  

Lei fa parte del team EF Education First ed è un meccanico specializzato. Qual è la situazione più difficile che si è trovato ad affrontare? 

«Ci sono stati sicuramente degli avvenimenti pesanti. Per esempio assistere ad incidenti di ragazzi che si fanno molto male durante una competizione, per me è una brutta cosa. Sono stato vicino ad una persona che morì lo scorso anno nel giro di Polonia. L’incidente sicuramente non è una cosa bella. Poi, nello specifico se parliamo del mio lavoro come meccanico le situazioni più complesse sono quelle d’emergenza quando bisogna cambiare velocemente la ruota della bici o risolvere problemi improvvisi. Di solito, per cambiare una ruota ho calcolato un tempo massimo al di sotto i 15 secondi. Succede che apriamo la porta della macchina mentre è ancora in corsa e ci lanciamo fuori sperando di non farci male anche se delle volte l’imprevisto capita anche a noi. Quando sei nel mezzo della confusione o ti trovi sotto la pioggia qualcosa può andare storto. Ad esempio una volta mi è successo di essere saltato fuori dall’auto troppo velocemente tanto da ritrovarmi la caviglia incastrata sotto la ruota. Ho tirato fuori il piede e mi è rimasta la scarpa sotto la ruota: sono dovuto intervenire mezzo scalzo».

Quanto il suo lavoro incide sulle performance del ciclista?   

«Sicuramente abbiamo un ruolo molto importante. Basti pensare che nel nostro team oltre me ci sono altri tre meccanici. Ci definiscono ail climb heroes, ovvero gli eroi che non vengono mai visti ma che in realtà fanno tutto il lavoro di preparazione, dalla mattina alla sera senza sosta. Di solito ci tirano in ballo solo quando qualcosa va male (ride, ndr). Sicuramente posso dire che la cosa più importante, per esempio è predisporre la bici a seconda del percorso che il ciclista deve affrontare. Ci sono molti corridori nella nostra squadra che sono molto esigenti e vogliono che tutto sia perfetto, dalla cosa più piccola sino a quella più grande. Ad esempio, devono avere la ruota più leggera piuttosto che il manubrio in un certo modo».

Per lei che ha origini molfettesi, cosa ha significato passare da Molfetta durante il giro d’Italia?

«È stata una grande emozione anche perché i miei parenti si sono messi d’accordo e mi sono venuti a trovare. Erano in tanti e mi hanno accolto con le braccia aperte anche se abbiamo dovuto rispettare i protocolli di sicurezza. Il dottore che era in macchina con me – e che fa parte dello staff – me lo ha permesso, ma sempre indossando mascherina e guanti. D’altronde non potevo rinunciare al loro affetto. Dopo il lavoro mi sono fatto un giro per la città e ho ripercorso i luoghi del cuore. Rispetto ai miei fratelli so per certo di essere quello che più di tutti sente questo richiamo profondo di tornare sempre più spesso a Molfetta: mi trasmette sempre delle belle emozioni. Infatti, sto pensando in futuro di mantenere la mia casa in Australia, ma di averne anche una a Molfetta».

Oggi può vantare una carriera brillante, costellata di successi e soddisfazioni. Da dove è partito?

«Il ciclismo è forse stato la sport, dopo il calcio che mi è piaciuto di più. In realtà la “colpa” è attribuibile a mio fratello più giovane che era appassionato di ciclismo. Tutto è cominciato all’età di 13 anni quando partecipai ad una gara nella città di Benevento che, peraltro vinsi. Da quel momento mi presero subito in squadra. Da allora in poi ho vinto altre gare anche a livello internazionale. A 21 anni ho aperto il mio primo negozio di bici in Australia. Purtroppo qualche anno più tardi ho avuto dei problemi alla schiena e mi sono dovuto fermare. Ho continuato a lavorare in questo campo prima come direttore sportivo poi come meccanico. E di lì è nato tutto. Iniziai a lavorare per le squadre italiane professioniste 24 anni fa: seguivo delle gare che mi portavano dall’Australia alla Malesia ma non lo facevo a tempo pieno. Poi è nato mio figlio e mi sono fermato e quando è diventato più grande ho ripreso da dove avevo lasciato. Di fatti 4 anni fa ricominciai in una squadra che per intenderci – facendo un paragone a livello calcistico – può essere assimilabile alla serie B. L’anno dopo sono poi passato alla serie A nella Sunweb per due anni e poi sono passato in EF Education First. È una passione che non si è spenta mai. Tra l’altro appena posso salto in bici e quando lo faccio dopo molto tempo mi sento come un bambino che pedala per la prima volta con il vento sul viso. Mentalmente ti fa star bene, ti rinfresca. È un modo per scaricare la tensione che magari hai accumulato al lavoro o per altre situazioni».

Che possibilità avete di vincere il Giro d’Italia? Un pronostico.

«La nostra squadra non va per la classifica generale e questo già lo sapevamo, ma abbiamo dei corridori che abbiamo mandato in fuga che hanno preso un po’ di vantaggio, di tempo e quel vantaggio è stato fondamentale per arrivare primi al termine della tappa. Penso che potremmo avere ancora una o addirittura altre due sorprese. Abbiamo ancora un po’ di carte da giocare soprattutto perché adesso il morale è molto alto. Perché quando si incomincia a vincere si smuove qualcosa dentro che ti porta a fare sempre meglio e a voler vincere ancora, dandoti quella energia in più che diversamente non ci sarebbe stata. Stiamo cavalcando un’onda molto positiva e per questo credo possa ancora accadere qualcosa di buono».

Quest’ultima domanda mi sembra doverosa. Si sente più italiano o australiano?

«Mi sento italiano a tutti gli effetti nel modo di pensare, agire, di parlare. Dentro di sicuro mi sento italiano, molfettese. In Australia mi chiamano l’italiano e in Italia mi chiamano l’australiano. È così. È una cosa che non posso cambiare (ride, ndr).

© Riproduzione riservata

Autore: Angelica Vecchio
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