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Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
L’inchiesta di Franchetti e Sonnino sulla Sicilia (I parte)
NAPOLI - 26. 10 . 2006
Nel 1876 Sidney Sonnino (nella foto) e Leopoldo Franchetti intrapresero la loro inchiesta sulla Sicilia, che già era stata oggetto di un’indagine parlamentare approdata ad una valutazione estremamente prudente sui mali che la caratterizzavano. Nel primo volume dell’inchiesta –
Condizioni politiche ed amministrative della Sicilia
– Franchetti incentrò la propria attenzione sulle radici storico-sociali della violenza diffusa e della mafia. L’aspetto specifico della criminalità organizzata dell’isola fu individuata dal giovane toscano nell’universale complicità di cui essa godeva ai più svariati livelli. Ma l’osservazione più importante era l’organicità della mafia rispetto al sistema di clientele e alla natura particolaristica dei rapporti sociali, che alimentava la fedeltà verso un gruppo ristretto di individui mimando il consenso e la fiducia nei confronti delle istituzioni e del bene comune. Le origini del sistema clientelare e della mentalità individualista, secondo Franchetti, doveva essere rintracciata nella storia dell’isola che per secoli aveva conosciuto un sistema feudale sopravvissuto alle riforme costituzionali e alle leggi che lo dovevano abolire. L’abolizione formale del regime feudale con la costituzione del 1812 non mutò la realtà di fatto di dominio e sopraffazione. “Ma – osserva Franchetti – se dopo l’abolizione della feudalità non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla: le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L’istrumento che conveniva adesso adoperare per i soprusi, era in molti casi l’impiegato o il magistrato”. Con l’unità d’Italia la situazione non cambiò. Anzi i latifondisti accrescono il loro potere e la loro influenza a discapito delle classi meno abbienti. In una situazione del genere il compito dello Stato italiano era quello di fare prevalere l’autorità della legge e della giustizia sull’autorità privata non con i metodi repressivi, ma con un sistema giuridico-politico fortemente accentramento per sottrarre alle consorterie locali il controllo della polizia e della magistratura. Franchetti era conscio del fatto che il suo programma sarebbe stato ostacolato dalle forze politiche governative, che, in parte, erano espressione di quei ceti dominanti nell’isola che egli intendeva combattere. Ma la soluzione dei mali era necessaria se non si voleva mettere a rischio la stessa unità nazionale. “Certamente – affermò Franchetti – l’Italia potrà sussistere per molto tempo ancora in quelle medesime condizioni nelle quali vive da quindici anni. Sono molte le malattie organiche che non spingono a pronta morte. Ma in un organismo indebolito, pieno di germi di decomposizione, quelle medesime cagioni che in un corpo sano produrrebbero effetti appena avvertibili, generano lo sfacelo generale. E quando questo avvenisse, i primi a soffrirne crudelmente sarebbero i membri di quella classe che adesso non sa capire quali responsabilità e quali doveri le imponga di fronte al rimanere della nazione il fatto ch’essa è quasi sola a trar profitto della libertà italiana”. Un monito, quello di Franchetti, ancora oggi drammaticamente attuale.
Salvatore Lucchese
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