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L’INCHIESTA. Cantieri navali e Spiaggia Maddalena, cosa si nasconde dietro “un progetto misterioso” Il pasticciaccio brutto dell’amministrazione Minervini
(foto di Mauro Germinario)
05 dicembre 2020

 MOLFETTA - C’è un posto molto speciale per Molfetta e per i molfettesi. Un luogo del cuore, che è stato cuore pulsante di un pezzo di rilievo della nostra economia e che costituisce una parte importante della nostra identità territoriale. Mi riferisco all’area di Spiaggia Maddalena e all’insediamento produttivo che su quest’area insiste: quello dei cantieri navali.

Un tempo, i cantieri di Molfetta erano un punto di riferimento dell’intera marineria del medio e basso Adriatico. La sapienza dei nostri maestri d’ascia era rinomata e gli armatori sceglievano Molfetta per il rimessaggio e la riparazione dei pescherecci, poiché la qualità e l’esperienza degli operatori, accompagnata ad un indotto significativo, assicurava risultati importanti. E non solo, poiché ricercatissime erano anche altre professionalità tecniche che nei nostri cantieri, come quelle legate alla riparazione dei motori. Tanto che è cosa nota che il polo di meccanica di precisione della nostra zona industriale, oggi fiore all’occhiello della nostra economia, ha le sue radici nell’expertise delle maestranze e nelle intelligenze specializzate sui nostri cantieri.
Ma i nostri erano anche cantieri produttivi. Si disegnavano, costruivano e varavano barche con una importante intensità. E, da tutta Italia, gli armatori venivano a “farsi la barca a Molfetta”. I cantieri navali all’opera fanno parte della memoria collettiva cittadina. Chiunque si affacciava dal piccolo scorcio tra le suppigne e l’imbocco di via Madonna dei Martiri, poco prima dell’incrocio con via Goffredo Mameli, poteva fino a qualche anno fa sempre scorgere una barca in fabbricazione o in rimessaggio, con il brulicare di operai attorno al lavoro. Purtroppo, con il tempo, questa realtà si è molto modificata. E si è aperto il grande tema della crisi dei cantieri e delle strade possibili per il loro rilancio.

La crisi dei cantieri navali di Molfetta: gli ultimi dieci anni

Negli ultimi dieci anni, i cantieri navali sono andati progressivamente in crisi. Nel confrontarmi, nel tempo, con gli operatori del settore, ho compreso che si è tratta di una crisi legata a due principali fattori. Il primo è legato alla generale crisi della marineria molfettese. La nostra flotta peschereccia, negli anni, si è praticamente dimezzata, tanto che qualcuno la definisce ormai – amaramente – flottiglia. Secondo i dati di Assopesca, l’associazione degli armatori generosamente guidata da Franco Minervini, le barche molfettesi in attività sono 52, fra piccole e grandi. Siamo a una cifra ben lontana da quel centinaio di pescherecci che fece, nel tempo, di Molfetta la marineria più importante d’Italia dopo Mazara del Vallo. Con le belle foto raccolte dall’Archeoclub a ricordarci il nostro porto popolato dalle barche, definito da molti “il Pireo dell’Adriatico”. 

Con una flotta peschereccia ridotta, anche l’attività cantieristica molfettese ha sofferto. Non solo a Molfetta, ma anche nei porti vicini che costituivano il bacino economico dei nostri cantieri, gli armatori hanno spesso scelto di rottamare anziché costruire. Questo ha inevitabilmente generato una flessione del volume di affari. La cantieristica molfettese, tuttavia, almeno fino a circa un decennio fa, ha retto, con quattro operatori molto attivi sull’insediamento di Spiaggia Maddalena e una attività di costruzione oltre che di rimessaggio che si è mantenuta intensa, almeno fino al 2013. Quando avviammo la campagna elettorale del 2013 e muovevo, dopo tanti anni a Roma, i miei primi passi nella conoscenza profonda del tessuto produttivo della città, feci una serie di sopralluoghi per entrare nelle questioni cittadine più scottanti e uno di questi fu proprio a spiaggia Maddalena.

Ricordo un maestro d’ascia che mi accolse dicendomi: “Sei il primo politico che ci viene a trovare dai tempi di De Cosmo!”. Il paragone mi fece sorridere e non so quanto fosse vero. Ricordo, però, che la sorpresa per questa visita era reale, anche tra gli operai. E ricordo anche che mi si presentò subito, davanti agli occhi, anche la seconda ragione che è inevitabilmente alla base della crisi della nostra cantieristica: uno spazio di lavoro molto sacrificato, con scali di alaggio (le “piste di accesso” al mare delle barche, da cui le stesse barche vengono anche tirate a secco oltre che varate o rimesse in acqua dopo i lavori) “fermi al dopoguerra” (cito la frase che mi disse un tecnico, al tempo) e le stesse suppigne, gli insediamenti storici usati come depositi dagli operatori, in uno stato di degrado. L’insicurezza dei nostri cantieri navali, gli spazi sacrificati, il far west delle concessioni, con fortissimi contenziosi tra gli imprenditori confinanti: tematiche tenute “sotto il tappeto” per anni. Quando insediammo la nostra amministrazione decidemmo di affrontare la questione. Con gli operatori e non contro.

Nel frattempo, uno dei cantieri storici in attività, proprio in quel periodo, chiuse i battenti. Mi riferisco al cantiere in cui furono costruiti i primi “pescherecci in ferro”, tecnica all’avanguardia messa a punto proprio nella nostra Molfetta. Un incidente molto grave, proprio sul lavoro, colpì la famiglia dei proprietari. Un primo pezzo di storia di Spiaggia Maddalena si spense, proprio mentre provavamo a intervenire. Il tentativo di “salvataggio” dei cantieri proseguì. Fu un vero e proprio “viaggio nel tempo”, ma anche un “viaggio contro il tempo”.

Il triennio 2013-2016

Sono stati almeno tre i settori dell’amministrazione che si occuparono dei cantieri navali nel triennio della mia sindacatura: il settore Territorio, il settore Lavori Pubblici e il settore Cultura. Con l’allora assessore Rosalba Gadaleta, che coordinava le attività del settore Territorio, per la prima volta nella storia amministrativa della città, mettemmo mani sul tema delle concessioni, dove vigeva davvero un far west amministrativo che provammo a dirimere, non senza conflitti. In sintesi: non esistevano concessioni “sulla carta” degli spazi di lavoro lungo spiaggia Maddalena. Ed era impensabile fare un bando “azzerando” le concessioni in essere e rimettendole sul mercato: si sarebbe trattato di mettere in discussione e a rischio l’attività di imprese già fiaccate dalla crisi. Optammo per una soluzione-sanatoria, che riordinò con fatica i perimetri delle attività. Con un conflitto acceso, perché una verità va detta, importante anche per la prospettiva dell’area: mentre la cantieristica navale soffriva, si allargava (anche fisicamente, con sconfinamenti che in alcuni casi hanno avuto esiti anche in Procura della Repubblica!) il rimessaggio nautico, ovvero l’attività legata al porticciolo turistico “autoctono” che si è nel tempo creato lungo l’adiacente Molo Pennello.

Cantieristica navale e nautica sono due attività molto diverse. Pezzi diversi di una “blue economy” che a Molfetta da anni si evoca e si cerca di facilitare e incoraggiare, ma che richiede uno sviluppo ordinato e coordinato, e soprattutto una visione concertata con gli operatori e guidata saldamente dalla mano pubblica. Su questo, però, torneremo più avanti.

Oltre a sistemare l’affaire concessioni, il settore Territorio commissionò a uno degli esperti di riferimento sul tema, l’Ing. Francesco Samarelli, la prima ricognizione tecnica dell’intera area.  Un lavoro molto complesso, che esplorò la zona suppigna per suppigna e rilevò anche le criticità nelle attrezzature di spiaggia Maddalena. Criticità strutturali, in stato di abbandono da decenni. Esisteva il tema del mancato allaccio alla rete fognaria, del corretto smaltimento dei rifiuti di lavorazione (alcuni tossici, come ad esempio le vernici), delle criticità statiche di molte suppigne, con la gravissima situazione dell’area ex Cinet.

L’imponente documento prodotto da Samarelli in coordinamento con l’allora assessorato all’Urbanistica conteneva anche una preziosa parte propositiva, che presentammo in occasione di una bella iniziativa organizzata a Fabbrica di San Domenico da Cosimo Sallustio e dal gruppo di Agenda 21.

La proposta, che come Amministrazione sostenemmo, era questa: mettere in sicurezza l’area, insediare un Museo del Mare nella zona ex Cinet, sviluppare un progetto di fruizione turistico-ricreativa nell’area di Spiaggia Maddalena e spostare l’attività cantieristico-navale a Secca dei Pali, con una piastra attrezzata adeguatamente, con travel lift e ogni altro utile strumento necessario a portare avanti l’attività industriale adeguatamente.

Il settore Cultura (guidato dall’allora assessore Betta Mongelli) avviò, anche con il supporto scientifico di Archeoclub, una riflessione sul possibile spostamento del Museo del Mare (oggi sacrificato a Fabbrica San Domenico) e il settore Lavori Pubblici (guidato dall’allora assessore Giovanni Abbattista) avviò la progettazione della messa in sicurezza, che si fece quanto mai urgente, visto anche il doloroso sequestro dell’area che intervenne nell’estate 2015 per iniziativa della Spesal Asl, che portò a una interruzione delle attività, proprio a causa delle complesse misure di sicurezza sul lavoro, non completamente ottemperate.

Intanto, un altro incidente interessò uno dei principali cantieri rimasti in attività e la crisi economica, aggravata dalla sospensione delle attività, portò ad alcune cessioni, tali da contrarre ancora il polo cantieristico navale a favore di quello del rimessaggio nautico. E da farci dire che, di fatto, un solo maestro d’ascia oggi opera attivamente nell’area. E più che di “cantieri navali”, amaramente, siamo arrivati a declinare la parola al singolare.

Ci tengo anche a citare l’apporto creativo e di visione che diedero i giovani assessori-architetti Marilena Lucivero e Giulio Germinario, che attivamente parteciparono alla bella sfida del concorso europeo Europan, a cui Molfetta si candidò e partecipò per rilanciare la sfida del nuovo waterfront. In quell’occasione, architetti di tutta Europa proposero soluzioni molto affascinanti sulla pedonalizzazione di Spiaggia Maddalena e la riconversione dell’area in zona ricreativo-turistica.

In giunta, insomma, ci fu un vero e proprio “cantiere sui cantieri”, interdisciplinare e intergenerazionale. Gettammo, io credo, le fondamenta per un intervento sull’area serio e ponderato, che non poteva prescindere dal riconoscimento di inadeguatezza strutturale di Spiaggia Maddalena come area industriale, dal coraggio dunque di spostare i cantieri a Secca dei Pali, pur prendendo coscienza di una crisi del settore dagli esiti imprevedibili.

 

Il pasticcio dell’amministrazione Minervini: la fase 1 (2017-2019)

Nonostante nel 2017 sia passata all’opposizione dell’amministrazione guidata dal sindaco Tommaso Minervini, ho apprezzato i primi passi mossi dal sindaco e dalla sua giunta sulla questione cantieri. Mi è sembrato di scorgere una passione per il tema, un rispetto per la riforma avviata nel triennio precedente, una preoccupazione autentica di profondere un tentativo serio per rilanciare l’attività cantieristico-navale e valorizzare al meglio l’area di Spiaggia Maddalena. E le prime due delibere della giunta Minervini (la delibera di giunta 154 del giugno 2018 e la delibera di giunta numero 16 del febbraio 2019) mi sono sembrate coerenti con il percorso avviato.

L’amministrazione ha varato un protocollo con il Consorzio Cantieri Navali (in realtà un consorzio che include più l’indotto che gli operatori cantieristici) e ha approvato la “sia la progettazione di un nuovo cantiere in località Secca dei Pali che delle opere necessarie per la messa in sicurezza dell’attuale area, nonché dell’approdo turistico” (delibera 154/2018, pagina 3), assicurando anche che tali opere “si svolgeranno contemporaneamente (cit).

Insomma: il sogno di un “polo potenziato e moderno della cantieristica navale” (cito ancora la narrativa della delibera del 2018) sembrava poter prendere forma e la stessa Relazione tecnica propositiva elaborata con la nostra amministrazione nel maggio 2015 veniva addirittura approvata nel deliberato (punto 1), come presupposto per la “ulteriore fase progettuale”.

Allo stesso Samarelli fu affidata la progettazione del cantiere unico a Secca dei Pali (Determina Dirigenziale 937 del 2018), mentre a un pool di professionisti guidato dall’Ing. Domenico Mastropierro l’intervento complessivo su Spiaggia Maddalena e, nel fabbricato Ex Cinet Tattoli, sul Museo del Mare (Determina Dirigenziale 2 febbraio 2020, che arriva dunque ben due anni dopo la delibera di giunta di indirizzo; fino ad allora era stato incaricato il solo coordinatore, Mastropierro, senza il pool di progettazione).


La svolta pericolosa del 2020: tramontano cantiere unico e Museo del Mare e arriva il cemento?

Non abbiamo mai fatto demagogia sugli incarichi professionali, a differenza di chi ci ha preceduto. I tecnici servono a fare opere pubbliche utili e valide. Ma è stata grande la sorpresa di veder affidato l’incarico complessivo sulla progettazione degli interventi su Spiaggia Maddalena, che erano interventi di massima urgenza, solo due anni dopo la delibera di indirizzo.

Dove è finito l’’interesse pubblico di riqualificazione dell’area? Dove sono finiti i progetti degli architetti di Europan sull’intera area? Dove è finita la pressione del Consorzio Cantieri Navali per fare presto e in fretta? I cantieri navali hanno smesso di essere priorità dell’Amministrazione? E il Museo del Mare, promesso dal sindaco alla cittadinanza a inizio mandato? E lo spostamento dell’area industriale a Secca dei Pali? Domande senza risposta, ad oggi. Perché, ne siamo certi, sui cantieri navali sta si sta verificando, da tempo, una oscura virata.

Intanto, negli ultimi DUP (Documento Unico di Programmazione, il libro-mastro di ogni amministrazione, annualmente aggiornato con gli obiettivi di mandato) si è parlato insistentemente di project financing sui cantieri navali e Spiaggia Maddalena. Su questo punto, mi sono personalmente opposta, con forza, in consiglio comunale, in uno dei miei ultimi interventi, già, nel 2019.

Perché privatizzare l’intervento su Spiaggia Maddalena? E chi sono i privati a cui cediamo un pezzo di cuore, di storia, di identità, di economia della nostra Molfetta? Perché non è dato sapere almeno questo, in trasparenza? A seguire, poi, i documenti del 2020, tra delibere e determine, il mistero di infittisce. In primis, scompare l’intervento su Secca dei Pali e l’opzione di spostamento dell’area industriale. Non troviamo ragione di questo nelle carte, che sono tre: la Delibera di Giunta numero 70 del 17 marzo 2020; la successiva Delibera di Giunta 144 del 10 luglio 2020; la Determina Dirigenziale 1018 del 15 settembre 2020. A marzo, si approva il progetto definitivo relativo a Spiaggia Maddalena. Un progetto il cui quadro economico arriva a 5.139.000, cifra non irrilevante. Scompare Secca dei Pali, ma la speranza di un intervento sull’area si riapre.

Cosa, accade, però, nel cuore dell’estate? Il 10 luglio scorso, tutto cambia. Vi invito davvero a leggere la delibera del 10 luglio, un capolavoro letterario, pieno di acrobazie linguistiche, con dentro un colpo di scena. Abbiamo lavorato tre anni a questi progetti, ma adesso sentiamo l’esigenza di approvarne un altro, tutto nuovo, sulla stessa area.

Questo nuovo progetto, che chiameremo “il progetto misterioso” (visto che non si possono scaricare gli allegati dal sito del Comune; ma la consigliera comunale Silvia Rana ha chiesto tutte le carte per fare chiarezza) ha un quadro economico da 3.200.000 euro.  Viene descritto, in delibera, come fosse il progetto del secolo. E, soprattutto, è questo il progetto che il Comune candida, si legge, all’accesso dei fondi europei del POR 2014-2020. Insomma, ci sarebbe un possibile finanziamento regionale, su un progetto misterioso, che sbaraglia i precedenti e che la giunta approva in piena estate post Covid. Senza coinvolgere la cittadinanza, senza coinvolgere il Comitato Spiaggia Maddalena, senza spiegare a nessuno qual è l’integrazione di questo nuovo progetto con i due precedenti.

Attenzione, ultimo e decisivo particolare: a pagina 5 della delibera 144 si legge che il progetto misterioso avrà “realizzazione 2020”.

 

No alla privatizzazione e cementificazione di Spiaggia Maddalena

Ho mantenuto i toni di questo lungo “viaggio nel tempo e viaggio contro il tempo” volutamente pacati. Perché penso che sia necessario recuperare lucidità, conoscenza e competenza per comprendere, fino in fondo, cosa sta accadendo alla città sul piano della gestione prima ancora che sul piano politico. Il trasformismo del sindaco Tommaso Minervini scandalizza e amareggia molti cittadini. Ma ancor più scabroso risulta il caos amministrativo e gestionale in cui versa la città. E il rischio-svendita di interi pezzi di territorio in corso.

In attesa di vedere nel merito le carte progettuali, che il sindaco avrebbe avuto l’obbligo etico di mostrare alla città o almeno al Comitato Spiaggia Maddalena prima dell’approvazione in giunta, almeno per un parere consultivo, alcune indiscrezioni raccontano che si tratterebbe di un progetto di avanzamento in cemento della “spiaggia” che porterebbe alla profondità del molo della nuova Capitaneria l’intera area. Insomma, una piastra di cemento profonda 30 metri in una zona ad alto valore storico e paesaggistico.

E, aggiungo, rendendo impossibile la destinazione della zona ad area culturale e turistico-ricreativa, poiché “zona di lavoro” e dunque incompatibile con il passaggio e il passeggio della cittadinanza o dei turisti. Ma, soprattutto, la domanda delle domande è: chi ha interesse a questo avanzamento dei cantieri navali?

La richiesta di questo nuovo progetto arriva dai maestri d’ascia, da investitori legati al settore cantieristico oppure da imprenditori legati alla nautica? La cosa è ben diversa. E i cittadini hanno diritto di sapere cosa sta accadendo.

Se l’intenzione è ancora quella di supportare la marineria e un settore economico ad essa connesso, oppure se si sta cambiando strada. E per mano di chi. Per soddisfare quali interessi privati e con quali garanzie di interesse pubblico.

È gravissimo che il sindaco decida le sorti di un’area così importante nel silenzio generale, progettando e programmando di realizzare un’opera così impattante, sul piano paesaggistico ed economico, senza rendere conto a nessuno.

Siamo fuori da ogni processo democratico e si butta all’aria con gravissima superficialità un percorso che è durato anni, rischiando di disegnare una ferita urbanistica, ambientale ma soprattutto identitaria difficilmente risanabile. L’amministrazione è ancora in tempo per fermarsi e i cittadini sono ancora in tempo per fermarla.

Spero che questa ricostruzione dei fatti possa essere un utile strumento di questa battaglia.

Paola Natalicchio

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