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Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
L’età giolittiana (II parte)
Napoli – 13. 12. 2006
La legge speciale per Napoli fu presentata dopo che la relazione di una commissione d’inchiesta parlamentare accertò il profondo grado di corruzione e collusione dei politici locali con la criminalità organizzata. Ispirata agli studi ed alle proposte di Francesco Saverio Nitti (foto), la legge prevedeva un piano d’industrializzazione per la città di Napoli da favorire attraverso la ristrutturazione del porto, l’istituzione di una zona libera da vincoli doganali, la costruzione di abitazioni per operai e la costituzione dell’Ente autonomo del Volturno, con il preciso compito di produrre energia idroelettrica da condurre nel territorio napoletano. Negli stessi anni furono varate altre leggi speciali per favorire lo sviluppo economico della Puglia, della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, mediante degli interventi che miravano a potenziarne le infrastrutture e ridurne la pressione fiscale sui terreni. Non mancarono interventi specifici sul piano della politica culturale, quale la legge Daneo-Credaro del 1911 che attribuiva allo Stato le competenze e gli oneri per l’istruzione elementare, che molti comuni poveri del Mezzogiorno non riuscivano a garantire ai propri cittadini. Nel 1912 fu introdotto il suffragio universale maschile, che riconosceva il diritto di voto anche ai cittadini analfabeti che avessero prestato servizio militare o compiuto i trenta anni di età. In questo modo l’elettorato passò da tre a nove milioni, rafforzando la deputazione socialista. In politica estera Giolitti fu altrettanto dinamico. Approfittando della crisi che colpiva l’Impero Turco, nel 1911 il governo italiano dichiarò guerra alla Turchia con l’intento di sottrarle la Libia. Impresa che l’Italia riuscì a portare a termine per il sostegno politico ed economico dato all’azione militare. Nel 1913 Giolitti si dimise da capo del governo e fu sostituito da Salandra. La fine dell’età giolittiana non fu determinata esclusivamente da vicende parlamentari, ma fu soprattutto il frutto dei profondi cambiamenti socio-economici che erano stati favoriti dal riformismo giolittiano. Il suffragio universale prima e la Grande guerra poi accelerarono l’ingresso delle masse operaie e contadine nella vita politica nazionale, minando alla base il sistema di potere liberale. Gli stessi socialisti riformisti appiattitisi sulla difesa degli interessi dell’aristocrazia operaia erano del tutto inadeguati rispetto al nuovo scenario socio-politico. Inoltre, lo sviluppo economico e l’espansione della burocrazia avevano favorito la formazione di un ceto medio, ostile sia al socialismo che al liberalismo tradizionale. Ceto medio che nel suo desiderio di affermazione e protagonismo politico costituì la forza d’urto prima e la base di massa poi del fascismo.
Salvatore Lucchese
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