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L’archeologa Alessia Amato alla Fidapa di Molfetta La cultura è il petrolio di Italia, ma chi si occupa di salvaguardarla?
Alessia Amato e Vanna La Martire
09 giugno 2019

 MOLFETTA - Il terzo appuntamento della rassegna “Maggio Molfettese” della Fidapa (Federazione italiana donne e professioni) ha visto come protagonista l’archeologia e le evoluzioni/involuzioni del processo archeologico.

Nella cornice suggestiva della sala dei Templari, presso piazza Municipio, l’archeologa Alessia Amato ha condotto la platea nell’ excursus storico sociologica della ricerca archeologica.

“La cultura dell’innovazione è un tema legato alla creatività femminile, topic selezionato dalle sezioni della Fidapa italiane per il biennio 2017-2019, la ricerca archeologica è una delle tante sfumature dell’innovazione, propria del processo di evoluzione dell’uomo e della donna.”, afferma la presidente Vanna La Martire.

“Il titolo e il taglio degli ultimi 40 anni dell’archeologia locale ha visto come passaggio importante la percezione del mezzo archeologico legato alla nascita di un forte senso di appropriazione del territorio italiano e locale”, dice l’archeologa Amato.

Fin dall’era dei tempi la ricerca del bello ha mosso l’animo umano fomentando lo spirito di ricerca, proprio dell’essere umano. Il primo esempio di ricerca archeologica ben riuscita è il vasto repertorio di vasi dell’età peuceta della “Collezione ferrarese”, situata a Napoli. I peuceti, popolo di discendenza greca, presente in Puglia come avrebbero potuto lasciare tracce nel territorio campano? “La collezione ferrarese poco centra in Campania. In una scissione di competenze tra le istituzioni e gli enti archeologici non si è tenuto più fede alla reale provenienza dei reperti perché non si riesce mai a gestire il patrimonio dei reparti nei corrispondenti poli museali”, afferma con rammarico la dott.ssa Alessia.

La situazione ha dell’incredibile considerando che il nostro territorio ha portato alla luce una vastità immensa di reperti archeologici che sono smistati in magazzini o in musei distanti dal territorio perché non ci sono i mezzi e i modi per mostrarli al pubblico.

Secondo esempio eclatante è il museo “Jatta”, situato a Ruvo di Puglia, che vanta collezioni raffinate dal 1800 ai giorni nostri. Reperti a cui vanno aggiunti tutti quelli che non sono stati collocati nelle vetrine perché non c’è spazio per collocarli!

“Si dovrebbe erigere un secondo contenitore museale per far ritornare in terra di Puglia tutto ciò che è stato portato via dai siti archeologici locali di Canne della Battaglia e Ascoli Satriano. Si dice sempre che “la cultura sia il petrolio dell’Italia” e che “il bello salverà il mondo” ma chi si occupa di salvare il bello? Solo la percezione dell’importanza del patrimonio storico può stimolare il senso di difesa dello stesso, in collaborazione con il senso di appartenenza che sembra svanire sempre di più”.

Inoltre, l’archeologa ha svelato il mistero riguardante i ritrovamenti delle tombe funerarie. E’ credenza comune che il rituale funerario fosse simile a tutte le classi sociali, non comprendendo che i costi fossero elevati e che gli oggetti collocati insieme al defunto non fossero oggetti utilizzati dallo stesso quotidianamente ma fossero quelli più belli che la famiglia potesse permettersi.

“Per esempio le zone funerarie di Ruvo, precisamente collocate in via Alberto Mario, hanno riportato alla luce 3 diversi ritrovamenti funerari: 2 tombe depredate ed 1 perfettamente conservata. La tomba conservata, dotata di sarcofago in tufo che ha permesso la salvaguardia del corredo funebre, ha svelato la presenza di 15 oggetti ceramici! Il vaso più particolare presenta ornamenti con figure rosse, caratteristica che lo accomuna ad un vaso presente nel museo di Washington e ad un cratere presente nel museo di Milano! Questi 3 elementi, decontestualizzati, non avrebbero permesso la scoperta dell’artista vasaio, probabilmente free lance”. Ennesima prova del fatto che la mancanza di comunicazione tra istituzioni ed enti archeologici porta alla dispersione di reperti storici, accomunati dal fatto di essere molto lontani dal luogo di provenienza.

“L’archeologia è sicuramente cambiata, è stata modernizzata grazie all’utilizzo di mezzi più conformi alle varie fari di scavo, finalmente sostenuto da cartine topografiche e da mezzi di misurazione e strumenti come Autocad conformi all’evoluzione del processo archeologico”.

Il monito rimane sempre quello: monitorare le risorse presenti nel territorio di provenienza in modo da non lasciare che vengano disperse e decontestualizzate, per salvaguardare il loro immenso valore.

© Riproduzione riservata 

Autore: Marina Francesca Altomare
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