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Io sola e disperata con la mia mamma col Covid. Una donna di Molfetta racconta il suo dramma a “Quindici”
30 marzo 2021

 MOLFETTAUna donna di Molfetta con la mamma affetta da Covid in terapia intensiva, ha raccontato il suo dramma a “Quindici”.
Ecco la sua testimonianza:

 «Penso, ricordo, immagino come non mai… con un vuoto dentro di me, un vuoto immenso, ogni attimo della mia vita mi riportano a lei. È successo tutto così in fretta, senza metabolizzare il problema o di cosa stesse succedendo.

Mamma cade, io chiamo il 118, arrivano, io entro con lei nella macchina per assicurarla che tutto stesse andando bene, anche se lei non ci credeva, era molto spaventata. Io con una mano stringevo la sua, mentre l’altra mia mano era appoggiata sulla sua pancia per massaggiare affinché si calmasse e dicendole: “Dai mamma, stai tranquilla, vedrai che facciamo i raggi, un piccolo gesso e stasera staremo tutti a casa”.

Fino a quando però mamma non risulta positiva a quel maledetto tampone. Dentro di me una voce disse: “mamma non torna più”. Non ero pessimista ma, conoscendola, ero consapevole di come lei si sentisse e provasse in quel momento. Lei così legata a me fu sottratta all’improvviso senza nemmeno salutarla per l’ultima volta.
In questi mesi di COVID la tv non faceva altro che inoltrarci tutte le brutte notizie di tutte quelle povere persone che non potevano vedersi con i propri cari e questa notizia gliela dicevo sempre appunto per avvertirla di stare più attenta, di camminare con il girello in casa che se mai dovesse succedere una cosa simile io non potrò stare con te!

Ma lei non era consapevole della gravità del COVID e non comprendeva la mia premura nei suoi confronti quanto la premevo io. La sua voglia di uscire come ha sempre fatto anche andando contro ai suoi mille problemi, piano piano sotto braccio doveva camminare, stanca però andavamo ovunque rispettando ogni prevenzione, la mascherina, il gel alle mani, non ci incontravamo con nessuno, sempre io e lei pur di tutelarla e tenerla fuori da ogni singolo problema piuttosto di non restare in casa ma soprattutto pur di stare con me, io ero la sua forza.
Io quella figlia pronta sempre a difenderla e a farla evadere da ogni problema, siamo state sempre legate l'una all’altra, aveva un amore per me immenso, ho ricevuto troppe attenzioni da lei, ero la figlia piccola, l’ultima, e ricevevo una protezione in più rispetto ai tre miei fratelli che hanno sempre lavorato ed io no.
La mia mamma non voleva ciò perché voleva che io fossi tutta per lei. Questo ha fatto sì che il suo amore immenso verso di me, una volta sposata, l’ha passato sui miei figli.

Con il passare degli anni tutto questo amore, questa premura e queste troppe attenzioni nei miei confronti, l’hanno portata ad avere una forte ossessione su di me, secondo lei io dovevo esistere solo per lei e che il mondo intero dovesse girare solo intorno a lei. Se mai un giorno dovevo incontrarmi con un’amica o dovevo evadere un attimo con la mia famiglia, le dovevo mentire pur di non farla arrabbiare e di non avere “il muso” per giorni nei miei confronti.

Con il passare degli anni sono passata da essere la figlia ad essere la sua mamma a proteggerla dalle sue mille fragilità e continue depressioni.

 

Oggi, una settimana senza di te!

Senza sentirti e vederti, non ho più lacrime, né espressioni, ogni volta che provo a sedermi a tavola è tutto un sentirmi in colpa che io mangio e tu no.

Alle 11.16 ho ricevuto un messaggio dal un dottore dove mi diceva che mamma neurologicamente è sveglia e vogliono provare ad estubarla.

Ho tanta paura ma allo stesso tempo provo commozione per lei.

Lotto da mesi, con due persone di famiglia: il ruolo che svolgono ovvero quello di sorella e padre non è degno di essere definito tale in base alla mancanza di cure rivolte all’ammalato ovvero la mia mamma. Lotto per i diritti che le aspettano e che lei è tenuta a ricevere.

È stata sottratta da ogni tipo di diritto e di bene materiale e morale, è stata sottratta dalla sua vita sociale e da ogni attività quotidiana che ogni donna svolge anche pur essendo semplice e banale, a lei è stato impedito come ad esempio entrare in un supermercato, in un negozio per comprarsi qualcosa che la possa far sentire moralmente meglio, le viene vietato di gestire i suoi soldi come lei preferirebbe, vietato di fare una lavatrice, vietato di avere in casa un detersivo per lavare la sua roba… sottratta dalla sua vita.
E questo solo perché è ammalata di Parkinson, perché è un soggetto depresso, ma io posso testimoniare insieme a ciò che diceva il suo caro dottore neuropsichiatra che queste patologie non sono pazzie e tanto meno lei non è un soggetto che debba essere sottratto da tutto perché la mia mamma è capace di intendere e di volere.

Mia sorella invece riteneva che lei era un soggetto pericoloso per sé e per chi la circondava; lei girava dei video nel momento in cui mia madre si ribellava nei suoi confronti solo perché la faceva agitare, la insultava e la impediva persino di muoversi da quella sedia.

Come lei andava via, mia madre mi chiamava e io andavo in suo soccorso e la sottraevo da quella casa, portandola a casa mia, dove lei si sentiva protetta e amata perché era ciò che le bastava.

Ora io urlo e dico che non è assolutamente giusto che un ammalato venga mancato di rispetto, venga maltrattato psicologicamente offendendo persino la sua vita. Tutto ciò perché è un soggetto indifeso. Ma in realtà queste persone depresse hanno solo bisogno di essere capiti e non di essere presi per “pazzi”.

Da anni lotto per questa situazione della mia mamma senza avere mai nessun riscontro, oggi però mi trovo a scrivere perché la mia mamma lotta fra la vita e la morte e sono molto arrabbiata che il destino si sia maggiormente accanito su di lei. Quando una persona si ammala non significa che dobbiamo metterla da parte e isolarla, anzi penso che loro hanno bisogno di avere più cure ed essere coinvolti in ogni discorso in modo tale da non farli isolare e aumentare la loro depressione facendoli sentire esclusi dalla vita quotidiana.

Ho lottato con tutte le persone che mi parlavano della stranezza della mia mamma: lei non era strana, ma esprimeva ciò che subiva. Lei voleva tanto ribellarsi e far capire che non era pazza, ma solo malata e si ribellava perché non riceveva più i diritti: non si sentiva più una donna come le altre. Era solo un soggetto affetto da Parkinson.

A nome della mia mamma: “Ho 79 anni sono D.B.D. e lotto per i miei diritti e per tutti quelli come me che non hanno la possibilità di difendersi da soli perché passiamo da persone ingestibili ma tutto questo non è vero, solo le persone come quelle che ho trovato sul mio cammino possono rovinare le nostre vite».

Lettera firmata

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