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Io amo la mia città, successo della Mostra di Mauro Germinario a Molfetta
Palumbo, Germinario, Tedesco, de Sanctis
05 marzo 2020

MOLFETTA - Nessun dubbio o incertezza. “Io amo la mia città”, è di per sé un’affermazione. E così sia, e così è. “Mauro Germinario è un fotografo che ci offre uno sguardo all’apparenza distratto ma che indossando l’abito della sensibilità, immortala la realtà con uno sguardo attento che cattura l’essenza”.

Felice de Sanctis, direttore di “Quindici”, ne è certo. Mauro Germinario, continua il direttore de Sanctis, alla presentazione della mostra a Corso Umberto 114 a Molfetta, sottolinea il ruolo che Mauro Germinario ha attribuito alla fotografia. Germinario cattura lo sguardo e trasforma la fotografia in ricerca antropologica, con immagini reali e pensate. La sua non è una immagine statica ma offre la metamorfosi, i cambiamenti di paesaggi che mutano nel tempo, diversi da quelli cristallizzati nella memoria.

La fotografia come macchina del tempo, aggiunge il dott. de Sanctis, poiché, nel momento dello scatto, rimanda ad un tempo già passato, alla memoria, luogo deputato alla conservazione di immagini storiche irripetibili, di una identità del tempo che ciascun individuo possiede.  La fotografia di Germinario diventa, pertanto, fonte storica, elemento utile alla costituzione di una unità identitaria. Se non ci sono immagini, non c’è storia, perché la fotografia scrive, documenta con la luce. Io vivo e amo questa città, la città in cui sono cresciuto ed appartengo e lei mi appartiene come un elemento fluttuante del suo corpo, sintesi perfetta di Gabriele Basilico per definire il rapporto tra Germinario e la sua, la nostra città.

La tappa di un percorso, afferma il prof. Gianni Antonio Palumbo, redattore di Quindici, al quale piace pensare che l’atteggiamento del romantico oltre a palesare l’amore dichiarato per la propria città, celi la ricerca di emozioni che solo la fotografia, per Germinario, può placare. Le mostre alla Sala dei Templari, all’Ospedale dei crociati ne sono testimonianze.

La fotografia di Germinario, continua il prof. Palumbo, mostra un sapiente uso del mezzo tecnico a servizio dell’emozione. L’effetto seta utilizzato mostra l’elegiaca bellezza, nelle diverse ore del giorno, della nostra città. Reportage sociologico è l’opera di Mauro Germinario perché, continua il prof. Palumbo, fissa in un periodo intercorrente tra l’anno 2013 e l’anno 2020, immagini di un passato. Il cantiere navale, dalle gloriose tradizioni, mostra il suo declino attraverso l’immagine di uno scafo che non si arrende all’oblio e che si erge maestoso per contrastare il senso di estraneità di una Molfetta di un tempo passato.

Malinconica è la figura di un maestro d’ascia, testimone di una Molfetta marittima. Non è una demonizzazione di un progresso ma esaltazione di un lavoro manuale, testimoniato da una fitta tessitura di rughe che solcano la pelle. La sperimentazione della pittura ad olio ha arricchito la fotografia di Mauro Germinario. Le nubi sembrano basi per voli verso cieli con una partitura cromatica che Germinario è abile a cogliere. Pare che la ruggine che attacca lo scafo, dialoghi con gli elementi naturali del paesaggio.

Dinamicità e staticità caratterizzano l’immagine del Duomo dedicato a San Corrado. I particolari non sono elementi aggiuntivi ma parti fondamentali della fotografia. Il simulacro della Santa Patrona, le luminarie, il copricapo del carabiniere che scorta la Madonna, sono melange di progresso e tradizione. Pare che il tronco restituito dal mare nella caletta di Sant’Andrea evochi memorie di ossi di seppia, presenza straziante e decontestualizzata in un contesto in cui non è riconosciuto.

“Sembra scontato l’associare il verbo amare alla propria città ma molti hanno affidato l’amore per la propria città agli amministratori, dichiara Francesco Tedesco, broker assicurativo che ospita la Mostra. Sarebbe bello, continua, se ciascuno di noi ritrovasse, come cittadini, l’amore per la propria città e Mauro Germinario, con questa mostra, con le sue opere è motivatore, è input”.

Non sono un fotografo, sono un fotoamatore dice di sé stesso Mauro Germinario, perché la fotografia deve suscitare emozioni. E questa mostra ne suscita, e tante. E riflessioni.

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento? (Eugene Smith).

© Riproduzione riservata

Autore: Beatrice Trogu
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