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Inquinamento da plastica, un pericolo per i nostri mari. Il prof. Mastrorilli al Rotary di Molfetta
Mastrorilli, Chetta, il presidente incoming Michele Catalano e il segretario Rosario Mastrototaro
29 maggio 2018

MOLFETTA - Se filtrassimo tutte le acque salate del mondo scopriremmo che ogni chilometro quadrato di esse contiene circa 46mila micro particelle di plastica in sospensione. Numeri impressionanti di un fenomeno che è in continuo accrescimento non solo negli oceani ma che tocca anche il nostro Mar Mediterraneo.

Dai vestiti alle bottiglie, dai cosmetici agli imballaggi, oggi viviamo immersi in un mondo di plastica che una volta terminata la sua funzione finisce spesso in mare. Insomma una vera emergenza che – secondo il rapporto pubblicato nel 2016 dalla fondazione Ellen MacArthur – porterà nel 2050 a ritrovare nelle nostre acque più plastica che pesce.

Di questo e molto altro si è parlato durante la conferenza Inquinamento marino da plastica, organizzata dal Rotary Club di Molfetta in collaborazione con la Lega Navale presso la consueta sede dell’Hotel Garden.

Ad aprire la serata, il presidente del Rotary Club di Molfetta – Giuseppe Chetta – che ha portato ai presenti i saluti di rito e ha introdotto il relatore che ha preso subito la parola. Si tratta del prof. Piero Mastrorilli – ordinario di Chimica presso il Politecnico di Bari – che ha tenuto una vera e propria lectio magistralis sul tema. L’illustre relatore è partito da una precisazione importante e doverosa su che cosa sia la plastica e su come lo sviluppo industriale in Italia sia stato direttamente proporzionale alla produzione e all’utilizzo di questo materiale. Un materiale che è entrato a tal punto nella nostra quotidianità che risulta difficile pensare oggi ad un oggetto che non contenga polimeri anche in minima parte.

Ma questa enorme produzione ha il suo rovescio della medaglia. Di fatti – come ha spiegato il prof. Mastrorilli – la plastica è il prodotto sintetico a più lunga conservazione e si degrada completamente solo in centinaia di anni. Chiaro è che se non bruciata o riciclata correttamente finisce nell’ambiente favorendo così l’alterazione di ecosistemi delicati come quello marino. È anche vero che dei passi in avanti sono stati fatti attraverso la realizzazione di polimeri biodegradabili e compostabili ma questo non è ancora sufficiente ad arginare in maniera significativa il problema dell’inquinamento marino, soprattutto. Perché - come ci ha tenuto a specificare il relatore – se sulla spiaggia e sulla superficie marina la plastica riesce ad essere smaltita seppur in tempi molto ampi grazie alla presenza di ossigeno, alle radiazioni solari e alla temperatura più alta, la stessa cosa non accade quando i sedimenti si radicano all’interno dell’ecosistema marino.

La conseguenza è che oggi, a seguito di questo processo di inquinamento massivo si possono contare nel nostro Pianeta ben cinque isole di plastica di cui due nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’Oceano Indiano. Sono le cosiddette “zone di convergenza”, un agglomerato di lattine, boe, galleggianti, cassette, lampadine e sacchetti della spazzatura.

Non mancano, però anche gli scarti di chi i mari solca e da essi trae profitto: reti da pesca, cime, prodotti smarriti dalle navi mercantili. Reperti destinati a non scomparire mai del tutto. Insomma, in meno di cinquant’anni, oggetti di così largo uso hanno creato un continente artificiale destinato a rimanere in natura per sempre, rischi compresi. Rischi come l’aggrovigliamento degli animali nelle reti, le correnti che portano i rifiuti in mare aperto e l’inghiottimento della plastica da parte degli abitanti del mare.

Dunque allo stato dei fatti quali scenari si possono prevedere per il futuro rispetto anche alla salvaguardia del nostro ecosistema? Il primo scenario riguarda l’idea che si possa fare a meno della plastica, concetto un po’ utopistica rispetto anche all’idea – seppur complicata – di recuperarla dalla raccolta differenziata e bruciarla. Ma anche in questo – vista la grande varietà di plastica – sarebbe difficile smistarla a dovere. Con i polimeri biodegradabili sicuramente si apre un’altra possibilità interessante ma la vera frontiera oggi sta nell’attuazione di una economia circolare della plastica che parta dall’abitudine al riciclo e al riuso.

Insomma, bisognerebbe allontanare la concezione consumistica dell’usa e getta per sposare la nuova concezione dell’usa e riusa. Inoltre sarebbe anche opportuno modificare la scala dei valori di ciascuno, cercando di evitare gli sprechi. Insomma la sfida sta nella capacità, oggi più che mai, di inventarsi una nuova economia che includa la natura al fine di introdurre come fosse una normale routine, un modo di vivere che possa definirsi sostenibile.

Al termine della serata è stato lasciato spazio alle domande dei presenti da cui è venuto fuori un dibattito vivo ed interessante.

© Riproduzione riservata

Autore: Angelica Vecchio
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