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Il fine vita deve conservare sempre una sua dignità: un convegno a Molfetta Il compito del medico di fronte alle situazioni irreversibili: lasciare il paziente attaccato a una macchina o aiutarlo a concludere una vita ormai solo vegetale?
Minervini, Anelli e Massari
19 febbraio 2020

MOLFETTA - «L’ammalato non va mai abbandonato, ma non vi deve essere accanimento». Parte da questa affermazione di Papa Francesco in una lettera al quotidiano “L’Avvenire”, la riflessione sulla dignità del fine vita proposta dall’associazione medici cattolici in un convegno nell’Auditorium del Museo diocesano di Molfetta.

C’è una dignità del fine vita che va rispettata? Come deve comportarsi il medico di fronte alla richiesta di suicidio assistito? Il paziente che è costretto a vivere solo attaccato a una macchina, può chiede di staccare la spina? Il compito del medico non è forse quello di allungare la vita e non di dare la morte?
Interrogativi angoscianti per chi, col giuramento di Ippocarte, si è impegnato a dare la vita non la morte ai pazienti, come ha sottolineato il dott. Luigi Massari, presidente AMCI (associazione medici cattolici italiani) che ha coordinato il convegno (Nella foto, il sindaco Minervini il dott. Anelli e il dott. Massari).

Secondo il dott. Filippo Anelli (presidente nazionale dell’ordine dei medici chirurghi e odontoiatri) non si deve rinunciare a sviluppare cure palliative, altrimenti c’è il rischio di aprire la strada all’eutanasia.
Ma resta al malato la facoltà di rinunciare ai trattamenti diagnostici e terapeutici, anche se questo significa la morte.

Emblematico è il caso del dj Fabo, aiutato da Marco Cappato (col rischio di una condanna fino a 12 anni di carcere), a morire in Svizzera come lui chiedeva da anni, per essersi ritrovato, dopo un incidente, chiuso in un corpo come una prigione e completamente cieco. La storica sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è sempre punibile.
Che senso ha, infatti, come nel caso di Dj Fabo, continuare a vivere attaccato ad una macchina, offendendo la dignità del paziente e aumentando anche le sofferenze della famiglia?

Fabo da solo non avrebbe potuto compiere il gesto finale, aveva bisogno di un aiuto: è questo il senso della sentenza in merito della Corte Costituzionale.

Il diritto alla morte non esiste, ma si devono tutelare situazioni di grande sofferenza. E questo a 3 condizioni, come ha affermato il dott. Antonio Diella (presidente nazionale UNITALSI - unione italiana trasporto ammalati a Lourdes): se una persona rifiuta i trattamenti diagnostici e terapeutici è sua facoltà poterlo fare anche se ciò condurrà alla morte. 

Tali condizioni, che devono essere accertabili, sono tre: la persona deve essere sottoposta a trattamenti medici salvavita, deve essere affetta da una patologia irreversibile che è fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, deve essere lucida e capace di scegliere liberamente. 
In questo contesto si inserisce il problema del rapporto medico-paziente, oggi in crisi a causa del venir meno di un riconoscimento professionale, un tempo indiscutibile, come ha rilevato il prof. Filippo Maria Boscia (presidente nazionale dell’associazione medici cattolici).

I malati sono passati dalla condizione di “pazienti” a quella di “utenti” esigenti, mentre il medico è divenuto un operatore specializzato. E’ la fine di quell’alleanza di cura tra malato e medico: oggi la clinica deve essere produttiva, fare cassa. Senza considerare l’attenzione dei media ai casi di mala sanità e al facile ricorso alla via giudiziaria.

La soluzione nel caso di fine vita, a parere di Boscia, resta sempre quella delle cure palliative a sollievo della sofferenza, evitando l’isolamento e la solitudine del malato che portano inevitabilmente alla richiesta di suicidio.

Dopo l’intervento del sindaco Tommaso Minervini, che ha messo in evidenza la necessità di fare più spesso incontri su temi importanti, al fine di creare dibattito e fare comunità, le conclusioni in un convegno di medici cattolici non potevano che essere del vescovo mons. Domenico Cornacchia, che ha fatto sintesi di una questione delicata, che coinvolge soprattutto l’umanità del paziente, che sarebbe meglio definire “persona malata”. “Occorre essere servitori della vita e tenere bene a mente le ferite che possono diventare feritorie”.

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