Speciale: Il Mezzogiorno d'Italia
Il decollo industriale e l’accentuarsi del dualismo territoriale
NAPOLI - 28. 12. 2006 Durante l’età giolittiana si assistette al decollo industriale del Paese favorito dalla fase espansiva del ciclo economico internazionale, dall’aumento della domanda interna, dall’accelerazione del progresso tecnologico e da un’adeguata politica protezionistica offerta dalla Stato. Le industrie nazionali furono indotte ad adottare macchine e tecnologie moderne dall’aumento dei salari, che, a sua volta, era stato favorito dall’emigrazione della forza-lavoro nazionale verso le Americhe. Un’azione fondamentale venne svolta anche dalle banche miste – Banca commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma, Società bancaria Italiana, Banca Italiana di sconto – che convogliarono verso l’investimento industriale il denaro raccolto con depositi a vista. Come ha evidenziato Luciano Cafagna. “Un po’ comprendendo le grandi possibilità dell’industria idroelettrica, un po’ appoggiandosi sulle condizioni create dal protezionismo in alcuni campi (soprattutto la siderurgia), queste banche non si limitarono a fornire direttamente mezzi finanziari, ma aiutarono le imprese a darsi forma di società azionarie, a concentrarsi e accordarsi quando ciò appariva vantaggioso. E’ singolare, per una conferma dell’azione imprenditoriale svolta da queste banche, che esse abbiano operato essenzialmente in settori nuovi per l’industria italiana trascurando quasi completamene quelli più tradizionali, come l’industria tessile”. Gli sviluppi economici e i progressi tecnologici riguardarono sia l’industria tessile sia l’industria siderurgica. L’acciaieria di Terni fu affiancata dai nuovi impianti di Portoferraio, Piombino e Bagnoli. Altrettanto dinamico si rivelò il settore meccanico con la nascita della FIAT nel 1899 (nella foto, Giovanni Agnelli senior uno dei fondatori) e dell’Olivetti nel 1908, mentre l’Ansaldo grazie alle commesse statali per il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie incrementò di molto la sua produzione. Le nuove tecnologie consentirono anche lo sviluppo dell’industria elettrica, che sfruttò la caduta delle acque per la produzione di energia. Il complesso e variegato processo di industrializzazione si concentrò prevalentemente nelle regioni dell’Italia settentrionale, nell’ambito di quello che poi fu definito il triangolo industriale: Torino, Milano, Genova. Il livello di industrializzazione raggiunto dal Piemonte, la Lombardia e la Liguria, separato dal resto d’Italia, era analogo ai livelli raggiunti da paesi di più antico sviluppo industriale come il Belgio e la Svizzera. A questo proposito Luciano Cafagna ha osservato che “il fatto, però, che la piccola area industriale settentrionale facesse parte di una nazione di più ampie dimensioni non restò senza influenza sulle sue stesse possibilità di sviluppo. In primo luogo il livello della spesa pubblica capace di dare impulso a produzioni industriali, specie quelle di carattere militare, poté indubbiamente essere più elevato di quanto non avrebbe consentito una piccola nazione. In secondo luogo, benché il mercato interno, fondamentale nei manufatti di consumo, fosse quello delle regioni più ricche, almeno i centri urbani del resto d’Italia ne costituirono certamente una quota non disprezzabile. Forse questi elementi possono essere considerati non decisivi. Ma vi è un terzo elemento che non può invece essere sottovalutato: l’equilibrio dei conti con l’estero, nel cui quadro si svolge uno sforzo di industrializzazione dei primi anni del nuovo secolo, ricevette un apporto determinante dalle rimesse degli emigranti, e questi erano per grandissima parte, contadini poveri delle regioni meridionali. Uno dei tratto caratteristici del dualismo italiano – la estrema povertà del Mezzogiorno – entrò così come componente organica nella struttura del processo di sviluppo che si manifestò tra il 1896 e il 1913”. Salvatore Lucchese
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