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Il coraggio di essere umani
Corso Dante deserto
30 gennaio 2021

 “Quindici” accoglie l’invito di alcuni lettori della rivista che ogni mese è in edicola a Molfetta, a pubblicare sul web, dopo qualche mese, alcuni degli articoli apparsi sul cartaceo, per renderli fruibili a un numero maggiore di gente, soprattutto quando i loro contenuti consentono spunti di riflessione utili alla crescita complessiva.
Lo abbiamo fatto anche in passato, lo stiamo facendo anche ora con gli articoli di Paola Natalicchio.

Riportiamo oggi l’editoriale (opportunamente modificato in qualche passaggio temporale, per renderlo più attuale) del direttore Felice de Sanctis pubblicato nel numero del mese di aprile 2020 in piena pandemia, perché oggi stiamo vivendo la seconda ondata che per noi in Puglia, si sta rivelando peggiore della prima.

 

Il coraggio di essere umani

Stiamo vivendo una vita impensabile fino a qualche mese fa, senza incontri, senza saluti che non siano a distanza, senza scambi di opinioni in presenza (come si dice oggi) ma solo a distanza (tutto è diventato a distanza perfino la scuola), senza feste e senza gioia, perfino senza famiglia con genitori e figli lontani di poche centinaia di metri nella stessa città, relegati in casa per evitare rischi di contagio da questo nemico invisibile e misterioso dal nome metallico e insidioso, che mette paura: Covid19.

Cari amici, lettori, cittadini, siamo arrivati a farci anche auguri “diversi”, come è “diverso” il tempo sospeso in cui viviamo: abbiamo perduto la “risorsa tempo” con l’isolamento da coronavirus.

Non possiamo più incontrarci, abbracciarci, baciarci, chiusi in una solitudine fatta di silenzi, ma anche di incontro con noi stessi. Da quanto tempo non “ci parlavamo”, da quanto tempo non “ci ascoltavamo”. Bene, l’emergenza ci ha dato questa occasione. Non sprechiamola, utilizziamola per interrogarci non solo su noi stessi, ma sul futuro di Molfetta e dell’Italia, sul nostro futuro, sul rapporto con gli altri, sulla società effimera che abbiamo costruito (e il virus ce lo fa scoprire; in questo condivido l’invito del nostro vescovo don Mimmo Cornacchia: “trasformiamo il virus in virtù”) per far sì che al termine di questa quarantena, ci ritroviamo ad essere “comunità” nel senso pieno e autentico del termine.

La desertificazione del tempo, il senso di vuoto che ci prende, ci faccia comprendere come sia dannosa l’egolatria dominante in questi anni, l’odio diffuso a piene mani, per respingere l’altro perché diverso per colore della pelle, per religione, per nazionalità.

Al termine di questi “arresti domiciliari” riscopriremo il bisogno di incrociare gli sguardi, stringere le mani non per un saluto convenzionale, ma per una stretta fraterna, che trasmetta energia, ma anche condivisione e fratellanza.

Andremo alla ricerca dei sorrisi perduti o nascosti dietro una triste maschera, necessaria ad evitare il contagio. Ecco perché oggi dobbiamo continuare il sacrificio di restare a casa, restando informati, come recita lo slogan della campagna di “Quindici”, diffuso attraverso i suoi redattori.
Ecco gli auguri di Buona Pasqua di questo triste 2020 nel tempo del coronavirus, per esorcizzare la paura, affidandoci alla speranza di costruire un mondo migliore. Un mondo soprattutto di pace, dove non si producano armi, ma si costruiscano ospedali. Un mondo che sia “arca di pace e non arco di guerra”, come ci ha insegnato don Tonino, dove i poveri e gli ultimi non vengano dimenticati e abbandonati. La solidarietà di questi giorni, non sia solo temporanea, episodica, ma continua, costante, uno stile di vita che ci faccia essere “diversi” da quelli che eravamo prima. Così nulla sarà come prima.

Sfruttiamo la negatività della pandemia per trasformarla in opportunità per la scoperta di valori dimenticati, perfino di abitudini che ci fanno rimpiangere perfino al banalità del quotidiano, per bandire l’egoismo imperante per riscoprire l’altro, la comunità, attraverso il percorso di questo deserto di solitudine che stiamo vivendo. Trasformiamo la nostra fragilità in una forza. Questa solitudine forzata ci ha fatto riscoprire i veri valori della vita e della famiglia. Tutti dicono che alla fine dell’emergenza nulla sarà più come prima, cerchiamo di far sì che non sia peggio di prima, ma meglio, capitalizzando le lunghe giornate in quarantena e in silenzi meditativi, in un’occasione per essere migliori, per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato, come ha insegnato Baden Powell ai suoi scout, ma anche migliore di come l’abbiamo trasformato con i nostri errori violentando la natura e l’ambiente, ma anche i rapporti umani.

Dopo, alla fine dell’emergenza, l’urlo del virus invisibile e assassino, resterà solo un’eco lontana e la desertificazione del tempo, sarà un remoto ricordo, come il senso di impotenza che ci pervade in questi giorni, nei quali viviamo l’angoscia dell’ignoto e l’incertezza di un domani che, non nascondiamocelo, sarà duro e difficile, molto difficile.

Pensavamo di aver sconfitto la paura. In realtà, l’avevamo solo dimenticata. E il virus maledetto oggi ce la ricorda e rimescola le carte, riportando la nostra esistenza all’essenziale e cancellando l’effimero che aveva dominato i nostri anni passati, quando pensavamo che tutto fosse possibile, che tutto ci fosse concesso con la forza del denaro e della tecnologia.

Invece il virus cattivo ci fa riscoprire le cose buone: il valore degli altri, il valore del tempo, il valore del denaro. Sì, del denaro che sarà necessario a superare la drammatica crisi economica che ci attende e che non sarà di breve durata. Il denaro non più concepito come ricchezza e accumulo individuale, ma redistribuito a beneficio di tutti.

A che serve essere ricchi in un oceano di poveri? Significa non godere di un benessere che non può essere condiviso. Significa essere chiusi in torri d’avorio, ma in solitudine. L’individualismo sfrenato e il sovranismo devastante stanno cancellando la nostra umanità, ma il virus oggi ci ricorda che davanti alla morte siamo tutti uguali. ‘A livella del saggio Totò.

Combattiamo contro un nemico ignoto, siamo di fronte all’incertezza della battaglia, senza armi che non siano quelle militari, rivelatesi inutili contro una malattia che abbiamo sottovalutato come reale nemico del nostro futuro.

Quando ci tocca il lockdown totale nel coprifuoco delle nostre città deserte, spettrali, proviamo ad alzare la testa per guardare i balconi, dove, forse, cerchiamo gli unici segni di vita, magari per condividere un sorriso, sia pure a distanza. E ai balconi vediamo anche gli anziani, che una volta guardavamo come simbolo di quella serenità che oggi si è trasformata in tristezza evidente nei loro visi spenti e negli sguardi sperduti nel nulla.

Ci salutiamo dalle finestre come detenuti in cella e riscopriamo il vero valore della libertà perduta. Ci siamo svegliati e abbiamo scoperto che la realtà è più triste di un brutto sogno, perché non svanisce al mattino.

L’umanità impaurita “ha spento i suoi lampioni (bar, teatri, asili, scuole) uno dopo l’altro” dice lo scrittore israeliano David Grossman. Che aggiunge: “non è detto che l’emergenza coronavirus non possa insegnarci ad essere più umani”, (come ricorda la canzone di Davide Mengoni, ndr). E l’umanità “ne uscirà migliore perché consapevole della sua fragilità e della caducità della vita. Uomini e donne fisseranno nuove priorità e impareranno a distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile”.

Trasformiamo questa tragedia in un’opportunità, trasformiamo la paura in coraggio, in quella sicurezza che ci dà la speranza, perché, come dice papa Francesco abbiamo “il diritto alla speranza”. Torniamo a toccare idealmente le mani degli altri dai balconi, per stringere la mano del vicino e, l’uno con l’altro, formiamo un grande girotondo che sia un inno alla vita, dandoci la forza di riprendere il cammino più forti di prima.

Allora “coraggio fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto… Il mondo andrà a finire bene, dobbiamo sperarlo, ma soprattutto dobbiamo volerlo.

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Felice de Sanctis

Autore: Felice de Sanctis
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