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Il 43° anniversario di sacerdozio del Vescovo di Molfetta mons. Cornacchia
24 aprile 2019

MOLFETTA - Ricorre oggi il 43° anniversario di ordinazione sacerdotale del Vescovo di Molfetta Mons. Domenico Cornacchia.
Il settimanale diocesano ha diffuso l’omelia in cui il pastore parla della missione sacerdotale: 

 Ministri di Cristo, dispensatori dei misteri

«Carissima Eccellenza Don Felice, carissimi confratelli nel sacerdozio, religiosi/e, diaconi, seminaristi, consacrati secolari, autorità civili e militari, fedeli tutti, sono molto contento di celebrare, per la quarta volta, la Messa Crismale con tutti voi nella nostra Cattedrale. Ad un anno di distanza dalla storica Concelebrazione presieduta da Papa Francesco nella Città di Molfetta (20 Aprile 2018), sentiamo il cuore che ci batte forte nel petto, avvertendo l’eco di quelle esortazioni che egli ci consegnava additandoci l’esempio del Servo di Dio, il nostro amato pastore don Tonino Bello.

“CONSACRATI, UNITI ED INVIATI”
Oggi per noi si realizza ancora una volta quanto fu annunciato nella Sinagoga di Nazaret: “Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Is 61, 1ss.) . Sì, lo Spirito si posa su di noi perché riscopriamo la gioia e la forza della nostra Vocazione – Missione. Siamo consapevoli, a motivo dell’umana fragilità, di essere inadeguati alla missione ricevuta. “Siamo vasi di creta” (2Cor 4, 7), in cui però il Signore ha deposto la sua fiducia e la sua grazia. Come Pietro, anche noi, rinnovando le promesse sacerdotali, rituffiamo le reti della nostra umanità, nel cuore di Cristo, confidando in un’abbondante pesca. Quegli Oli, simbolo della nostra flebile fede, tra poco saranno benedetti e consacrati. Facciamone buona scorta, specie di quello destinato agli infermi. L’olio della carità, del perdono, della fiducia e della benevolenza, certamente recherà beneficio al corpo e allo spirito.
“CHIESA, OSPEDALE DA CAMPO”
Il mondo, popolato di donne e uomini feriti dalla vita, cerca in noi risposte, sostegno e salvezza. Papa Francesco paragona, sovente, la Chiesa ad un ospedale da campo. Immagine molto realista e che ci interpella.
Guardiamoci intorno prendendo le parole del testo di Isaia poi fatte sue, da Gesù, nella Sinagoga di Nazaret (Lc 4, 20). Quanta richiesta di aiuto intorno a noi! La avvertiamo nelle nostre comunità, in coloro che si affacciano ai centri di ascolto, alle varie sedi della mensa diocesana, alle case di accoglienza per stranieri, ma anche per italiani, in coloro che hanno perso il lavoro, nei giovani il cui futuro appare incerto, negli anziani spesso soli.
Quanta violenza vediamo nei sentimenti, nelle parole e nei gesti della vita quotidiana. Lo Spirito si posa su di noi perché ci prendiamo cura di queste numerose ferite, come ha fatto Gesù, buon samaritano dell’umanità. Le nostre comunità diventino davvero degli ospedali da campo, dove curare le ferite del corpo e dello spirito, dove tutti si sentano accolti, ascoltati, perdonati, guariti e salvati. La preghiera è arma invincibile contro il male. Essa è l’olio necessario perché la fiaccola della nostra fede arda ed illumini.
Non limitiamoci ad aspettare che i feriti della vita vengano da noi. Usciamo, andiamo noi stessi a cercarli lungo le strade delle nostre città, come faceva Gesù, che insieme ai suoi discepoli percorreva le strade del suo tempo per incontrare, ascoltare il grido di aiuto dei malati e della folla, includendo gli scartati nel suo popolo. Cristo ci precede sempre, come il pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile in cerca dell’unica perduta. E oggi, quante di più sono quelle perdute! Dobbiamo avere più coraggio, più convinzione e anche più passione per uscire incontro agli altri. Il mondo ha bisogno di cristiani audaci ed autentici; ha bisogno di incontrare personalmente Gesù, di vederlo e di toccarlo in modo diretto e, di conoscerlo, non solo per sentito dire. Chi lo avvicinerà ai lontani e ai perduti se non noi? Papa Francesco ci ha detto che: il tempo è superiore allo spazio (EG 222). Ogni occasione ed ogni luogo devono aprire i cuori al Vangelo. A noi il compito di seminare, di rischiare, di osare. Con questi sentimenti ho iniziato la Visita Pastorale. Confesso che mi sento sostenuto ed incoraggiato da voi tutti. Confidiamo solo nel Signore! C’è tanta sete di Dio.

CHIESA, SACRAMENTO DI UNITà
La Chiesa è chiamata ad essere oggi più che mai, sacramento di unità. Se siamo uniti a Cristo, lo dobbiamo essere tra noi. Il Signore ci invita ad accogliere in noi e tra noi, il comandamento nuovo, quello dell’amore.
In questo momento, carissimi sacerdoti, dinanzi al popolo di Dio, ai nostri amati fedeli, sento di dirvi, con commozione e con orgoglio di padre e di fratello, tutto il mio grazie per quanto fate per la nostra Chiesa diocesana e per l’incremento del Regno di Gesù Cristo. Chiedo, a voi e a tutti, sincero perdono e misericordia per i miei numerosi difetti e limiti. Meglio così: in questo modo si intuisce di più che a guidarci è il Signore. E voi, fedeli tutti, aiutateci a servirvi meglio. Vi chiediamo di pregare per tutti e per ciascuno. Preghiamo per i nostri sacerdoti anziani ed ammalati, per i nostri sacerdoti a servizio della Santa Sede e per Don Paolo Malerba, nostro missionario in Kenia. Auguri a coloro che quest’anno celebrano un anniversario speciale di Sacerdozio (Don Pietro Rubini, Mons. Pietro Amato…) e il prossimo diacono Luigi Ziccolella. Preghiamo per il prossimo presbitero Don Antonio Picca.

AMMESSI ALLA PRESENZA DEL SIGNORE, PER IL SERVIZIO SACERDOTALE
Papa Francesco, durante la Messa Crismale di qualche anno fa, ricordava l’essenza del ministero presbiterale, rileggendo le parole del Canone II: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Oggi, comunitariamente, noi rendiamo grazie al Signore per “averci ammessi alla sua presenza a compiere il servizio sacerdotale” tra voi, cari fedeli!
“Stare alla presenza del Signore”. Questo è il primo compito del sacerdote. Noi come Mosè, siamo chiamati ad intercedere dinanzi a Dio, per il suo popolo (Cf Es 32, 11ss.). Dobbiamo vivere in unità con il Signore, fissare lo sguardo, solo su di lui, l’agnello immolato, evitando così, di giudicare, di mormorare e di sparlare degli altri. Ogni giorno, nella Santa Eucaristia, siamo ammessi alla sua presenza – e questo è un privilegio, non un peso, né un’abitudine – per imparare da lui che ha offerto la sua vita per noi. San Tommaso d’Aquino ci dice: “Siamo ciò che contempliamo” e che: “Annunciamo le cose che contempliamo”. La frequenza quotidiana con il Signore, ci renda capaci di comunicare il suo amore a quanti guardano a noi come ai facilitatori della comunione con Lui.
A noi presbiteri, più che ad altri, è rivolto l’invito del salmista: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Sal 34, 6).
Viviamo sì, tempi difficili, ma se saremo uomini di Dio, o meglio, pieni di Dio, sapremo irradiare la sua Luce e il suo Amore intorno a noi. Al contrario, se vivremo con lo sguardo ripiegato su noi stessi, se non vivremo la comunione visibile con il Vescovo, non saremo diversi da coloro che fanno dell’individualismo e dell’egoismo, l’unica ragione del loro vivere meschino.
Lo ripeto, siamo ammessi alla presenza del Signore per compiere il servizio sacerdotale e per essere irradiazione della luce di Dio. Il Santo Curato d’Ars diceva: “Come fa bene un prete, ad offrirsi a Dio in sacrificio, tutte le mattine” (Benedetto XVI, Lettera di indizione dell’anno sacerdotale del 16.6.2009).
Cari fratelli, il ministro dell’altare dunque, è un servo, non un padrone. Se non siamo servi, siamo autoritari, non autorevoli. Siamo chiamati ad essere servi, non padroni. Servi innanzitutto dell’altare. La bellezza della celebrazione dell’Eucaristia, deve ristorare i nostri fedeli, non annoiarli o esasperarli. Anche le nostre omelie, per quanto ben preparate, non sempre esprimono la forza dell’amore misericordioso di Dio. Siamo ministri, cioè dispensatori di quanto dev’essere presente prima, nel nostro cuore e nella nostra vita quotidiana. Siamo chiamati alla piena comunione con Cristo e traboccanti di Lui. Solo a questa condizione diffonderemo intorno il profumo di Cristo (2Cor 2, 14). “Imitamini quod tractatis” (siate imitatori di ciò che celebrate, ci esorta ancora San Tommaso d’Aquino).
La Messa domenicale deve essere il luogo privilegiato su cui riversare le nostre energie migliori e verso cui far convergere la vita delle nostre comunità. Noi sacerdoti, non dobbiamo solo chiederci “perché la frequenza alla Messa è troppo bassa”? Dobbiamo piuttosto domandarci se abbiamo fatto il possibile per rendere bella ed accogliente la celebrazione liturgica. Col nostro modo di vivere la fede possiamo essere attraenti o repellenti, dipende soltanto da noi!

VEDERE E DESIDERARE COSE GRANDI
“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”, disse Gesù ai discepoli prima di radunarli nel Cenacolo. Ci pensiamo? È il Signore che desidera, ardentemente, di stare con noi. Chiediamoci: quanto noi desideriamo stare con il Signore Gesù, e quanti desiderano stare con noi e pregare con noi?
Con la forza dell’esempio possiamo condurre altri al Signore, perché gustino la nostra medesima gioia di stare con Lui e di ascoltare la sua parola. Papa Francesco, qui a Molfetta, il 20 Aprile dello scorso anno ci ricordava: “Don Tonino davanti al Tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente”.
Chi si abitua alle cose piccole, è incapace di vedere e di desiderare cose grandi. Cari sacerdoti, suscitiamo, in coloro che ci osservano e ci frequentano, il desiderio delle cose celesti! Il Signore, nell’Ultima Cena ci ha dato l’esempio del servizio gioioso, perché lo imitassimo.
Evitiamo di vivere da separati in casa, non cediamo alla tentazione di guardarci da lontano, giudicandoci senza misericordia. Se ci accoglieremo e vivremo da fratelli, potremo mostrare agli altri la gioia e la bellezza di essere al servizio dell’altare. Gesù bussa alla nostra porta per entrare; quanti invece, bussano per uscire…dalla Chiesa?

ESSERE SERVI PREMUROSI
La nostra vocazione è quella di essere servi premurosi di tutti, partendo dai poveri e dai bisognosi.
Noi, unti dal Santo Olio, abbiamo il compito di prestare soccorso, di aiutare e di dare speranza. Come? Mi ha sempre colpito la differenza che c’è tra il testo del libro di Isaia (Is 61, 1ss.), che oggi abbiamo ascoltato, e la citazione che di esso fa Gesù nella Sinagoga di Nazaret (Lc 4, 16-21). Le parole sono quasi identiche, eppure esiste una differenza sostanziale, che provoca nei presenti una reazione di meraviglia e di stupore, che si trasforma presto in disaccordo ed opposizione. Il profeta pone insieme la promulgazione dell’anno di grazia del Signore e del giorno di vendetta di Dio. Gesù, invece, si ferma alla grazia e non parla di vendetta.
Per Gesù non esiste vendetta, non esiste cioè una giustizia retributiva che restituisce secondo quello che riceve. L’unica risposta giusta è “grazia”, cioè benevolenza, misericordia, gratuità, amore. È questa la rivoluzione cristiana. È questa la trasformazione operata dal cristianesimo, che ha dato tanti martiri e tanti testimoni appassionati della carità di Cristo. E noi?
Miei cari, cerchiamo di fare nostra, ogni giorno, la bellissima pagina di San Paolo ai Corinti: “…la carità è magnanima, benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità; tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13, 4-5). Queste parole non hanno bisogno di commento. Dobbiamo sentirci ministri felici di questa carità senza limiti e calcoli, di cui Dio ci ha fatto dono nel Signore Gesù, nella sua morte e resurrezione. Saremo beati, nella misura in cui potremo aiutare gli altri ad accostarsi al Signore e a vivere con lui e per lui. Così sia.»
+ Domenico, vescovo

 

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