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Grazie caro Souba Il giovane senegalese morto di tubercolosi a Molfetta
Souba Balde
13 gennaio 2021

MOLFETTA - É passato un mese da quando Souba è morto a Molfetta a casa di un suo amico un mese fa, molto probabilmente per colpa di una tubercolosi non curata. Questo articolo non parlerà delle circostanze della sua morte, perché non siamo giornaliste, non conosciamo i fatti e non abbiamo parlato con chi è stato accanto a lui fino all’ultimo momento. Questo non sarà un articolo di denuncia, perché le denunce, quelle valide, necessitano di dati, analisi e ragionamenti, di riflessioni puntuali. Il godimento del miglior stato di salute è un diritto fondamentale di ogni essere umano sancito dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, fin dal 1948. Se Souba è morto a 20 anni di tubercolosi in Italia molto probabilmente il suo diritto al godimento del miglior stato di salute è stato negato, o perlomeno non rispettato, o non protetto, o non adeguatamente garantito.

Qualcosa non ha funzionato, ci verrebbe da dire che forse molte piccole cose hanno funzionato male, e tante piccole mancanze diluite nel tempo hanno creato una morte che poteva essere evitata. Gli interrogativi da porsi sono tanti, e siamo certe che molti ricercatori che lavorano nel settore delle migrazioni e della sanità pubblica in Italia, in Europa e nel mondo hanno già molte delle risposte. Di malasanità, di gestione delle migrazioni in maniera emergenziale, di discriminazione e/o mancata integrazione, di povertà – di tutto questo assieme – purtroppo si muore facilmente e spesso. In molti riflettono su queste morti per capire cosa possiamo e dobbiamo migliorare nel sistema politico, legislativo, sociale, culturale ed economico in cui viviamo affinché non si verifichino più. Sono le loro voci, le voci degli esperti e della ricerca, che dovremmo leggere ed ascoltare per trovare risposte a questa morte sbagliata, che purtroppo tanto eccezionale non è.

Noi però oggi non vogliamo scrivere di questo, ma di Souba, della sua individualità, del ragazzo con cui abbiamo parlato, anche se solo per un po’. Abbiamo conosciuto Souba a fine gennaio 2018, ce l’hanno presentato gli operatori della cooperativa sociale Oasi2 che lavora nelle provincie di Bari e BAT. Siamo ricercatrici e ci occupiamo di diritti di bambini ed adolescenti; volevamo capire quale fosse il ruolo dei media digitali nelle vite dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA). Per farlo, abbiamo deciso di condurre Focus Group ed interviste individuali con alcuni MSNA in Puglia. Oasi2 ci ha supportato mettendoci in contatto con una dozzina di ragazzi e ragazze provenienti da vari Paesi africani che si sono offerti volontari per partecipare al nostro progetto di ricerca. Souba era uno di loro. Aveva 17 anni quando abbiamo parlato con lui il 2 febbraio del 2018, a Bisceglie. Era in Italia dal novembre 2017; ci era arrivato dopo due anni in Libia. Ci ricordiamo bene di Souba; tra i ragazzi che abbiamo intervistato era forse il più introverso, il più sensibile. In Senegal aveva frequentato la scuola per qualche anno.

Di Souba non sappiamo molto, ma quel poco che sappiamo lo scriviamo qui, affinché chi non l’ha conosciuto possa immaginarselo, e chi l’ha conosciuto possa forse scoprire qualcosa in più.

Souba non aveva uno smartphone né accesso ad internet quando viveva in un piccolo villaggio rurale in Senegal perchè «l’Internet ne peut pas arriver, nous somme au village quoi, des villageoises, l’internet ce n’est pas beaucoup» (Internet non può arrivare, ci troviamo in un villaggio, siamo degli abitanti di un villaggio, non c’è tanto internet).

Il suo primo telefono con carta ricaricabile per connettersi l’ha preso mentre viveva in Libia; lo teneva nascosto, come fanno in molti, per non farselo rubare. E con il suo telefono usava principalmente WhatsApp e Facebook, un po’ come tutti noi. Quando viveva a Bisceglie scendeva le scale della struttura di accoglienza ogni sera per entrare nella sala comune, quella dove c’era la connessione Wi-Fi. Si connetteva per 2 o 3 ore, a volte un’oretta anche nel pomeriggio, per le 17. Suo fratello maggiore aveva WhatsApp, e Souba a volte parlava con lui.

Il suo medium preferito però era YouTube, dove guardava molti video, video “dell’acqua e del deserto”, video di migranti. Perché? «Pour réfléchir et penser ma vie quoi. Là où j’ai passé» (per riflettere e per pensare alla mia vita. Là dove ho vissuto) per riflettere sul suo presente e sul suo passato.

Quello che ci colpì di Souba fu la sua voglia di apprendere ed il suo interesse per la politica: Canal24, dove guardava video di politica francese e americana, Emmanuel Macron e Donal Trump «ça m’intéresse (…) écouter des journaux, des informations, apprendre» (mi interessa ascoltare i giornali, i telegiornali, l’informazione, imparare), Souba non si faceva tanti selfie e non postava né guardava molte foto su Facebook. A suo dire leggeva articoli, Facebook era per lui una fonte d’informazione.

Con il suo telefono Souba cercava anche informazioni sull’Europa, sulle leggi, sul come fare a vivere qui “normalmente”; cercava e cercava ma non capiva. Per fortuna c’era una ragazza nella struttura in cui viveva (probabilmente un’operatrice), che lo ha aiutato molto, gli ha fornito tante informazioni e “spiegato molte cose che non sapeva”. Souba utilizzava una app che traduce dall’italiano al francese e viceversa; ce l’ha mostrata sul suo telefono. Ci ha spiegato che era fondamentale per lui, lo aiutava a comunicare.

Queste sono alcune delle cose che ci ha detto Souba. A suo tempo le abbiamo analizzate, assieme alle parole di altri, e abbiamo scritto un articolo, pubblicato nel 2019 nella rivista accademica “Kultura i Edukacja” e presentato alla International Migration Conference, quell’anno ospitata dal dipartimento di scienze politiche dell’Università di Bari.

Le parole di Souba, il suo tempo, la sua disponibilità, la sua voglia di condividere e la sua fiducia nei nostri confronti, hanno contribuito a creare la nostra ricerca. Lo scriviamo qui perché crediamo non sia cosa da poco. Souba non era nostro ospite e non aveva bisogno di accoglienza, ma di diritti. Souba era parte del nostro villaggio globale ed ha giocato la sua parte in tanti modi, contribuendo anche a questa ricerca internazionale. Se oggi possiamo dire che i media digitali hanno un ruolo importante nella vita dei minori migranti arrivati da soli in Italia, se possiamo affermare che fungono da supporto a livello emotivo, che sono spesso gli unici rimedi alla solitudine, è anche grazie a Souba.

« …un jour il n’y a pas de réseaux on peut pas se connecter, moi je n’ai pas pu dormir, parce qu’il n’y a pas de télévision, on peut pas aller ailleurs. Moi si je n’ai rien à faire, je ne peux pas connecter mon téléphone, toujours ça me fait mal, parce-que je vais penser, penser toute la nuit » (… un giorno in cui non c’è la rete, la connessione, non ci si può connettere con me. Io non ho potuto dormire non c’è televisione e non si può andare altrove. Io se non ho nulla da fare non mi posso connettere al mio telefono, mi fa sempre male questa cosa perché poi penserò e penserò tutta la notte).

Ciao caro Souba, grazie.

Maria Rosaria Centrone
Francesca Viola
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