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Francesco Saverio Nitti (III parte)
NAPOLI – 7.4.2007
Polemizzando con gli industriali settentrionali, timorosi della concorrenza di una nascente industria meridionale, Nitti osserva che “[…] ciò che giova a Napoli è la grande industria: essa solo forma la maestranza abile, determina lo spirito industriale, acuisce le attività; non è una necessità economica, è sopra tutto una necessità didattica. Si può anzi dire che la piccola industria non svilupperà, non sarà gagliarda, se non quando la grande l’avrà penetrata del suo spirito vitale”. Lo studioso lucano promuove la nascita di un’industria siderurgica a Napoli, che, rispetto a Terni, potrebbe avvantaggiarsi della sua allocazione strategica di città di mare per abbattere i costi di trasporto delle materie prime e dei manufatti. “Basterebbe – osserva Nitti – che il governo assicurasse metà delle forniture che ora si danno a Terni. Si avrebbe un grande vantaggio: quello di rompere un monopolio che può riuscire pericoloso; si potrebbe avere un’acciaieria più moderna e quindi più adatta alla lavorazione industriale. Basterebbe per determinare per contratto l’obbligo alla nuova acciaieria di fornire il materiale a un tanto per cento più a buon mercato della marina francese, inglese e germanica ed accordare le stesse condizioni alla vecchia acciaieria di terni e alla nuova Napoli per avere un vantaggio grandissimo. Insieme alla fine di un monopolio, si avrebbe una industria nuova, veramente moderna e in una situazione favorevole”. L’opera pubblicistica di Nitti ed il suo impegno politico in favore dell’industrializzazione del Meridione, gli valgono l’incarico, da parte di Giolitti, a provvedere alla stesura della “Legge recante provvedimenti per il risorgimento economico della città di Napoli” del 2 luglio 1904. E’ il coronamento della suo lavoro di analisi e di proposte economico-politiche. Tuttavia, l’impianto siderurgico di Bagnoli viene realizzato solo nel 1909, in quanto a ritardare e a limitare l’applicazione della legge su Napoli agirono sia gli interessi delle compagnie elettriche private sia le resistenze dell’amministrazione comunale partenopea garante delle clientele politiche locali. Come ha osservato Francesco Barbagallo: “Le società private si dimostravano un osso troppo duro per i progetti razionalizzatori ed espansivi a direzione pubblica dell’economista lucano. Avevano il controllo dell’amministrazione comunale, ispiravano il commissario regio, trovavano nel governo validi appoggi da Granturco a Colosimo. Ma soprattutto non erano espressione di un debole capitalismo locale, bensì la diramazione meridionale degli interessi elettrici della Banca commerciale e di potenti gruppi finanziari svizzere, francesi, tedeschi. Gli interessi che si opponevano alla pubblicizzazione dell’energia elettrica non erano soltanto napoletani. Era una fascia ben potente del capitale nazionale e internazionale che dell’industrializzazione napoletana aveva un’idea limitata del progetto nittiano”.
Salvatore Lucchese
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