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Festa del piano nazionale per la scuola digitale all’IC Battisti Pascoli di Molfetta
16 gennaio 2018

MOLFETTA - Nei giorni 18-19-20 gennaio 2018, si svolgerà a Bologna la terza edizione della “Festa del Piano nazionale per la scuola digitale”, promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. La Festa, a due anni di distanza dalla definizione del Piano che ha stabilito i principali indirizzi in materia d’innovazione della scuola italiana, nasce per promuovere e condividere i percorsi di crescita dell’innovazione didattica e digitale nelle scuole italiane e per la dimostrazione delle buone pratiche già realizzate. In contemporanea, le istituzioni scolastiche possono aderire alla Festa con iniziative ed eventi legati al digitale nella propria scuola.

L’I.C. Battisti- Pascoli parteciperà alla Festa nelle mattine del 18, 19, 20 e 22 gennaio. Gli alunni di scuola primaria e secondaria saranno impegnati in attività laboratoriali di programmazione, in coerenza con il percorso di introduzione al pensiero computazionale già avviato nel nostro istituto con la partecipazione a Codeweek e all’Ora del Codice.

Sarà graditissima la presenza dei genitori cui gli alunni di scuola primaria, affiancati da quelli di scuola secondaria saranno lieti di mostrare, presso il laboratorio informatico, sito nella biblioteca scolastica della scuola di istruzione secondaria Pascoli, i percorsi di Coding già effettuati e di sperimentarne di nuovi con attività di tutoraggio guidate dall’animatore digitale. Le famiglie potranno così conoscere i contenuti del Piano, le azioni e i processi di innovazione didattica in atto nel nostro Istituto.

 

 

 

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Un tempo i bambini imparavano i fondamentali dell’aritmetica a partire dalla prima elementare. I numeri e il calcolo servivano per fare la spesa, per cambiare una banconota, per valutare le entrate e le uscite allo scopo di non spendere più di quanto si guadagna. Oggi queste cose non solo non sono scomparse, ma la nostra vita, rispetto a una volta, richiede molti più numeri e calcoli per pagare le imposte, i pedaggi autostradali, i mutui ipotecari. In una parola, come nei suoi scritti va ripetendo Piergiorgio Odifreddi, la vita attuale richiede più numeri e più calcoli di un tempo, ma abbiamo perso la consuetudine di trattarli perché li abbiamo affidati alle macchine digitali. Consegnandoci a quelle che Stoll chiama “protesi tecnologiche”, siamo diventati meno autosufficienti. Osserva Stoll: Grazie all’elettronica digitale, gli studenti sfornano risposte senza elaborare concetti. Non è necessario capire come formulare quantità astratte si va direttamente dai numeri alle risposte. Le calcolatrici sfornano risposte senza richiedere il minimo pensiero. Di fronte a un problema matematico gli studenti ovviamente scelgono l’elettronica piuttosto che l’esperienza lo strumento, in un primo tempo adottato per rafforzare la comprensione della matematica è diventato la stampella che causa l’analfabetismo numerico. A questo punto non può sorprendere che gli studenti svezzati dalla calcolatrice non sappiano fare a mente né una moltiplicazione né una divisione. Nel loro sistema cognitivo l’aritmetica è pressochè assente. Risolvono i problemi matematici con una calcolatrice. Pigiano sui tasti, guardano i risultati e accettano ciò che la macchina dice loro. Lo stesso è per la scrittura a mano: la calligrafia e grammatica non vengono considerate degne di insegnamento, vengono messe da parte a favore del word processing. Risultato, pochissimi studenti universitari sanno scrivere in modo chiaro, con periodi che stanno in piedi e quindi in grado di rendere la consequenzialità dell’argomentazione, posto che questa ci sia. Per quanto concerne il primo inconveniente non c’è dubbio che la percezione della “realtà”, la capacità di muoversi in essa con abilità e destrezza, la consapevolezza delle difficoltà che essa pone rispetto alle facilitazioni del virtuale sono le prime vittime dell’inondazione dei computer. E questo soprattutto a scuola, dove i ragazzi che la frequentano sono proprio in quell’età dove è assolutamente necessario acquisire la differenza che corre tra la realtà e il sogno, l’immaginazione, il desiderio. Non facilitare questo passaggio, che già Freud indicava, dal principio di piacere al principio di realtà, significa ritardare l’adolescenza fino all’età della maturità e trovarsi disadattati quando questa arriva, senza che nulla si sia fatto per impratichirsi. A me pare che le tecnologie cognitive informatizzate siano una drastica forma di derealizzazione, una via per sostituire il “non vero” al “vero”, il “non reale” (=il virtuale) al “reale, per simulare delle cose che non si possono o non si vogliono fare. Il nostro fare si ridurrà solo a una seduta in cui si smanetta su una tastiera e si occhieggia un monitor? Penso a questa eventualità con orrore, ma la vedo minacciosamente in marcia verso di noi.
Sarà per questo che i giovani di oggi sanno dire solo “si” e “no”, oppure, invitati a esprimere il loro parere su questioni importanti, senza alcuno sforzo di articolazione o problematizzazione, si limitano a dichiararsi “favorevoli” o “contrari”, senza zone intermedie, senza perplessità, senza scorgere, al di là delle risposte dicotomiche a cui il codice binario del computer allena, scenari più complessi, paesaggi più articolati che, per essere attraversati e compresi, richiedono vie più intrecciate di quelle offerte dalle autostrade della Rete, che sembrano costruite apposta perché gli utenti vedano solo ciò che altri hanno deciso che vedano. E questo non in ordine ai contenuti che vengono offerti in gran quantità, ma in ordine alla capacità di discernere, quindi di giudicare e di decidere, a cui una scuola, inondata di computer, difficilmente sa allenare. Che sia questo il nuovo modo con cui si promuove le gestione delle masse, dando a ciascuno l’illusione della libertà e creando di fatto individui già singolarmente massificati, perché a tutti, sia pure n modo individuato, è stato fornito lo stesso mondo da consumare, già interpretato e già codificato nel suo significato, senza che l’individuo possa disporre di un giudizio personale, perchè la scuola informatizzata non gli ha dato gli strumenti per essere in grado di formarsene uno? Ai processi di de-realizzazione, che l’uso incontrollato del computer in età scolare alimenta, si aggiungono i processi di de-socializzazione. Il che comporta meno relazione con gli amici, meno condivisione della propria vita con gli altri, declino del coinvolgimento sociale, perché è vero che con internet posso farmi amici in America o in Australia, ma che grado di profondità hanno queste amicizie? Come mi addestrano a incontrare gli altri faccia a faccia avendo qualcosa di interessante da dire? Quanto tempo sottraggono alla nostra vita reale e ai rapporti che potremmo avere con chi ci circonda? Con quali danni sostituiremo la comunità reale del vicino di casa, del compagno di scuola, dell’amico del bar con la comunità virtuale delle voci senza volto con cui pensiamo di comunicare via e-mail o con i telegrafici e inespressivi sms? Queste domande non attendono una risposta, che neppure un computer con la sua capacità di calcolo e di simulazione potrebbe dare. Queste domande vogliono sopire quell’entusiasmo senza riserve che accompagna l’informatizzazione delle nostre scuole e aprire uno spazio di riflessione che non sia ridotto alle tre “I” (impresa, internet, inglese), perché per pensare, per ragionare, ma anche solo per parlare occorrono tutte le lettere dell’alfabeto. -
“Q”, scrivo quello che leggo a proposito, potrebbe incuriosire. - Gli effetti negativi dell’informatica nella scuola. - Non ho nulla contro la tecnologia, i computer non mi spaventano, ma mi preoccupa quel programma che prevede un computer per ogni studente, condiviso sia dalla destra che dalla sinistra, con una coincidenza di vedute, questa volta davvero bipartisan, come se bastasse introdurre nuove tecnologie per risolvere i problemi drammatici che oggi affliggono la nostra scuola. Questa preoccupazione è condivisa da Clifford Stoll, uno dei pionieri di internet, che dal 1975 ha aiutato la Rete a diventare un fenomeno planetario da quell’oscuro progetto di ricerca che era. Dopo trent’anni di completa dedizione al progetto, Stoll è diventato uno dei commentatori più critici, l’avvocato del “diavolo” come lo chiama Bill Gates. La sua tesi è che l’educazione è una cosa assai diversa e molto più seria dell’alfabetizzazione informatica e che la scuola, e quindi il futuro della società, sono troppo importanti per essere affidate ai fanatici delle neo-tecnologie, ai fabbricanti di computer e di software e agli esperti di marketing. Quando si vede il mondo dell''''istruzione lanciarsi entusiasticamente nell''''onda di piena della tecnologia, quando i ministri che si succedono alla Pubblica Istruzione, i presidi che vogliono promuoversi manager, i professori che vogliono essere in pari con i tempi si danno da fare per riempire di cavi le nostre scuole con l''''appoggio dei genitori che, senza esitazione, mettono mano alla carta di credito per acquistare macchine elettroniche per i figli, già immaginati come piccoli geni dell''''informatica, il minimo che si possa chiedere è un momento di riflessione e l''''assunzione di un atteggiamento critico che sappia dare una qualche risposta difficilmente eludibili: Che cosa si perde quando si adotta una nuova tecnologia? Chi viene emarginato? Quali preziosi aspetti della realtà rischiano di venire calpestati? Che differenza c''''è tra l''''avere accesso all''''informazione e possedere il buonsenso e la saggezza necessari per interpretarla? Mancando loro senso critico, a cui l’informatizzazione non prepara, i ragazzi non rischiano di confondere la forma con il contenuto, la sensazione con la sensibilità, la massa dei dati disponibili con i pensieri di qualità? Un computer non può sostituire un buon insegnante. Cinquanta minuti di lezione non possono venire liofilizzati in quindici minuti multimediali. E allora dovremmo come minimo chiederci: quali problemi vengono risolti introducendo internet in ogni scuola? E quali problemi possono crearsi dedicando sempre più il nostro tempo a strumenti elettronici? A Partire da queste domande Stoll traccia una linea di demarcazione assai netta. Compito della scuola non è quello di fornire dati e sempre più dati, né tantomeno quello di fornire risposte senza l’indicazione dei processi attraverso i quali a quelle risposte si giunge. Compito della scuola è fornire metodi di ricerca e capacità di giudizio, a partire dai quali i dati e le risposte sono facilmente ottenibili. Un esempio: Al costo di una ventina di computer si può attrezzare un magnifico laboratorio di chimica. Fra dieci anni, quando quei computer saranno da tempo nella spazzatura, i diapason potranno ancora insegnare la risonanza, un voltometro dimostrerà perfettamente la legge di Ohm e gli studenti potranno ancora utilizzare le attrezzature per capire il movimento angolare……………. (I miti del nostro tempo – Umberto Galimberti)
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