Fatti e volti del consiglio comunale di Molfetta: chi non c’è e non ha voluto esserci, tradendo i propri elettori In attesa della prossima riunione prevista per mercoledì 30 agosto
28 agosto 2017

MOLFETTA – In attesa della seconda riunione fissata per mercoledì 30, ritorniamo sui fatti e volti del consiglio comunale di Molfetta, fra i quali vanno annoverati anche quelli che in consiglio non sono entrati, non perché non eletti, ma per rinuncia.

E questo per occupare poltrone più prestigiose (e redditizie) di quella del semplice consigliere comunale (se fossero stati consiglieri comunali, non avrebbero potuto essere nominati al vertice delle municipalizzate). Questi personaggi non hanno esitato a tradire gli elettori ai quali avevano chiesto il voto per entrare in consiglio comunale, preferendo l’ambizione personale al mandato ricevuto (quando si dice: attenti a chi votate!).

Nella politica molfettese succede anche questo, un fatto senza precedenti, ma che permette al ciambotto delle liste di destracentro di coprire tutti i posti che sono stati spartiti fra le 18 liste civiche (fra cui anche il Pd, anch’esso ormai lista civica e non più partito rappresentativo).

Insomma, le cose sono state studiate bene a tavolino, per non commettere gli errori di ingenuità della giunta Natalicchio, dove i volponi della politica e i signori dei pacchetti di voti non avevano avuto spazio. Il ciambotto, perciò, accontentando tutti nella divisione della torta, si propone di durare a lungo, evitando trabocchetti anche in consiglio. Una sorta di divide et impera messo in atto dal sindaco Tommaso Minervini.

Ma vediamo i nomi di questi personaggi: Giulio La Grasta del listone “Progetto Molfetta”, altro “traditore” del sen. Antonio Azzollini (del quale è stato anche assessore al bilancio), fra cui spiccano l’ex candidato sindaco sconfitto del centrodestra alle passate amministrative Ninnì Camporeale, Giacomo Rossiello (ex Azione giovani di destra, riscopertosi opportunisticamente di sinistra sposando Emiliano). Per lui, salvo scambi dell’ultim’ora, dovrebbe essere pronta la poltrona della Multiservizi (al suo posto in consiglio comunale è subentrato Giacomo Salvemini).

Poi abbiamo Michele Palmiotti di “Molfetta futura”, la lista di Mariano Caputo che ha già incassato l’assessorato ai Lavori Pubblici, che dovrebbe occupare la poltrona della presidenza Mtm attualmente occupata dalla moglie di Caputo, Rita Campi, amministratore unico della società. La signora, nominata dal commissario straordinario (unica molfettese che, stranamente, ha ricevuto un incarico da Passerotti) non si è ancora dimessa, anche se almeno motivi di opportunità avrebbero consigliato di farlo, come “Quindici” ha già scritto nei giorni scorsi, soprattutto dopo la nomina del marito ad assessore comunale.

Infine c’è lo sconosciuto, ma non tanto, Vito Paparella, uno dei fratelli che gestiscono il Consorzio Metropolis (Aiccos, Rehabilitas, Padre Kolbe, cooperative e imprese sociali e altri Centri), eletto nella lista di Saverio Tammacco “Insieme per la città”, che, tradendo anch’egli i suoi elettori, rinuncia alla nomina per prepararsi a gestire l’Asm, incarico indubbiamente più redditizio e prestigioso di quello di semplice consigliere comunale. Con quale competenza in materia di rifiuti, è tutto da vedere. Ma nella politica e nella spartizione delle poltrone, la competenza conta poco, forse è più importante la gestione. Staremo a vedere. Al suo posto è entrato in consiglio comunale quel Paolo Ragno, già presidente della Asm, per il quale era data certa la riconferma alla guida della municipalizzata. Probabilmente, vista la sua non brillante performance all’epoca, gli sarà stato consigliato di stare fermo un giro.

Tra i volti conosciuti troviamo Nicola Piergiovanni, eletto presidente del consiglio comunale nella passata consigliatura e riconfermato in questa, che, almeno dalla passata esperienza dovrebbe riuscire ad essere al di sopra delle parti, contrariamente al suo predecessore all’epoca di Azzollini, il Ninnì Camporeale rivelatosi all’epoca presidente di parte in molte occasioni e fra molte polemiche. Piergiovanni definitosi “amico di tutti” dovrebbe offrire maggiori garanzie. E nel suo discorso di insediamento ha sottolineato di voler essere un “buon presidente di famiglia” parafrasando forse il buon padre di famiglia del diritto romano, quel bonus, prudens et diligens pater familias che l’imperatore Giustiniano nelle Digestae et Pandettae,  indicò come modello normativo di condotta. Almeno come premessa, è buona. Per la sua elezione sono stati necessari due scrutini, sia per l’insufficienza dei voti, essendosi astenuta l’opposizione che avrebbe preferito un presidente di minoranza per garantire maggiore equilibrio ed obiettività, sia per riconoscere e rispettare il ruolo della stessa minoranza, nel bilanciamento dei poteri. Per lui hanno votato anche quelle componenti politiche che nella scorsa legislatura lo avevano perfino denunciato, ritenendolo di parte: ma l’interesse politico attuale supera il passato, dimostrando l’infondatezza di quelle accuse, rivolte da Caputo e Camporeale e confermando come fossero solo strumentali, senza fondamento. Un’altra lezione di opportunismo politico di questa destra pasticciata e pasticciona degli ex azzolliniani, poi convertitisi sulla via di Emiliano.

Prima dell’elezione di Piergiovanni ha guidato il consiglio comunale con eleganza e discrezione, anche se visibilmente emozionata (anche lei in difficoltà col microfono come Isa de Bari, avendolo lasciato sempre acceso, permettendo al pubblico di ascoltare anche le sue richieste e i chiarimenti al segretario comunale: va perdonata, considerando l’inesperienza e accreditando questa “dimenticanza” come segno di trasparenza) la neo consigliera Sara Castriotta, eletta nelle liste di Forza Italia.

Poco da dire di Antonio Ancona tornato anch’egli in consiglio comunale, che non ha fatto altro nei suoi interventi che accreditarsi come politico e non ciambottista, sostenendo che “non dobbiamo vergognarci della nostra coalizione”, “siamo eterogenei e questa è una ricchezza”: coda di paglia? Contenti loro e la minoranza dei cittadini che li ha votati.

Senza storia gli altri interventi e gli altri personaggi della maggioranza, alcuni dei quali si sono limitati a leggere note concordate e suggerite (dal sindaco?), uno per ogni lista: speriamo che per i prossimi consigli comunali ci vengano risparmiati gli interventi di otto capigruppo, uno per ogni lista. Per economia di tempo e praticità sarebbe opportuno che parlasse solo uno (magari a turno) a nome della maggioranza, tanto i contenuti sono sempre uguali. Da ricordare un’altra coda di paglia quella di Gianni Facchini del Pd che ha voluto rimarcare come, a suo parere, il ciambotto sia una coalizione di centrosinistra per la presenza del Pd (ma è di sinistra il Pd di Molfetta?, ndr) tra le smorfie dei consiglieri di destra Pasquale Mancini e Pietro Mastropasqua che si sono scambiati sguardi perplessi (“ma questo che dice?).

Gli interventi della maggioranza, affidati a Gianni Porta, Antonello Zaza e Paola Natalicchio sono stati incentrati oltre che sui contenuti, soprattutto sulla raccomandazione del rispetto delle minoranze e della garanzia della democrazia all’interno del consiglio comunale, evitando le ipocrisie del clima da “pax ritrovata”, come ha sottolineato Porta, soprattutto con riferimento al Pd che governa l’Italia, ma che con una bella operazione di marketing oggi si è spostato a destra per garantire una coalizione pasticciata, realizzata solo per la conquista del potere e la spartizione delle poltrone. Porta si è augurato di essere smentito dai fatti, promettendo un’opposizione poco timida, molto dura, ma sempre democraticamente corretta, invitando la maggioranza a fare altrettanto. Sul porto ha invitato la candidata sindaco sconfitta Isa De Bari (Forza Italia) ad informarsi sull’interruzione dei lavori, non determinata dall’amministrazione Natalicchio, bensì dalla magistratura per le presunte irregolarità e illiceità commesse dall’amministrazione Azzollini.

Gli interventi dell’opposizione hanno puntato a far emergere le contraddizioni del programma del sindaco, col rischio di “rimettere le mani sulla città” in materia urbanistica e su fantomatici fondi per il completamento delle opere pubbliche.

In realtà, la giunta Minervini si è potuta muovere rapidamente (contrariamente a quella Natalicchio che ha avuto bisogno di più tempo, avendo trovato una situazione disastrosa dell’era Azzollini di conti e opere dal bilancio, alle irregolarità, dai debiti a gestioni discutibili e deficitarie, vedi per tutti la piscina e la cittadella degli artisti), perché ha trovato molte opere già avviate. E questo è stato riconosciuto anche dal sindaco Tommaso Minervini (che fece parte della coalizione di centrosinistra, prima di rinnegarla e passare al destracentro) quando ha parlato di continuità amministrativa, evitando di attaccare i predecessori (almeno si è risparmiato un imbarazzo, avendo predisposto lui tutti i bilanci della Natalicchio, come egli stesso ha più volte dichiarato in campagna elettorale).

Zaza ha rimarcato il ritorno al passato, quando 16 anni fa Tommaso Minervini fu eletto con una coalizione di destra capeggiata dal sen. Antonio Azzollini, ricordando che non si possono trovare soluzioni semplici a problemi complessi, mentre Paola Natalicchio, apparsa più volte risentita nei suoi interventi, ha manifestato il timore del ritorno all’edilizia selvaggia, anche perché dal programma del sindaco è scomparso il Pug (pianificazione urbanistica generale) e ha contestato chi sosteneva che i suoi tre anni di amministrazione siano stati caratterizzati da imperizia e improduttività, rivendicando con gli altri due consiglieri della sinistra, il grande lavoro fatto che oggi rende agevole la partenza dell’amministrazione Minervini.

L’opposizione di sinistra promette di essere critica, dura, ma non paralizzante e devastante come quella fatta dal centrodestra dei tre anni passati: “non canteremo in consiglio e non ostacoleremo pregiudizialmente i progetti che vanno nell’interesse dei cittadini, come avete fatto voi”, ha detto Porta.

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